Educare ad un io "veramente libero" e "liberamente vero"

La prolusione del cardinale Caffarra all'inaugurazione dellAnno Accademico alla Lateranense

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ROMA, mercoledì, 9 novembre 2011 (ZENIT.org) – L’emergenza educativa e il grande valore dell’educazione come strumento di libertà sono stati i temi centrali della prolusione del cardinale Carlo Caffarra, arcivescovo di Bologna, all’inaugurazione dell’Anno Accademico 2011/12 alla Pontificia Università Lateranense.

La riflessione del porporato è partita da una provocazione: “Non è meglio che la responsabilità dell’educatore si limiti entro i confini della trasmissione del sapere; del sapere come vivere e come convivere?”.

La pretesa di limitare l’educazione ad una fredda trasmissione di “semplici regole di comportamento”, oltretutto “formali e prive di contenuto” è alla base del “malessere educativo che stiamo attraversando”, ha osservato Caffarra.

L’impostazione pedagogica “riduttivista” pocanzi citata è anche conseguenza di un “grave errore antropologico”, determinato dalla contrapposizione tra “libertà” ed “appartenenza” e al pregiudizio secondo cui la persona veramente libera è “la persona che non appartiene a nessuno”.

La libertà, ha proseguito Caffarra, “non nasce dal niente” ma dal “confronto tra la proposta di vita (che si fonda su una visione del mondo e dell’uomo) fatta dall’educatore, e la soggettività della persona che si va sviluppando, che si ha da educare”.

L’atto educativo, quindi, mette l’educando nella libertà di scegliere e di verificare: ha come presupposto “la fiducia nella ragione”.

Se non esistesse una “verità circa il bene della persona” e ogni proposta di vita fosse “un’opinione non razionalmente condivisibile”, l’educatore non avrebbe alcun diritto di proporre la propria visione del mondo e dell’uomo.

Ha proseguito Caffarra: “Se partiamo dalla certezza che esiste una verità circa il bene della persona; che esiste di conseguenza un bene comune fra le persone, l’eventuale controversia sulle ragioni di convinzioni anche opposte, non diventa mai una controversia fra rivali. Diviene un incontro fra alleati nella ricerca comune della verità”.

Qual è dunque il miglior antidoto al male del relativismo educativo? A tal proposito il cardinal Caffarra ha citato un verso di Virgilio: “incipe, parve puer, risu cognoscere matrem (Virgilio, Egloga IV, 60)”.

I versi virgiliani significano che l’uomo, sin da bambino, porta dentro di sé una domanda di verità (“cosa è ciò che è?”) e una domanda di bene (“ciò che è, mi è ostile o benevolente”?). La risposta è “nel modo con cui la madre gli sorride, cioè lo accoglie”. La verità è dunque nel bene.
“Un volto indifferente, il volto della sfinge non fa nascere un io libero”, ha osservato Caffarra.

Si giunge così alla scoperta di una “dimensione drammatica della responsabilità dell’educatore: l’educatore è responsabile, è custode della verità dell’essere e della verità circa il bene della persona”, ha aggiunto l’arcivescovo di Bologna.

L’educatore, quindi, è “responsabile della nascita di un io, non semplicemente libero, ma veramente libero perché liberamente vero”.

L’educazione non può ridursi alla mera “istruzione”, in quanto al vero educatore non interessa tanto che l’educando “apprenda qualcosa” ma che “diventi qualcuno”.

Perché l’educazione ritrovi un profilo umano alto è necessaria la testimonianza da parte dell’educatore: essa non è un semplice insegnamento che tocca solo l’intelletto ma deve toccare intimamente la persona.

La coerenza dell’esempio di vita è una via obbligata per l’educatore. Se questi “contraddice con il suo comportamento ciò che propone, normalmente la sua proposta non ha alcuna forza”.
Non si può pretendere che l’educatore non sbagli mai, tuttavia, “riconoscere lo sbaglio è profondamente educativo”, ha osservato il cardinale.

Un’altra dimensione della responsabilità dell’educatore consiste nella “responsabilità di testimoniare la verità circa il bene della persona”, come fece Socrate, definito da Caffarra “il primo grande educatore in Occidente perché contro il potere ha testimoniato la verità circa il bene della persona, fino a subire la morte”.

Tre sono, in definitiva, le responsabilità dell’educatore: 1) “la responsabilità della nascita di un io veramente libero e liberamente vero”; 2) “la responsabilità della custodia della verità circa il bene della persona”; 3) “la responsabilità della testimonianza alla verità circa il bene dell’uomo”.

Secondo Caffarra, la sorgente di questa triplice responsabilità dell’educatore, è rappresentata – sulla scia di quanto scriveva Romano Guardini – dalla responsabilizzazione dell’educando, considerato nella sua straordinaria unicità. Ed è soltanto l’amore cristiano che permette di cogliere questo aspetto, poiché “l’educazione è un affare del cuore”, ha poi concluso Caffarra, citando San Giovanni Bosco.