"Essere accolti, essere amati è il bisogno più profondo dell'uomo"

Omelia di monsignor Camisasca per la festa delle Case della carità nella solennità di S. Teresa di Gesù

Roma, (Zenit.org) | 481 hits

Riprendiamo di seguito l’omelia tenuta da monsignor Massimo Camisasca, vescovo della diocesi di Reggio Emilia-Guastalla, nella Messa per la festa delle Case della carità nella solennità di S. Teresa di Gesù, celebrata martedì 15 ottobre nel Palazzetto dello Sport di Reggio Emilia.

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Cari fratelli e sorelle,  

venire qui tra voi è per me come andare al cuore della nostra Diocesi: nell’espressione “casa della carità” è raccolto il senso più profondo delle nostre comunità e della vita cristiana. Cos’è infatti il cristianesimo se non una casa, un luogo in cui ogni uomo e ogni donna può trovare l’origine, la forza e il significato della propria vita? E qual è, infine, questo significato se non la carità che, come ci ricorda san Paolo, è l’unica realtà a restare oltre il tempo (cfr. 1Cor 13,13) e che ci permette di vivere già nel tempo la vita che non finisce?  

La prima casa della carità, di cui le nostre sono un riflesso, è quella che Dio ha costruito per ciascuno di noi quando ha mandato suo Figlio. Pose la sua dimora in mezzo a noi, afferma l’evangelista Giovanni (cfr. Gv 1,14). Dio si incarna per renderci partecipi della vita divina, della carità che è il cuore stesso della Trinità.  

Ma come avviene questa partecipazione della vita di Dio all’uomo? Nel vangelo che abbiamo appena ascoltato Gesù ci svela proprio questo mistero. Dammi da bere, dice alla donna Samaritana (cfr. Gv 4,7). Dio viene a noi come un mendicante, bisognoso di ciò che possiamo dargli. «La cosa più grande nell’amore di Dio – afferma don Divo Barsotti – non è il fatto che egli ci ama, ma il fatto che egli ci chiede l’amore, quasi non potesse fare a meno di quello che noi possiamo dare a lui. Colui che è l’infinito, colui che è l’eterno, colui che è sufficiente a se stesso, stanco riposa sull’orlo di un pozzo» (D. Barsotti, Gesù e la Samaritana, Società Editrice Fiorentina, Firenze 2006, 4).

Nelle case della carità vive uno scambio continuo di doni. Coloro che accogliamo, ci accolgono. La loro povertà ci arricchisce, la nostra povertà ci rende fratelli.  

La sete di Gesù, la sete di Dio – che ritornerà anche alla fine della sua vita, quando dalla croce dirà ho sete (cfr. Gv 19,28) – apre uno squarcio, commovente e nello stesso tempo drammatico, sul mistero profondo dell’incarnazione.

L’umanità di Gesù è il segno supremo della rivelazione di Dio all’uomo, è il portale attraverso cui è necessario passare per comprendere cosa sia la carità, cosa sia la vita divina. La carità è Dio che scende tra noi, che si curva su di noi.

Nello stesso tempo, da parte nostra, la carità è abbracciare l’umanità di Gesù. Accogliendo i poveri, i fratelli (siamo tutti i suoi poveri!) accogliamo Gesù. Noi siamo Gesù gli uni per gli altri.  

Dio, che è l’acqua viva, ha bisogno della nostra povera acqua, ha bisogno del nostro sì a lui per donarci la sua vita. Egli, in questo modo, ci introduce in un itinerario di progressiva immedesimazione. Attraverso la sua sete, ci vuole rendere coscienti della nostra sete, dei nostri veri bisogni. Accogliendo l’altro – come avviene nelle vostre case – noi scopriamo chi siamo, come siamo fatti.

Scopriamo che la vita vera è vivere non per se stessi, ma per colui che è morto per noi (cfr. 2Cor 5,15).

Essere accolti, essere amati è il bisogno più profondo dell’uomo. E Dio si è incarnato proprio per dirci che non siamo abbandonati, non siamo soli. Egli è con noi sempre e non ci lascia morire nella nostra sete. Ecco il fondamento delle case della carità: esse sono il riflesso della misericordia di Dio che si curva su ogni uomo e su ogni donna per donare loro acqua viva.  

Al centro delle vostre case c’è l’Eucarestia. Don Prandi voleva che esse fossero un luogo liturgico. L’Eucarestia rende liturgia ogni momento, ogni atto della nostra esistenza: Offrite i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio. È questo il vostro culto spirituale – afferma san Paolo (cfr. Rom 12,1).  

Dopo aver fatto l’esperienza che abbiamo raccontato, la Samaritana corre in paese per gridare a tutti che cosa le è accaduto. Non riesce più a contenere la sua gioia. Ha trovato la perla preziosa e ha fretta di dirlo a tutti. Comprendiamo allora la profonda unità di carità e missione: la missione nasce dalla carità, più profondamente essa nasce dallo stupore per l’opera che Dio compie nella nostra vita.  

Le case della carità siano luce per gli uomini e le donne alla ricerca del chiarore che illumini la loro notte.

Amen.