"Eucaristia, cultura e società"

Relazione di mons. Bruno Forte alla 62a Settimana Nazionale di Aggiornamento Pastorale

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ROMA, giovedì, 28 giugno 2012 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo della relazione tenuta oggi da monsignor Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto, alla 62a Settimana Nazionale di Aggiornamento Pastorale, in corso ad Orvieto.

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Singolare attualità del passato: definirei così l’impressione che lascia la lettura del passo De Civitate Dei in cui Agostino, meditando sul tempo drammatico che gli fu dato di vivere, quello del tramonto dell’impero romano, stigmatizza le ragioni della crisi di cui è spettatore. Queste non vanno cercate nell’impatto esterno dei barbari, elemento solo concomitante, aperto anzi alla potenzialità positiva di immettere linfa nuova nel sangue malato di una civiltà in sfacelo. La profonda causa del declino della cultura e della società dell’antica Roma è per il Vescovo d’Ippona di carattere morale: si tratta dell’attitudine - avallata dai vertici e divenuta mentalità comune - a preferire la vanitas alla veritas, la vanità alla verità. Le due logiche si oppongono: la vanità dà il primato all’apparenza, a quella maschera rassicurante, che copre interessi egoistici e prospettive di corto metraggio dietro proclamazioni altisonanti, misurando ogni cosa sul gradimento dei più. La verità fonda invece le scelte sui valori permanenti, sulla dignità di ogni persona umana davanti al suo destino, temporale ed eterno. Eppure, nel mondo “che va dissolvendosi e sprofonda” (“tabescenti ac labenti mundo”), Agostino riconosce l’opera di Dio, che nel rispetto delle libertà va radunandosi una famiglia per farne la sua città eterna e gloriosa, fondata “non sul plauso della vanità, ma sul giudizio della verità” (“non plausu vanitatis, sed iudicio veritatis”: II, 18, 3).

Lo straordinario affresco di “teologia della storia”, tracciato dal Pastore teologo, mi pare di un’impressionante attualità: all’orgia della frivolezza, che ha celebrato i miti del consumismo esasperato e dell’edonismo rampante, urge opporre scelte fondate sulla verità e sul primato dei valori, a cui a nessuno è lecito sottrarsi. Così, la crisi della politica,davanti a cui ci troviamo, è frutto anche del modo di agire che ha separato l’autorità dall’effettiva autorevolezza dei comportamenti e la rappresentanza democratica dalla reale rappresentatività dei bisogni e degli interessi dei cittadini. Dove l’amministratore o il politico perseguono unicamente il proprio interesse, puntando sull’immagine e sulla produzione del consenso, lì trionfa la “vanitas” a scapito della “veritas”. Il primato della verità esige una politica ispirata alla ricerca prioritaria del bene comune, capace di ascoltare e coinvolgere i cittadini come portatori di bisogni e di diritti, di proposte e di potenzialità, e perciò in grado di dire anche dei “no” per fare ciò che è giusto: e questo è inseparabile dalla tensione etica in grado di anteporre al proprio il bene comune.

Sul piano dei modelli culturali e delle risorse spiritualila “vanitas” trionfa lì dove si privilegia l’effimero a ciò che non lo è, sradicando l’agire dalla memoria collettiva, di cui sono tracce le opere dell’arte e dell’ingegno e le tradizioni spirituali e religiose. Una comunità privata di memoria perde l’identità e rischia di essere esposta a strumentalizzazioni perverse: il trionfo della “veritas” consiste qui nel rispetto e nella promozione del patrimonio culturale, artistico, religioso della collettività, come base per il riconoscimento dei bisogni e delle priorità cui tendere. L’ambito dell’economiaè parimenti luogo della contrapposizione fra “vanitas” e “veritas”: se alla prima s’ispira un’azione economica orientata al solo profitto e all’interesse privato, alla seconda punta un’economia attenta non solo alla massimizzazione dell’utile, ma anche alla partecipazione di tutti ai beni, al rafforzamento dello stato sociale, alla promozione dei giovani, delle donne, degli anziani, delle minoranze. Un’economia di comunione, che miri alla messa in comune delle risorse, al rispetto della natura, alla partecipazione collettiva agli utili, al reinvestimento finalizzato a scopi sociali, al principio di “gratuità” e alla responsabilità verso le generazioni future, può essere il modello della svolta necessaria in questo campo (rilevanti in questa direzione sono le tesi dell’Enciclica di Benedetto XVI Caritas in veritate del 29 Giugno 2009).

