Educatori di sobrietà

Omelia di mons. Pelvi nella festa di S. Matteo

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ROMA, sabato, 22 settembre 2012 (ZENIT.org).- Riprendiamo l’omelia pronunciata ieri da mons. Vincenzo Pelvi, Ordinario militare per l'Italia, per la festa di S. Matteo, Patrono della Guardia di Finanza. La Messa è stata celebrata al Comando Generale della GdF alla presenza dei vertici dell'Arma.

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Carissimi,

Gesù passa, vede un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte. Si tratta di un esattore delle tasse, di un uomo disprezzato, perché attaccato al denaro e al servizio del potere romano. I pubblicani, considerati ricchi, sono tenuti a distanza dalla gente perbene.         

Gesù vede Matteo e stabilisce subito con lui un contatto destinato a essere duraturo, perché gli dice: «Seguimi».

Matteo naufraga in quegli occhi, dove si legge il protagonismo dei cuori; il contabile abbandona tutto per uno sguardo, per una parola e se ne va dietro a quell’uomo senza calcolare più nulla e neppure domandarsi dove sia diretto. Gli disse Gesù: segui me, cioè imitami, non tanto con il movimento dei piedi quanto con la testimonianza della vita.

Come spiegare le emozioni di Matteo, l’energia misteriosa di quella voce, cosa lo sedusse? Matteo non parla di sé, il centro deve essere Cristo, le cui parole senza ragioni sono la vera ragione della sequela. E’ il Signore Gesù la causa, il senso, l’orizzonte ultimo della vita del discepolo che accoglie l’invito, si alza e segue Gesù. Matteo si è convertito a Cristo, perché ha visto Cristo convertirsi a lui, fermarsi e girarsi dalla sua parte.

Scopriamo così la dimensione più vera dell’esistenza: la vita come vocazione. Ogni cosa, incontro, gioia come ogni difficoltà diventa occasione di rapporto con Dio, che continuamente ci invita ad alzare lo sguardo, a scoprire nell’adesione a Lui la realizzazione piena della nostra umanità. Non dobbiamo avere paura di quello che il Signore chiede attraverso le circostanze della vita. Chiamando, infatti, Matteo a vivere totalmente di Lui, ricorda a tutti che siamo fatti per l’infinito.    

In tale nostalgia di eternità che abita nei cuori, mi chiedo quale rapporto il cristiano, sull’esempio di Matteo, deve assumere nei confronti del denaro che segna la vita di ogni uomo a livello personale e sociale. Oggi quest’aspetto è particolarmente rilevante per la crisi finanziaria che attraversa la società, dove aumenta la povertà, dinanzi alla quale, nonostante tante forme di solidarietà, sembra che restiamo sempre più indifferenti. I bisognosi li sentiamo come una cifra, un calcolo, senza avvertire quella sofferenza che inquieta. Cosa dire? L’uomo economico ha preso il posto dell’uomo religioso; la visita in banca sostituisce la visita in chiesa; i grandi centri commerciali e non più i sagrati delle chiese sono i nuovi luoghi di ritrovo. Ci troviamo di fronte alla “religione del denaro” (cfr. Enzo Bianchi).  

Nel denaro si crede, perché si pensa che dia sicurezza e consenta di guardare al futuro con serenità. Eppure esso «da utile mezzo è diventato fine, da servo si è fatto padrone, crediamo di maneggiarlo e invece ci manipola, crediamo di usarlo e invece ci usa, crediamo di possederlo e invece ci possiede» (M. Fini).

Matteo abbandona la logica rassicurante del dare e dell’avere affermando il primato del Dio vivente a cui tutto va relativizzato, sottolineando l’esigenza di fare giustizia e condividere i beni. Se è vero che il Vangelo non demonizza le ricchezze, è ancora più vero che esprime un sospetto su di esse. I beni sono ambigui, esercitano un forte potere di seduzione sul cuore umano, arrivano a schiavizzare proprio mentre danno l’illusione di una più piena libertà. La ricchezza può falsare la verità dell’uomo e condurlo a disumanizzarsi.

