Ero morto e il perdono mi ha resuscitato

In un libro la storia di Pietro Maso: assassino dei suoi genitori che grazie al perdono di Dio, delle sorelle e alla cura di don Guido Todeschini, dopo ventidue anni di carcere è rinato a vita nuova

Roma, (Zenit.org) Antonio Gaspari | 1285 hits

Per anni ha nutrito solo il suo narcisismo: soldi, vestiti firmati, profumi, auto lussuose, feste. In fondo un male banale. Poi la tentazione al limite della follia: uccidere i genitori per prenderne l’eredità. Tentò una prima volta con delle bombole a gas che dovevano esplodere e uccidere anche le due sorelle. Poi provò a manomettere il volante dell’auto del padre. Pensò a usare il veleno per topi e lo schiaccia bistecche come arma contundente. 

Alla fine, il 17 aprile del 1991, lui a volto scoperto con tre amici con maschere di carnevale e capelli postici, aspettò i genitori Antonio e Rosa, li colpì con un tubo di ferro, fino a massacrarli e ucciderli. Una ferocia inspiegabile. Secondo lo psichiatra Vittorino Andreoli che ha fatto la perizia si tratta di "ipertrofia narcisistica" con il "padre e la madre percepiti solo come un salvadanaio da cui prelevare quando serviva, e da rompere se il bisogno lo richiedeva".

Nel libro “Il male ero io” scritto da Raffaella Regoli, edito da Mondadori, Pietro Maso racconta: “Hanno scritto di me, di noi, che abbiamo ucciso per fare la bella vita. Noi volevamo entrare nella vita. E invece, macchiandomi del più terribile dei crimini, a diciannove anni sono entrato nella tomba insieme a mamma e a papà”.

Ma come si fa a uccidere i propri genitori? Maso dice: “Dare la vita e dare la morte può farti sentire eterno. Ma non c’è piacere. Io non l’ho provato. Uccidere è privazione. Assenza. Una vertigine distruttiva. E’ come lanciarsi da un palazzo sapendo che non puoi volare”. Il 19 aprile 1991, all’età di 19 anni, Maso entrò nel carcere Campone di Verona, dove fu condannato a 30 anni di reclusione.

Sarebbe dovuto restare in prigione fino al 2021, ma i 3 anni di indulto e i 5 di buona condotta (45 giorni maturati ogni sei mesi) gli hanno permesso di tornare libero il 15 aprile scorso.

Ventidue anni di duro carcere a Verona e poi a Milano, quindi, tra paure, angoscie, sensi di colpa, solitudine. Un crimine enorme che schiaccia mente e cuore.

Maso racconta del carcere: “Ci sono corridoi profondi e bui. E muri sporchi di piscio e sangue, di cibo e sputi. (…) Ci sono porte di legno grosso, scuro, con cerniere di ferro. Quando si aprono quella voce rauca, assordante, volgare, pare un urlo vomitato dalla pancia di un mostro. Ma quello che non riuscirò mai a cancellare è l’odore: quel puzzo che ti si appiccica addosso. Ti sporca dentro. E’ puzzo di carne umana, marcia, di cancrena aperta”.

Tra la disperazione, il peso della coscienza e la paura di subire violenze dagli altri detenuti, a Maso capita di ascoltare alla radio don Guido Todeschini, direttore di Telepace, che parlando di lui disse: “Che facciamo, lo abbandoniamo, lo seppelliamo vivo come meriterebbe o gli tendiamo la mano e cerchiamo di recuperarlo, tenendo conto della sua giovane età? Certo, in questo momento è più facile essere giustizialisti che muoversi al perdono. Ma se noi lo lasciamo lì in carcere, dimenticato, noi commettiamo lo stesso delitto”.

Don Todeschini non si limita a parlarne: lo cerca, gli scrive delle lettere, chiede di incontrarlo. Racconta Maso: “Io, sepolto vivo. Odiato. Rinnegato. Dimenticato. Io che quando arrivava il giorno dei colloqui mi rintanavo in cella in completa solitudine, ora avevo qualcuno che si interessava a me. Accettai”.

L’incontro è l’inizio di una nuova vita. Il perdono di Dio che arriva portato da un sacerdote. Continua Maso “Lo ricordo come fosse ieri. Sono le dieci del mattino. Quanto l’ho atteso questo giorno. Finalmente è arrivato. (…) Dopo quasi dieci mesi qualcuno viene per me (…) Don Guido è in piedi. Volge le spalle al tavolo. La porta si chiude. Finalmente. Davanti a me c’è un uomo sulla cinquantina, alto circa un metro e settanta, corporatura normale. Indossa l’abito nero con il colletto bianco. Quando faccio per entrare lui, invece di ritrarsi come ero abituato a veder fare, mi viene incontro. Mi abbraccia. Non era mai successo”.

Da quel momento don Guido va ogni sabato al carcere. Dice a Maso: “Sai Pietro quanti chilometri ho fatto per portarti tutti i sabati il corpo di Cristo? Se sommiamo i chilometri che ho fatto da Verona a Milano in tutti questi anni, equivarrebbero a più di tre giri attorno al mondo”.