È, dunque, l’eticail campo di applicazione più profondo della dialettica proposta da Agostino: a una morale individualista e utilitaristica, finalizzata esclusivamente all’interesse dei pochi, occorre opporre un’etica della verità, aperta a valori fondati sulla comune umanità e sulla dignità trascendente della persona. Quest’etica si caratterizzerà per il primato della responsabilità verso gli altri, verso se stessi e verso l’ambiente, per l’urgenza della solidarietà, che pone in primo piano i diritti dei più deboli, e per l’apertura ai valori spirituali.

È sullo sfondo di un tale scenario che vorrei interpretare la domanda, che è alla base della mia riflessione: è possibile motivare a partire dall’eucaristia il senso e le forme dell’impegno cristiano ed ecclesiale per il rinnovamento della cultura, della società e delle singole persone, di cui sentiamo urgente il bisogno? Se sì, come? Ascoltando i testi fondativi della fede, si può affermare che l’eucaristia è l’evento in cui la verità in persona si fa presente nel Corpo e nel sangue del Signore per illuminare, sostenere, trasformare i credenti e la comunità ecclesiale e farne fermento efficace di nuova cultura e di una società meno dissimile dal disegno di Dio.

In questo di ascolto si profila come particolarmente illuminante quel momento della vita del Signore, che per la sua intensità si pone come passaggio fra il Cristo nella carne e il Cristo misticamente prolungato nel tempo: l’Ultima Cena. Essa è certamente per Gesù un punto culmine, da Lui atteso e sospirato a lungo (Lc 22,15), «ora» suprema (Gv 13,1) e definitiva (Lc 22,16.18) della sua esistenza terrena. Al di là della Cena non c’è che l’attuazione di ciò che essa preannuncia e illumina anticipando: la Pasqua di morte e di resurrezione. Perciò si può dire che «il problema dell’Ultima Cena è il problema della vita di Gesù» (Albert Schweitzer). Perciò, la Cena riveste una singolare importanza anche per la vita della Chiesa: soglia fra il Gesù storico e il Cristo attualizzato misticamente nel tempo, essa è il suggello dell’amore del primo e la fonte della vita del secondo. La Cena è l’atto istitutivo fontale della Chiesa, in cui si potranno ritrovare i caratteri e i compiti fondamentali che il Signore dà alla sua comunità. Essa è il culmine e la fonte della vita della comunità cristiana e quindi anche del suo impegno di servizio e di testimonianza in ordine al rinnovamento della cultura e della società in cui è posta.

1. Dall’eucaristia l’impegno per il rinnovamento della società nella prospettiva del primato dello Spirito

Nell’Ultima Cena Gesù, istituendo l’eucaristia, istituisce la Chiesa: non a caso egli sceglie il banchetto pasquale come quadro del suo dono. In tal modo è espressa chiaramente la sua intenzione di sostituire al memoriale pasquale dell’antica alleanza, sorgente del patto con Israele, il memoriale della nuova alleanza nel suo sangue, fonte della vita e della missione della Chiesa. A ciò si aggiunga che i riferimenti al Vecchio Testamento, presenti nei racconti dell’istituzione dell’eucaristia, sono tutti in rapporto all’idea di patto: il richiamo al sangue dell’alleanza, che ricorda Es 24,8, il tema della nuova alleanza, che riprende Ger 31,31 e i numerosi riferimenti ai Carmi del Servo sofferente di Jahvé di Isaia, concordano nel presentare l’eucaristia come memoriale di alleanza. La missione che il Signore confida alla sua Chiesa è tutta compendiata nelle parole che egli pronuncia nell’Ultima Cena: «Fate questo in memoria di me» (Lc 22,19 e 1 Cor 11,2425). Con esse Gesù consegna agli apostoli il mandato di celebrare nella storia il memoriale della sua Pasqua1: in questo compito viene come a riassumersi l’intera missione della comunità cristiana nel tempo. La Chiesa dovrà celebrare nella storia il memoriale del suo Signore: questa è la sua ragion d’essere e il suo compito, l’unico cui è propriamente chiamata in vista del servizio da rendere al rinnovamento della comunità degli uomini e alla salvezza del mondo.