Che significa che io Vescovo, cappellano militare, credente mi fido di Dio quando invece vive in una situazione in cui non vi è precarietà, anzi, in una condizione di abbondanza in cui ogni bisogno può essere immediatamente soddisfatto? Forse anche per me ricchezza significa potere, forza, disponibilità di capitali umani e di opere, di risorse intellettuali e relazioni internazionali, di appoggi e di stima. Tutto questo non rischia di soffocare l’amore per il mio Dio e divenire un ostacolo alle relazioni con la gente più semplice a umile?

Spesso la ricchezza comporta una ricerca affannosa e sterile di “falsi infiniti” che possano soddisfare almeno per un momento: la droga, una sessualità vissuta in modo disordinato, le tecnologie totalizzanti. Tutti rischiamo di barattare la nostra identità cristiana cercando successo, privilegi, carriera ad ogni costo, frequentazioni politiche interessate, qualche amicizia interessante, ricercatezze nel vestire, sino alla simonia nella celebrazione dei sacramenti. Anche le cose buone e utili, come il denaro, che Dio ha dato come strade che conducono a Lui, non di rado corrono il rischio di essere assolutizzate e divenire così idoli che si sostituiscono al Creatore.                      

Cari amici, la vostra professione, oltre a rendervi garanti della giustizia, a vantaggio del bene comune, vi rende esperti in umanità. Mi piace vedere in voi gli educatori delle persone da accompagnare nella scoperta di un sano ed equilibrato rapporto con il denaro, che non è né da demonizzare né da divinizzare.     

Quotidianamente, di fronte a situazioni umane molte delicate e complesse, con aspetti inediti dovuti anche alla diversità di contesti socio – culturali, con la vostra competenza e coerenza di vita, con uno stile riservato e un dialogo rispettoso, riuscite a contagiare di ragionevolezza coloro che non rispettano le leggi. Siate non solo preparati conoscitori delle problematiche economiche ma anche mediatori del bene comune che orientano all’osservanza degli adempimenti amministrativi e legali, suscitando consenso e convincimento. La vostra è anche un’arte terapeutica; ci siete non solo per i sani (gli onesti) ma anche per i malati (i disonesti).                                                     

Ricordo a me e a tutti che la ricchezza è simile a un serpente: se uno non sa prenderlo a distanza, sospendendo la bestia per l’estremità della coda, questa si avvicinerà alla mano e la morderà. Non chi ha e conserva, ma chi dà agli altri è ricco. Ricchezza vera è la giustizia e la legalità (cfr. Clemente Alessandrino). Una concezione consumistica della vita è sempre apparentata con una visione individualistica che blocca la persona nella soddisfazione privata ed egoistica, che non migliora il mondo ma sfrutta la ricchezza a proprio vantaggio. Chi consuma sprecando, in qualche modo è simile a chi evade le tasse.

Chiediamo, allora, di entrare e rimanere nello sguardo della fede che ha caratterizzato san Matteo, per poter scoprire i semi di bene che il Signore sparge lungo il cammino della storia e aderire con gioia e passione interiore alla nostra professione militare.

«O Dio, con gioia vengo accanto a te ogni sera per ringraziarti dei doni che mi hai concesso e per implorare perdono delle mancanze commesse durante il giorno dileguatosi come un sogno. Gesù, come sarei felice se fossi stata interamente fedele. Ma ahimè, spesso la sera sono triste perché sento che avrei potuto corrispondere meglio alle tue grazie. Se fossi stata più unita a te, più caritatevole con le consorelle, più umile e più mortificata, avrei meno pena a intrattenermi con te nell’orazione. Tuttavia, o mio Dio, non mi scoraggio alla vista delle mie miserie, vengo con fiducia, ricordando che “non quelli che stanno bene hanno bisogno del medico, ma i malati”. Ti supplico perciò di guarirmi, di perdonarmi, ed io, Signore, mi ricorderò che l’anima alla quale hai maggiormente donato, deve amarti più delle altre» (S. Teresa del Bambino Gesù).       

+ Vincenzo Pelvi
Arcivescovo