Essere prete e riconoscere la necessità di continui e realistici cambiamenti del proprio stile di vita

Se ne è discusso durante l'assemblea annuale del clero della Diocesi di Locri-Gerace

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di Eugenio Fizzotti

ROMA, martedì, 19 giugno 2012 (ZENIT.org) - È stato profondamente vissuto e attivamente partecipato da tutto il clero della Diocesi di Locri-Gerace, l’incontro che, promosso dal vescovo Mons. Giuseppe Fiorini Morosini, ha avuto luogo lunedì 18 giugno nel salone della casa di accoglienza a Riace (Reggio Calabria), accanto al Santuario dei Santi Medici Cosma e Damiano, dove sistematicamente si ritrovano per Esercizi Spirituali e corsi di formazione e campi scuola gruppi di giovani, famiglie, suore e sacerdoti.

Punto di partenza dell’incontro è stata una riflessione del Vescovo che, avvalendosi della sintesi, fatta dal sacerdote e scrittore Luca Bressan, della relazione tenuta dal Santo Padre Benedetto XVI all'assemblea della conferenza episcopale italiana giovedì 24 maggio 2012, ha ricordato che l’affermazione secondo la quale «la figura del prete sta cambiando nasconde una grande questione per la Chiesa italiana» nel senso che «è un cambiamento che renderà la Chiesa diversa: inizialmente sta apparendo come un cambiamento di funzioni, mentre in realtà si strutturerà più radicalmente come un cambiamento di identità».

Con accento particolare mons. Morosini ha ribadito che «il prete continua a mantenere, in quanto rappresentante del mondo del sacro e dell’universo del religioso, un posto di rilievo il che significa che continua a essere vissuta e riconosciuta come una figura di tutto rispetto, una figura capace di consentire, di porre in essere una esperienza di fede, vera, genuina e ricca di contenuti umani e cristiani».

La consapevolezza, frutto di ricerche sperimentali, che a partire dagli anni ’60 del XX secolo è in atto nel mondo europeo ed occidentale un calo del clero in servizio attivo, e in maniera corrispettiva un calo dei candidati al sacerdozio, che ha portato a una vistosa contrazione del numero e della presenza dei preti in Europa, comporta numerose conseguenze: «Aumenti nel carico di lavoro pastorale. Preti costretti a rivestire allo stesso tempo più ruoli e a svolgere contemporaneamente più incarichi. Preti che vedono prolungarsi sempre più il periodo di servizio attivo. Avvicendamenti negli incarichi che divengono sempre più difficili. Istituzioni ecclesiastiche territoriali (parrocchie in primis) che vedono rarefarsi la presenza e la visibilità del corpo presbiterale. Istituzioni ecclesiali che subiscono accorpamenti. Rapido invecchiamento dell’insieme del corpo presbiterale».

Riuniti in gruppi vicariali i preti della Diocesi di Locri-Gerace hanno affrontato con estremo realismo alcune domande di carattere pastorale e formativo: «In che misura senti che la tua identità, la tua vocazione è messa in discussione e da che cosa è messa in discussione? Quali disagi vive oggi la tua vocazione di presbitero? Se ti dovessero domandare ‘come stai?’ cosa risponderesti? Se avessi bisogno di rafforzare la motivazione del tuo essere presbitero, quali passi ritieni di fare e cosa ti senti di chiedere alla comunità del presbiterio?».

Riprendendo in assemblea l’approfondimento della tematica, essi hanno riconosciuto che i preti si scoprono sempre di meno, più vecchi e in parte soli. Ciò vuol dire che «faticano nell’immaginare il loro futuro, riempiendolo di preoccupazioni e colorandolo con previsioni dal tono pessimistico; si dimostrano rigidi nell’accettare cambiamenti nell’impostazione del loro servizio e del loro ministero; faticano nel dare riconoscimento alle nuove figure che li affiancano nell’azione pastorale; si sentono frastornati dai cambiamenti culturali che condizionano la loro azione pastorale e che sono così rapidi da riuscire a trasformare in zone di frontiera e terre di missione anche luoghi tradizionalmente familiari dell’azione ecclesiale; in parte elaborano strategie di fuga dai luoghi di logoramento più chiari e forti, cominciando a preferire ad una responsabilità pastorale diretta e solitaria, il più comodo anonimato di una collaborazione a una più complessiva pastorale urbana o di settore».

Ha avuto una chiara condivisione anche l’opinione che la comprensione in termini sempre più privati della propria figura e del proprio ruolo presbiterale comporta una valutazione dell’azione pastorale e dello stile di vita come capacità fondamentale di operare liberamente, singolarmente e in modo indipendente da qualsiasi condizionamento comunitario o istituzionale.

Ciò vuol dire che i preti che appaiono decisamente più scettici, e anche più spaesati, «scoprono che la semplice ripetizione di pratiche pastorali consolidate sta diventando un’operazione sempre più costosa in termini di energie e di investimento personale, e allo stesso tempo sempre più magra in termini di risultati».

Essenziale, invece, è sentirsi chiamati ad aggiustare in continuazione la propria figura personale e il proprio modo personale di vivere il ministero per riuscire a rispondere alle sfide quotidiane con realistico riconoscimento della distanza esistente tra l’ideale di vita scelto all’inizio della propria vocazione e la realtà storica, sociale e culturale con il quale ci si scontra quotidianamente e che non permette di vivere quell’ideale o/e di esplicitare le sue potenzialità.