In che cosa consiste questo compito? Per comprenderlo, occorre chiarire l’idea biblica di “memoriale”, centrale per l’intelligenza delle intenzioni di Gesù sulla Sua Chiesa: nella Scritture il “memoriale” non è il semplice ricordo di un evento passato, paragonabile all’idea occidentale di memoria, che connota un movimento dal presente al passato, per una sorta di dilatazione della mente. I termini ebraici zikkaron, azkarah, che il greco traduce con anámnesis, mnemósunon, indicano un movimento opposto, il farsi contemporaneo di un evento passato per azione della potenza divina attualizzatrice: il già si ripresenta, si fa contemporaneo alla comunità celebrante. Quest’azione potente dell’Altissimo è chiarita dall’insieme della rivelazione neotestamentaria come irruzione dello Spirito Santo, che attualizza nella storia la Pasqua di Cristo, in cui si compendia tutto il Vangelo. In tal modo il memoriale si presenta come l’evento che sommamente esprime e realizza la missione della Chiesa: celebrando il memoriale del Signore, la comunità cristiana si rende disponibile all’azione dello Spirito, che rende presente nella diversità dei tempi e dei luoghi l’evento di salvezza, oggetto della buona novella.

Se dunque il compito essenziale della Chiesa sta nell’obbedire al comando del Signore: «Fate questo in memoria di me», e se agente e termine del memoriale è Cristo stesso nel suo Spirito, si può affermare che è lo Spirito l’agente primo della missione ecclesiale, perché è Lui a render presente qui ed ora il Cristo del Vangelo. La Chiesa deve lasciarsi plasmare da questo irrompere dello Spirito, invocandolo come colui che realizza la memoria del Signore. Solo a questa condizione la sua missione al servizio dell’umanità rinnovata non sarà vuota parola di carne, ma potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede (cf. Rm 1,16). E lo Spirito invocato dalla Chiesa renderà presente quel Cristo che, unto dallo Spirito stesso nei giorni della sua carne (cf. Mt 3,17; 4,1; Lc 4,14.18.21 ecc.), ha effuso a sua volta lo Spirito (cf. Gv 20,22 ecc.). In questa invocazione incessante del Consolatore, in questo ascolto che è attesa e accoglienza feconda, perseverante nella notte della fede, sta il fondamento di ogni azione evangelizzatrice e di ogni servizio ecclesiale alla comunità degli uomini.

Ne consegue che per i credenti il rinnovamento della cultura e della società non è opera delle sole mani dell’uomo: alla luce del sacramento eucaristico, culmine e fonte della vita e della missione della Chiesa, si deve affermare che esso nasce, si realizza e si sviluppa in forza del dono di Dio, da invocare ed accogliere nel primato della dimensione contemplativa della vita. La misura del bene vero e duraturo del singolo e della società va attinta nel riferimento all’ultimo orizzonte e all’ultima Patria, che nell’ascolto perseverante della Parola e nell’esperienza dello Spirito si lasciano intravedere e vengono a giudicare e confortare il nostro presente. Senza la costante attenzione alla dimensione eucaristica e contemplativa della vita, che faccia spazio all’irruzione sempre gratuita e sorprendente dello Spirito, nessun rinnovamento della società e del cuore umano potrà essere autentico e duraturo. Una cultura e una società rinnovate non nasceranno che da una profonda e costante esperienza eucaristica, nutrita di ascolto, di rendimento di grazie e di contemplazione.

2. Dall’eucaristia il rinnovamento sociale nel segno della comunione e della solidarietà

La disponibilità allo Spirito, che la celebrazione del memoriale esige, deve manifestarsi in gesti concreti e in un’attitudine di vita, che riproducano nel tempo l’atteggiamento e le scelte del Cristo nella celebrazione della sua Pasqua. Lo Spirito rende presente il Cristo e suscita la Chiesa lì dove la comunità dei credenti si dispone alla celebrazione del memoriale, rivivendo fedelmente quanto il Signore ha fatto nell’Ultima Cena. Ora, nell’atto dell’istituzione dell’eucaristia Gesù banchetta con i suoi: questo semplice fatto crea fra lui e i convitati un profondo legame di fraternità. In Israele la comunione conviviale è comunione di vita: un pasto preso in comune, soprattutto in una circostanza speciale e solenne, unisce i commensali in una comunità sacra al punto che violarla costituisce una delle colpe più gravi. In modo ancor più particolare la frazione del pane, con la distribuzione di un pezzetto a ciascuno, e la partecipazione allo stesso calice di vino sono segno di una profonda solidarietà, nella comunanza di sorte. Gesù lega così esplicitamente l’istituzione dell’eucaristia al banchetto di fraternità: Egli non sceglie come segno del suo dono un pane e un vino qualunque, nella loro materialità elementare, ma il pane e il calice della fraternità. Ne consegue che la celebrazione della memoria del Signore esige e fonda la comunione a Cristo e fra di loro dei convitati: non si fa il memoriale nella vita, e di conseguenza non si opera per il rinnovamento della cultura e della società, senza questa comunione. È nella testimonianza di una condivisione di sorte, di una solidarietà fattiva, che la Chiesa si fa luogo d’irruzione dello Spirito per render presente nel tempo il Vangelo del Risorto.

