Essere anche noi madre di Dio

Vangelo della I domenica dopo Natale

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di padre Angelo del Favero*

ROMA, domenica, 1° gennaio 2012 (ZENIT.org) - Gal 4,4-7 “Fratelli, quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto le Legge, per riscattare quelli che erano sotto le Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli.”.

Lc 2,16-21 “In quel tempo i pastori andarono senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano visto e udito, com’era stato detto loro.”.

Oggi, una settimana dopo la nascita di Gesù, la liturgia ci permette ancora di vivere l’evento di Betlemme con lo stesso, lontano stupore di “tutti quelli che udivano le cose dette dai pastori” (Lc 2,18).

Una simile contemporaneità, non ostante le diverse coordinate storiche, non è fittizia, ma autentica e sperimentabile nei termini di un avvenimento presente. 

Torniamo allora a domandarci: che cosa è accaduto a Betlemme duemila anni fa di così straordinario? Quali “cose” incontenibilmente annunciavano a “tutti”, i pastori in giubilo?

Le ha ripetute al mondo intero nella notte di Natale il Papa, “Pastore dei pastori”:

Dio è apparso. Non è più soltanto un’idea, non soltanto qualcosa da intuire a partire dalle parole. Si è mostrato. E’ uscito dalla luce inaccessibile in cui dimora. Egli stesso è venuto in mezzo a noi. Egli è “apparso” (Benedetto XVI, Omelia alla Messa della Notte di Natale, 2011).

Riconosciamo in queste parole l’eco dell’annuncio natalizio di Paolo: “Figlio mio, è apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini..” (Tt 2,11).

Tutto ciò è radioso come il sole che sorge, arcano come il cuore della notte, meraviglioso come la gioia di un bambino; ma dobbiamo ammettere che per molti cristiani, anche se il Natale non è diventato “una festa dei negozi, il cui luccichio abbagliante nasconde il mistero dell’umiltà di Dio” (Benedetto XVI, idem), la nascita di Gesù non costituisce un evento interiore di questa portata.

Tutt’al più, i fatti di Betlemme sono in grado di risvegliare qualcosa di profondo, di vero, di bello, come un’arcana nostalgia di Dio; ma l’esperienza reale di incontrare il Dio-con-noi, e la grande gioia legata all’adorazione della sua Presenza dentro di noi, rimangono quasi sempre un’esperienza inaccessibile, come se il grembo dell’anima fosse sterile e non potesse accogliere in sé, Gesù.

In breve: una cosa è il desiderio di maternità, un’altra è la gravidanza.

Perciò parole come queste: “Quello che era da principio, Quello che noi abbiamo udito, Quello che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, Quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita, noi Lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi” (1 Gv 1-3), sembrano solo annunciare un’irripetibile esperienza lontana, e perciò un’impossibile comunione.

Per molti, Gesù è Quello cui credere mentre sta nascosto come il sole di una notte senza giorno; Quello presente in un Pane eucaristico del tutto insipido; Quello che solo i mistici e i santi riescono a “vedere” e “toccare”.

Sorge perciò la domanda: come possiamo noi, peccatori, sentirci realmente in comunione con i pastori di Betlemme e con tutti quelli che li udivano?

Costoro non erano né santi né mistici (come l’apostolo Giovanni), eppure passarono avanti ai sacerdoti e ai devoti di Israele per annunciare a tutti ciò che avevano udito e veduto.

Il Signore non guardò solamente l’umiltà di Maria, glorificandola come Madre di Dio, ma guardò anche l’umiltà dei pastori, facendone dei testimoni “glorificati” dalla luce della sua Presenza. Essi infatti “se ne tornarono glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano visto e udito” (Lc 2,21), ed erano assolutamente convincenti e credibili perché tutti li vedevano trasfigurati.

Allo stesso modo Dio guarda oggi al cuore di ognuno di noi, e mentre guarda bussa per entrare e donarci quella “gioia piena alla sua presenza” (Salmo 16/15, 11) che sperimentarono i pastori di Betlemme e, in misura incomparabile, la sua santa Madre.

Gesù stesso ne ha rivelato il modo dicendo: “Chi fa la volontà di Dio, costui è per me... madre” (Mc 3,35).

Volontà di Dio è anzitutto l’umiltà di un cuore vuoto di sé, divenuto un grembo tanto fecondo da far spazio all’Amore divino in termini “materni”. L’Amore viene così “concepito” come una sostanza profonda e reale di cui il cuore fa esperienza continua e trasformante, assolutamente certa.

E’ ciò che Gesù ha solennemente promesso prima di fare ritorno al Padre: “Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui” (Gv 14,21).

Vivendo intensamente l’Amore reciproco, ognuno potrà annunciare che Dio gli è apparso, che Dionon è un’idea, qualcosa da intuire, ma che gli si è mostrato nel grembo dell’anima con l’evidenza e la tenerezza di un bambino.

Il modo e il luogo di una simile certezza è trino e uno: l’Eucaristia, la Parola e la preghiera.

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* Padre Angelo del Favero, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E' diventato carmelitano nel 1987. E' stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine.