Epifania: manifestazione ai Pellegrini del Cielo

Lectio Divina di monsignor Francesco Follo per la Festa dell'Epifania

Parigi, (Zenit.org) Mons. Francesco Follo | 650 hits

Monsignor Francesco Follo, osservatore permanente della Santa Sede presso l'UNESCO a Parigi, offre oggi la seguente riflessione sulle letture liturgiche per la festa dell'Epifania.

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Rito Romano

Is 60,1-6; Sal 71; Ef 3,2-3a.5-6; Mt 2,1-12

Rito Ambrosiano

Is 60, 1-6; Sal 71; Tt 2, 11-3, 2; Mt 2, 1-12

1) Epifania [1] ai Magi, saggi Pellegrini del Cielo

Quando si dice “epifania” pensiamo soprattutto alla manifestazione di Gesù Cristo a tutte le genti, rappresentate dai Re Magi [2], che si prostrarono davanti al Re Bambino e lo adorarono. Tuttavia e di per sé, l’Epifania celebra tre manifestazioni: quella ai Re-Magi, che esprimono l’adorazione del mondo al vero Re dei Re; quella sulle rive del Giordano, dove il Salvatore viene battezzato ed indicato come figlio prediletto dal Padre e come agnello che togli i peccati del mondo, e quella delle nozze di Cana, che –penso- possiamo considerare un simbolo delle nozze di Cristo con la Chiesa. Scrivo questo perché mi è suggerito dall’antifona al “Benedictus” della Liturgia della Lodi di questa solennità dell’Epifania: “Oggi la Chiesa,
lavata dalla colpa nel fiume Giordano,
si unisce a Cristo, suo Sposo,
accorrono i magi con doni alle nozze regali
e l'acqua cambiata in vino rallegra la mensa, alleluia”.

Procediamo per gradi e contempliamo la manifestazione di Gesù ai tre saggi venuti da lontano, che lo adorano riconoscendo Dio in un povero bambino.

Grazie agli occhi del cuore brucianti di desiderio di luce poterono andare oltre a quello che gli occhi del corpo vedevano. Grazie al cuore dilatato dall’incontro con il Re dei Re poterono inginocchiarsi in una stalla e farGli regali importanti, sono dei doni regali (da re). Questo “povero” bambino è Re e i tre Re Saggi gli rendono l’omaggio degno di un Re: s'inginocchiarono dinanzi a colui, che sottometterà la Scienza delle parole e dei  numeri alla nuova Sapienza dell'Amore: la loro scienza si umiliò davanti all’Innocenza.

Inginocchiati, dentro ai lussuosi mantelli reali, sulla paglia sparsa sul pavimento della stalle, loro, i potenti, i dotti, offrirono anche sé stessi come pegno dell'obbedienza del mondo. Facciamo altrettanto, celebrando la festa dell’Epifania, nella liturgia e quindi nella vita, come impegno non solamente a donare qualcosa di prezioso a Dio, ma a donarci al Verbo di Dio perché Egli assuma noi e attraverso di noi tutte le cose. Doniamoci a Lui. È la festa dei Magi: anche noi dobbiamo portare i nostri doni a Lui. Tutto quello che siamo, tutto quello che abbiamo. Ciò che noi tratteniamo per noi e non doniamo a Lui, tutto questo imputridisce e non ha vita. Si salva soltanto quello che Egli assume. Doniamoci e rinnoviamo oggi la nostra consacrazione al Signore, la nostra donazione a Lui.

2) Epifania: Natale della Chiesa

La manifestazione che Gesù fa di Sé ai magi, ai pagani venuti da lontano, diventa la nascita della Chiesa, la quale è chiamata “universale” alla salvezza. Più nessuno oramai doveva stare fuori dal cuore di Dio e quindi del suo Regno. Ecco perché gli Ortodossi considerano l'Epifania il Natale della Chiesa e lo celebrano con grande solennità. Ed è il nostro Natale. 
Dovremmo ascoltare oggi, come dette a noi le parole di Isaia profeta: “Alzati rivestiti di luce, perché viene la luce, la gloria del Signore brilla su di te. Poiché ecco le tenebre ricoprono la terra, nebbia fitta avvolge le nazioni: ma su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te. Cammineranno i popoli alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere” (Is 60, 1-3).