Questa comunione ha sempre una dimensione insieme cattolica e locale. In quanto il memoriale rende presente la Pasqua in uno spazio e in un luogo determinati, la celebrazione di esso implica la fedeltà a un concreto «hic et nunc». È così che l’Incarnazione si prolunga analogicamente nella storia degli uomini, assumendo la diversità dei linguaggi e delle culture. Insieme, però, è l’unico Cristo «passus et glorificatus» che nello Spirito si fa presente nella varietà dei tempi e dei luoghi: ciò fonda ed esige la cattolicità di ogni atto di evangelizzazione, cioè la presenza in esso di tutto il mistero cristiano e l’apertura necessaria alla comunione di tutte le chiese e all’insieme dei bisogni umani. La missione ecclesiale cioè deve essere cattolica nel duplice senso di questo termine: deve rendere presente tutto il Cristo (kath’ ólou = in pienezza) per tutto l’uomo, per tutti gli uomini, fino agli estremi confini della terra (katholikós = universale). Non si evangelizza, se non in comunione con tutta la Chiesa, annunciando tutto il Vangelo a tutto l’uomo e almeno in tensione a ogni uomo.

Ciò significa che il rinnovamento culturale e sociale sgorgante dall’eucaristia non potrà essere prodotto se non da chi - muovendo dalla comune partecipazione alla mensa del Signore - opera secondo l’ispirazione di un’etica della comunione e della solidarietà: lì dove prevalesse la logica dell’interesse “particulare”, lì dove si dimenticasse l’esigenza morale di servire e promuovere tutto l’uomo in ogni uomo, specialmente nelle fasce sociali più deboli, il rinnovamento si limiterebbe a operazione di facciata, senza fondamento e credibilità. L’eucaristia insegna a rinnovare l’uomo e la storia nella solidarietà del pane spezzato insieme, del calice condiviso: senza questa compagnia, non si farà che favorire l’egoismo dei pochi, compromettendo alla fine la qualità della vita per tutti. Dal pane di vita eterna condiviso scaturisce insomma una cultura della solidarietà e della comunione, che contesta ogni logica egoistica ed educa al primato del bene comune.

3. Dall’eucaristia un’etica del servizio nutrita dal Pane di vita

La comunione che la Cena fonda fra i convitati e Cristo, esige la partecipazione alla sorte di Lui: i richiami veterotestamentari dei racconti dell’istituzione concordano nel delineare questa sorte come quella del Servo. I Carmi del Servo sofferente del DeuteroIsaia, lasciano infatti intravedere la conclusione di un’alleanza (cf. Is 42.6; 49,8), nuova (cf. 42,9), che si farà nella persona stessa del Servo (cf. 42,6; 49,8) e mentre evocano l’immagine sacrificale dell’agnello (cf. 53,7), insegnano l’espiazione dei peccati mediante sostituzione di una vittima innocente (53,1012), contenendo il perì (upèr) pollón = «per molti» che figura in Mt 26,28 e Mc 14,24. Le influenze della figura veterotestamentaria del Servo sul quadro dell’Ultima Cena sono dunque evidenti: esse vengono peraltro confermate dall’evangelista Luca, che riferisce nel contesto della Cena i due detti sul servizio di coloro che hanno autorità (Lc 22,2427), e da Giovanni, che vede nell’episodio della lavanda dei piedi l’espressione perfetta del senso interiore dell’istituzione eucaristica, di cui egli non parla. In forza della fraternità conviviale, la comunità eucaristica deve comunicare alla sorte del Servo, diventando essa stessa serva: mangiando il “corpo donato” deve diventare, per la forza che esso le comunica, “corpo ecclesiale donato”, “corpo per gli altri”, “corpo offerto per le moltitudini”. Nel memoriale pasquale la Chiesa nasce come popolo servo, comunità di servizio.

