Etica e scienza per sconfiggere fame, malattie e sottosviluppo

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ROMA, mercoledì 12 maggio 2004 (ZENIT.org).- La Chiesa non ha paura dei prodotti della scienza, anzi li promuove e sostiene quando questi sono finalizzati al bene dell’umanità. Fondamentali sono i criteri etici di prudenza, giustizia e solidarietà per valutare benefici e limiti dei nuovi prodotti.



Di scienza e di etica degli organismi geneticamente modificati si è discusso il 12 maggio all’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, (APRA) dove la Facoltà di Bioetica in collaborazione con Il Ministero dell’Ambiente e del Rotary, ha organizzato un convegno internazionale dal titolo. “Il riso della speranza - il Biotech che aiuta a vedere lontano”.

Prendendo spunto dal fatto che il 2004 è l’anno internazionale del riso e dalle promettenti prospettive del “golden rice” per salvare la salute e la vita di centinaia di migliaia di bambini vittime della malnutrizione, il cardinale Javier Lozano Barragàn, Presidente del Pontificio Consiglio per la Pastorale della Salute, ha parlato in favore di queste nuove possibilità offerte dalla scienza.

“Gli organismi geneticamente modificati (ogm) nell’agricoltura – ha affermato il cardinale - dirigono alle lodevoli mete di ottenere uno sviluppo sostenibile nelle aree rurali, assicurando una partecipazione giusta ed una partecipazione bilanciata degli interessi tanto dei ricchi come dei poveri, assicurando azioni percorribili per le future generazioni”.

“Dobbiamo incoraggiare la cooperazione e la solidarietà tra le istituzioni, l’integrazione tra scienza sperimentale e tecnologie, e sviluppare nuovi codici di condotta etica che favoriscano specialmente i più poveri ed emarginati come popoli e come individui” ha, in seguito, aggiunto il porporato.

Prima di concludere, Lozano Barragan ha tenuto a sottolineare che “Il nostro discorso si deve dirigere a combattere e vincere gli effetti cattivi della globalizzazione, della fame, della povertà e della ineguaglianza tra i popoli”.

Padre Gonzalo Miranda, L.C. Decano della Facoltà di Bioetica dell’APRA, ha esordito dicendo: “Alcune persone sono dell’idea che la manipolazione genetica degli esseri viventi sia in se stessa, per il suo stesso oggetto, un atto eticamente riprovevole, in quanto tende ad alterare ciò che è naturale”, ma “la visione antropologica della Chiesa cattolica porta a conclusioni diverse”.

Nelle prime pagine della Bibbia, nel libro della Genesi, ha precisato Miranda “Dio ha posto l’uomo come giardiniere della creazione, il quale deve agire con responsabilità per coltivare e custodire il creato”.

L’illustre docente ha ricordato le parole di Papa Giovanni Paolo II, quando ha detto che “nel delicato campo della medicina e della biotecnologia la Chiesa cattolica non si oppone in alcun modo al progresso”.

Poichè “la tecnica – ha continuato il Pontefice – potrebbe costituire, con una retta applicazione, un prezioso strumento utile a risolvere gravi problemi, a cominciare da quelli della fame e della malattia, mediante la produzione di varietà di piante più progredite e resistenti e di preziosi medicamenti”.

Miranda ha poi sottolineato che “utilizzare i frutti di questa ricerca richiede grande responsabilità” affinchè “gli scienziati utilizzino la loro ricerca e le loro capacità tecniche per il servizio all’umanità, sapendo subordinarle ai principi e valori morali che rispettano e realizzano nella sua pienezza la dignità dell’uomo”.

Circa i rischi da molti paventati Miranda ha precisato che: “sono poche le attività umane che non comportano nessun rischio” per questo “è necessario una valutazione e una gestione caso per caso” e “si deve stabilire una comparazione con gli eventuali previsti benefici”.

Dopo aver spiegato che “la Chiesa riconosce la giusta funzione del profitto nella vita delle aziende” a condizioni però che questo sia posto “al servizio dell'uomo, di ogni uomo e di ogni gruppo umano, di qualsiasi razza o continente”, padre Miranda ha affermato “come sia doveroso promuovere criteri di giustizia ed equilibrio tra i diritti dei ricercatori e produttori e quelli dei consumatori ed agricoltori”.

“Interscambio di conoscenze scientifiche e tecnologiche, trasferimento di tecnologie verso i paesi di sviluppo, educazione e preparazione di agenti che rendano autosufficienti questi paesi (...) sono tutte espressioni di vera solidarietà internazionale”, ha concluso il decano della Facoltà di Bioetica dell’APRA.