I Magi, primizie dei pagani, furono introdotti presso il gran Re che cercavano, e noi tutti oggi li seguiamo. Il Bambino come ha sorriso a loro, sorride a noi oggi e così tutte le fatiche del lungo viaggio che porta a Dio sono dimenticate: l’Emmanuele rimane con noi, e noi con lui. Betlemme, che ci ha ricevuti, ci custodisce per sempre, perché a Betlemme riceviamo in dono il Bambino, e Maria la Madre sua. Nel momento in cui ci avviciniamo all'altare verso il quale la Stella della fede ci conduce, preghiamo questa Madre incomparabile di presentarci il Figlio che è la nostra luce, il nostro amore, il nostro Pane di vita. Offriamo al Neonato il nostro oro, il nostro incenso e la nostra mirra. Lui gradisce questi doni di bontà, segno del dono di noi stessi. Dopo la Messa usciremo dalla Chiesa come i Magi lasciarono la grotta, come loro lasceremo i nostri cuori sotto il dominio d’amore del divino Re bambino, e anche noi per un’altra strada, per una via del tutto nuova, rientreremo a casa nostra, patria temporanea, mortale dove siamo chiamati a vivere fino al giorno in cui la vita e la luce eterna verranno a far sparire in noi tutto ciò che vi è di ombra e di caducità.

Fratelli e sorelle, amici miei carissimi, seguiamo i magi, lasciamo le nostre abitudini “pagane”. Andiamo! Facciamo un lungo viaggio per vedere Cristo. Se i Magi non fossero partiti lontano dal loro Paese, non avrebbero visto Cristo. Finché restavano nel loro Paese, non vedevano nulla se non la stella; quando invece hanno lasciato la loro patria, hanno visto il Sole di giustizia (Mt 3,20). Diciamo meglio: se non avessero intrapreso generosamente il loro viaggio, non avrebbero nemmeno visto la stella (cfr San Giovanni Crisostomo (circa 345-407), Omelie su Matteo, 7-8). Anche noi alziamoci dunque, e anche se a Gerusalemme tutti restano turbati, corriamo là dove si trova il Bambino e vedremo Dio in terra e l’Uomo in cielo e noi con Lui, che è il Dio con noi: l’Emmanuele.

Non importante che cosa possiamo regalarGli, Gesù Cristo non ha bisogno dell’oro, della mirra, dell’incenso che noi possiamo portargli. Ma anche qui è il Cristo che dona alla nostra attività il suo valore perché, se non si riporta a Cristo, ogni attività umana diviene di per sé tale da compromettere la vita, tale da compromettere l’unità della persona umana, tale da compromettere il risultato ultimo e finale della storia del mondo.

I Re Magi se ne andarono a mani vuote? No. Avevano trovato la perla preziosa: Cristo. Facciamo altrettanto! Secondo me capirono e credettero che quel Bambino era il primogenito di tanti fratelli, che Dio ama tutti i popoli e ama ognuno di noi di un amore infinito. Dio è il Padre di ciascuno di noi. Davanti a Lui non siamo più stranieri o schiavi: siamo suoi figli nel Figlio che “oggi” ci ha donato per sempre.

Chiediamo la grazie di comprendere e di vivere questa verità, come ci insegna un breve racconto del 17° secolo che narra di una pastorella francese e di una sua coetanea, nobile e ben educata. Questa povera, giovane pastorella sembrava così stupida che una nobildonna, giovane come lei ma pia e istruita, le si offrì di insegnarle il catechismo. Allora la pastorella le rispose umilmente: “Grazie. Dunque, per favore insegnami a terminare il ‘Padre Nostro’. Infatti, ogni volta che comincio questa preghiera, quando penso che una povera creatura come me può chiamare Padre il Dio di ogni potenza e santità, il mio cuore scoppia di riconoscenza e io non posso andare oltre queste due parole: Padre Nostro, e così passo tutto il giorno a piangere di gioia guardando le mie pecorelle”. Allora, la nobildonna capì che la sua povera coetanea non aveva bisogno del suo insegnamento. Approfittiamo anche noi di questa lezione e invocando il Padre del Cielo che è Nostro Padre comprenderemo che il corteo dei Magi ci conduce al Dio vivente, che è presente nelle nostre anime: luce splendida dell’Amore in cui ciascuno e ciascuna di noi alla sua culla.

Anche le Vergini consacrate [3] hanno trovato questo Tesoro, al quale hanno donato tutto mediante il dono della verginità. Dio le ha sedotte come ha detto di sé il profeta Geremia: “Tu mi hai sedotto o mio signore mio Dio ed io mi sono lasciato sedurre da te” (Ger 20, 7). Per aver la Perla preziosa hanno offerto a Cristo tutte se stesse e la loro persona, che ha accolto Cristo totalmente, si consuma come un’ostia, perché tutto il popolo di Dio viva in Cristo e Cristo viva, ora e per l’eternità, in questo popolo di peccatori redenti. Vive chi cammina verso ciò che ama e cammina con chi lo ama nella misericordia e fedeltà.

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NOTE

[1] Il termine “epifania” deriva dal greco antico, dal verbo ἐπιφαίνω, epifàino (che significa “mi rendo manifesto”) e dal discendente sostantivo femminile ἐπιφάνεια, epifàneia (che può significare manifestazione, apparizione, venuta, presenza divina). In San Giovanni Crisostomo Έπιφάνια assume la valenza ulteriore di “Natività di Cristo”.

[2] La parola ‘mago’ che si usa per indicare questi personaggi non va identificata con il significato che oggi noi diamo. Il vocabolo deriva dal greco ‘magoi’ e sta ad indicare in primo luogo i membri di una casta sacerdotale persiana (in seguito anche babilonese) che si interessava di astronomia e astrologia. Potremo meglio nominarli: studiosi dei fenomeni celesti.

I Magi sono stati interpretati come Re Magi per l'influsso di Isaia 60,3, e sono stati attribuiti loro i loro nomi di Melchiorre, Gaspare e Baldassarre. Secondo il Vangelo di Matteo (2,2) i Magi (non precisati nel numero), guidati in Giudea da una stella (ἀστέρα, da ἀστήρ, stella od astro), portano in dono a Gesù bambino, riconosciuto come “re dei Giudei”, oro (omaggio alla sua regalità), incenso (omaggio alla sua divinità) e mirra (anticipazione della sua futura sofferenza e morte redentrici) e lo adorano.

[3] Nella Chiesa, con il permanere delle vocazioni verginali - attraverso il segno della rinuncia al matrimonio edella conseguente solitudine eapparente infecondità - sitrasmette vitalmente e sperimentalmente la certezza che:

- il cuore dell’essere umano può essere riempito soltanto da Dio, e la sua ultima solitudine può essere colmata solo dalla sua “compagnia”;

- Gesù Cristo, vivo e vero, qui e ora, è Dio incarnato che ha offerto e offre il suo vero amore;

- in quest’amore è contenuto e richiesto ogni altro amore: si ama, infatti, indissolubilmente “Cristo e ciò che è suo”;

-  e si tratta di un amore la cui particolare fecondità è destinata ad essere visibile anche in questa vita.

Nella comunità cristiana, le due vocazioni – quella alla verginità consacrata e quella al matrimonio - vanno comprese ed educate non in alternativa, ma in complementarietà, ricordando tuttavia che ognuna di essa è una vocazione totale e totalizzante, e affermando chiaramente che la verginità meglio testimonia lo splendore della sollecitudine e della definitività dell’amore dovuto a Cristo.