Ne derivano importanti conseguenze per la sua missione nei confronti della cultura e della società: celebrare il memoriale del Signore è un «servizio» ed esige perciò dei «servi». Si pone qui l’esigenza di valorizzare i diversi ministeri e carismi che lo Spirito suscita e di vedere lo stesso ministero ordinato all’interno di una Chiesa tutta intera ministeriale. La comune partecipazione dei battezzati alla sorte del Servo evidenzia così la corresponsabilità articolata di tutti i credenti nell’evangelizzazione e nella carità. Inoltre, il carattere di «servizio» fa sì che nella missione evangelizzatrice si risolva il dilemma ecclesiale «identitàrilevanza»: evangelizzando, la Chiesa non solo afferma la propria identità, ma rende anche il servizio più fecondo alla cultura e alla società; e d’altra parte servendo l’uomo e operando per la sua promozione, la Chiesa non perde la sua identità, che è quella di popoloservo, partecipe alla sorte del Cristo servo.

La solidarietà al Servo sofferente del Signore illumina, inoltre, un altro aspetto del compito della Chiesa: quello che può chiamarsi della missione sotto la Croce. Se Gesù nel memoriale si offre come Colui che soffre per amore, la Chiesa, celebrando nella storia il memoriale del suo Signore, sa di dover partecipare al mistero del dolore. Servire la causa di Dio e il rinnovamento della società alla luce del Vangelo non è opera di trionfalismo o di facili conquiste: il Vangelo si rende presente lì dove il popolo di Dio completa nella sua carne la passione del Figlio dell’Uomo. Nella povertà del dolore, nella mancanza dei mezzi umani, nella prova della persecuzione, nella presenza discreta e fedele di un amore apparentemente infecondo, i cristiani celebrano nella vita il memoriale della Croce, e rendono così vivo e presente il Vangelo del dolore di Dio, che è il Vangelo del Suo amore e della nostra salvezza. Alla luce del sacramento eucaristico l’impegno dei cristiani al servizio del rinnovamento della cultura e della società va dunque connotato al tempo stesso e inseparabilmente come servizio e come partecipazione alla Croce del Signore: ciò mostra come si sia totalmente allontanato dall’ispirazione evangelica chi abbia inteso l’impegno sociale e politico come strumento per l’affermazione di sé, dei propri interessi e delle proprie mire predatorie. Nessun rinnovamento sociale si darà veramente senza operatori coraggiosi pronti a vivere la politica e l’impegno per gli altri come carità, ispirata a una logica rigorosa di gratuità e allo spirito del servizio, e pronta a pagare anche il prezzo più alto piuttosto che cedere al compromesso egoistico di un potere perseguito soltanto per se stesso.

4. Dall’eucaristia il rinnovamento sociale all’insegna della permanente riforma e della speranza più grande

Nell’ultima Cena Gesù presenta infine la tensione escatologica propria del suo memoriale: egli annuncia che non berrà più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrà nuovo con i suoi nel Regno del Padre (cf. Mt 26,29; Mc 14,25), finché cioè il Regno non venga (cf. Lc 22,18). Mangiando il pane e bevendo al calice dell’eucaristia, i credenti annunzieranno la morte del Signore fino al suo ritorno (cf. 1 Cor 11,26). Il banchetto della nuova Pasqua rimanda a un altro banchetto, quello definitivo del Regno, di cui è anticipazione e promessa, e verso il quale fa lievitare la storia del mondo. Il memoriale che Gesù confida alla sua Chiesa si pone così come eucaristia di speranza, apertura al futuro promesso di Dio. Ne consegue per la missione della Chiesa un duplice compito: anzitutto essa dovrà essere sempre annuncio dell’avvento divino, e perciò forza sovversiva del presente, coscienza critica della vicenda umana. Portando in ogni situazione la forza della sua «riserva escatologica», l’annuncio ecclesiale non potrà essere separato dalla denuncia, l’appello al futuro dalla contestazione del presente, in tutto ciò che esso presenta di chiusura all’azione rinnovatrice dello Spirito.