Confessa Maso che don Guido “a volte era paterno, altre duro, aspro. Non sapevo mai cosa aspettarmi. Ma c’era sempre. Non ha mai saltato un sabato. La sua fede, la sua tenacia, mi hanno dato una forza incredibile. Se lui faceva questo per me, dovevo diventare degno del suo sacrificio”. 

Don Guido va avanti e porta le due sorelle Nadia e Laura a incontrare Pietro. Ha scritto Maso: “Ci dividono pochi passi. Ma i miei piedi sono inchiodati a terra. Come i miei occhi. Don Guido capisce e mi fa un cenno con la testa. Io non mi muovo. Nadia e Laura mi vengono incontro. Mi abbracciano. Ora siamo abbracciati. Siamo tre in uno. Mi sarei aspettato di tutto: sguardi di rimprovero, rabbia, schiaffi. E tutto ci sarebbe stato. Ma non ero pronto a questa stretta d’amore. Senza saperlo Laura e Nadia posano una pietra importante sul mio cammino. Questa stretta scioglie tutto: il dolore, la paura, l’odio: la morte”.

“Pietro, ti vogliamo bene, sei nostro fratello” dicono Laura e Nadia. Lui dice: “Ho gli occhi chiusi. Dio mi sta facendo il regalo più grande della mia vita. Non posso crederci, sta succedendo davvero, a me. Non me lo merito. Il loro perdono mi ha liberato da me stesso. Come se qualcuno mi fosse entrato dentro e mi avesse rovesciato”.

Nel giorno di Pasqua del 2008, don Guido trasmette su Telepace l’intervista a Laura e Nadia. Nel suo Blog, Luigi Accattoli, ha trascritto le parole di Laura. (http://www.luigiaccattoli.it/blog/?page_id=9014):

“Sono la sorella di Pietro Maso che 17 anni fa uccise i nostri genitori. Noi sorelle insieme alla perdita dei due genitori avevamo perso anche un fratello e dunque ci trovammo a ricominciare un percorso nuovo e difficile, con una sofferenza dentro che era abbastanza forte, perché non è facile perdonare una cosa così grave. Ringraziamo don Guido per il suo aiuto: è stato lui ad andare a trovare per primo Pietro in carcere e a seguirlo in questi anni. Così anche noi piano piano abbiamo ricostruito un bel rapporto con quel fratello che avevamo perso, come avevamo perso tutta la famiglia.

Lo potevamo anche abbandonare quel fratello, sarebbe stato facile. Invece perdonare è una cosa un poco più profonda e difficile, ma che ci ha anche procurato una gioia dentro per i piccoli passi che vedevamo fare al nostro fratello, il suo cammino, la sua conversione. L’abbiamo perdonato in ascolto delle parole di Gesù: 'Amatevi gli uni gli altri’.

E’ facile amare quando ci si vuole bene, ma è difficile quando ci si sente dire 'ha ucciso i genitori' e sono parole molto forti per noi, ma noi sappiamo che dobbiamo far nostre anche quelle altre parole di Gesù che dice “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Noi abbiamo perdonato con l’aiuto di Dio ed ecco che questo fratello che era morto è come risorto ed è lui, a volte, che ci conforta con il suo cammino. Oggi, che è il giorno di Pasqua, ci pareva bello di poter dire: ‘Eravamo morte e siamo risuscitate’. Alle volte andiamo alle tombe dei nostri genitori e li sentiamo in paradiso e che ci sono vicini e approvano il cammino che i loro figli stanno facendo.

Perdonare non vuol dire voltare pagina e fare come se non fosse successo nulla. Vuol dire vedere tutto, anche quel delitto, alla luce della fede. Non è che uno dimentica. Il perdono è una cosa profonda e uno deve sentirsela dentro per poter vivere bene. Odiando non so come si potrebbe vivere.  

Tante volte siamo andate a trovarlo in carcere, ogni due o tre mesi circa. Non ce l’aveva chiesto, magari era don Guido che ce lo chiedeva e all’inizio noi eravamo contrarie perché temevamo che lui si approfittasse di noi. A poco a poco, trovandoci con lui ci riscoprivamo fratelli e ci dicevamo che magari tanti fratelli che vivono insieme non provano quel sentimento. Così è finita la nostra paura del suo approfittamento e oggi siamo sicure che ha compiuto un cammino senza il quale si sarebbe perso e ci saremmo perse anche noi, in fondo.

I nostri mariti ci hanno assecondato in questa scelta. I nostri bambini piano piano hanno cominciato a capire e sanno e lo chiamano zio e vivono bene il rapporto con lui. La gioia che sentiamo nel cuore di aver ritrovato un fratello ci ha forse aiutate a dare questo insegnamento.Il vescovo Flavio Carraro, che era informato da don Guido, più di una volta ci ha detto: ‘Stategli vicino, perdonatelo, pregate per lui’. Noi abbiamo cercato di farlo”. 

Il male aveva trasformato Pietro in un mostro, ma il perdono di Dio, delle sue sorelle, di don Guido, hanno fatto il miracolo, hanno riportato in vita un giovane che era morto e dannato.