Ecologia ambientale ed ecologia spirituale

Benedetto XVI alla Messa di Pentecoste

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ROMA, sabato, 6 giugno 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l'articolo di analisi di mons. Giampaolo Crepaldi, Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace e Presidente dell’Osservatorio internazionale Cardinale Van Thuân.

 


 

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Nell’Omelia della Messa di Pentecoste, Benedetto XVI ha proposto delle riflessioni molto interessanti anche dal punto di vista della Dottrina sociale della Chiesa. Come sappiamo l’ecologia ambientale è sempre stata collocata dal magistero dentro l’ecologia umana. Il testo principale in proposito è il paragrafo della Centesimus annus, ove Giovanni Paolo II afferma appunto che l’uomo ha non solo bisogno di un ambiente naturale salubre, ma ancor di più ha bisogno di un sano ambiente umano, ove egli possa crescere nelle virtù e nell’apertura a Dio. Egli indicava poi la famiglia come la principale realtà a servizio di una vera ecologia umana. Da allora è diventato abituale nella Dottrina sociale della Chiesa collegare sistematicamente il degrado ambientale con quello morale, dato che il deturpamento della natura è sempre conseguenza di lacerazioni nel tessuto umano della società. Si tratta di un criterio ermeneutico molto importante, dato che spesso, invece, si propone di intervenire tecnicamente sulla natura per evitare i disastri ecologici e contemporaneamente intervenire sulla vita o sulla famiglia. E’ la schizofrenia dell’ecologismo che si impegna per salvare le foche e non i bambini concepiti nel grembo materno. La natura non è da vedersi solo come teatro dei nostri interventi tecnici – non sarà mai la sola tecnica a salvarci dal degrado ecologico – ma come strumento di umanizzazione e quando gli uomini deturpano i fondamenti naturali della loro convivenza finisce che feriscono anche l’ambiente. Anche l’uomo ha una natura, anche la comunità umana ha dei legami naturali, a cominciare da quelli legati al matrimonio e alla generazione della vita. Il degrado dell’ambiente naturale è sempre conseguenza del degrado del’ambiente umano [cf su questo il libro di G. Crepaldi e P. Togni, Ecologia ambientale ed ecologia umana. Politiche dell’ambiente e Dottrina sociale della Chiesa, Cantagalli, Siena 2007].

Ora, nell’Omelia durante la Messa di Pentecoste, il 31 maggio scorso, Benedetto XVI è tornato sull’argomento, collegando l’ecologia ambientale con l’ecologia spirituale. Egli stava parlando della tempesta e del vento, come simbolo dello Spirito Santo. Quello che è l’aria per la vita biologica – ha detto – è lo Spirito Santo per la vita spirituale e “come esiste un inquinamento atmosferico , che avvelena l’ambiente e gli essere viventi, così esiste un inquinamento del cuore e dello spirito, che mortifica ed avvelena l’esistenza spirituale”. Anche questo è libertà, si dice, ma tutto ciò che intossica ed inquina l’animo finisce anche per limitare la libertà. Ecco il nesso tra ecologia spirituale, ecologia umana ed ecologia ambientale. Senza il “vento impetuoso” dello Spirito, gli animi umani si intossicano e così la libertà dell’uomo anche nel gestire la natura si indebolisce. Governare la natura è un compito spirituale e morale, prima che tecnico e materiale, e come potrà governarla un uomo che non sa governare se stesso? “La metafora del vento impetuoso - continua il papa – fa pensare invece a quanto sia prezioso respirare aria pulita, sia con i polmoni, quella fisica, sia con il cuore, quella spirituale, l’aria salubre dello spirito che è l’amore!”.

Con questo intervento sullo Spirito Santo, Benedetto XVI ha come chiuso il cerchio dell’ecologia: l’ecologia ambientale dipende dall’ecologia umana, ma l’ecologia umana dipende dall’ecologia spirituale.