In secondo luogo, celebrare nella vita il memoriale della speranza significherà per la Chiesa proclamare costantemente la propria provvisorietà, nella consapevolezza di essere il Regno incoato, di vivere il tempo «penultimo», la stagione che sta fra il “già”, compiuto nella Pasqua del Cristo, e il “non ancora”, promesso per il Suo ritorno. Deriva da qui per la comunità credente il dovere di vivere in stato di perpetua ricerca e purificazione: fedele al “già”, essa è sempre proiettata verso l’avvenire, tendendo incessantemente alla pienezza della verità divina, finché in essa giungano a compimento le parole del Signore (cf. Dei Verbum 8). La Chiesa, celebrando nella storia il memoriale della nuova Pasqua, indica la meta futura, giudica il presente, e contagia gli uomini della forza della speranza. In tale maniera, si purifica, perché espone la propria miseria al giudizio salvifico dello Spirito, che in modo sempre nuovo irrompe nel tempo degli uomini e li proietta verso l’avvenire di Dio. L’evangelizzazione richiama costantemente la Chiesa alla sua povertà e insieme alla sua speranza.

In questa luce, il rinnovamento culturale e sociale di cui avvertiamo il bisogno si offre come il frutto della speranza più grande, capace di costituire una sorta di riserva critica nei confronti di tutte le miopi realizzazioni mondane e di sostenere l’impegno di una continua riforma, che non si appaghi dei risultati raggiunti, non ceda all’estasi dell’adempimento e alla seduzione del possesso, ma viva la costante ricerca di un bene più grande per ciascuno e per tutti. La vigilanza critica che il pane eucaristico chiede ai pellegrini di Dio nella loro opera al servizio del rinnovamento della cultura e della società è dunque senza sconti o dispense. Lungi dall’essere a buon mercato, la logica eucaristica che ispira il rinnovamento sociale nella visione di fede è a caro prezzo: solo così, però, essa è all’altezza di un compito, come quello affidato alla Chiesa, che non dovrà mai essere dimentico delle promesse di Dio e delle attese più vere degli uomini.

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L’eucaristia contiene dunque ciò che c’è di più essenziale per la vita della Chiesa e il suo servizio al mondo: perciò, da una celebrazione eucaristica consapevole ed attiva le comunità e i singoli potranno trovare la forza e lo stile di una loro presenza efficace nell’opera di rinnovamento così necessaria alla cultura e alla società in questi anni inquieti di fine millennio. Vorrei ricordare qui l’esempio di Santa Caterina da Siena, riprova vivente di quanto sono andato esponendo. In una lettera indirizzata a Raimondo da Capua, il confessore che più d’ogni altro l’aveva sostenuta nell’amore alla comunione frequente e nell’impegno per il rinnovamento della Chiesa e della società del suo tempo, Caterina, avanzata nel dolore verso l’ultimo passaggio della vita e sempre fervida nell’amore allo Sposo e alla sua gente, scrive, quasi in forma di testamento spirituale di chi dall’eucaristia ha tratto e trae la forza della sua dedizione totale al rinnovamento della Chiesa e della società: «Prego la divina Bontà che tosto mi lassi vedere la redenzione del popolo suo. Quando è l’ora della terza e io mi levo dalla Messa, voi vedreste andare una morta a Santo Pietro; ed entro di nuovo a lavorare nella navicella della Santa Chiesa. Me ne sto così infino presso all’ora del vespero; e di quello luogo non vorrei uscire né dì né notte, infino che non veggo un poco fermato e stabilito questo popolo col Padre loro...»2. Non potrà l’incontro eucaristico essere anche per noi, Chiesa di Dio pellegrina in Italia e nell’intero “villaggio globale” in questa inquieta stagione di cambiamenti, la sorgente di un impegno di rinnovamento culturale e sociale, che sia al tempo stesso contemplativo, solidale, appassionato nel servizio e ricco di speranza, anche sotto il segno della Croce? Lo chiediamo al Signore della storia, ricorrendo alle parole della stessa Santa, che tanto incise sulla cultura e la società del suo tempo, precisamente partendo dall’incontro con Gesù vivo nell’eucaristia:

Spirito Santo, vieni nel mio cuore;
per la Tua potenza tiralo a Te, mio Dio.
Concedimi carità e timore,
custodiscimi, Cristo, da ogni mal pensiero,
infiammami e riscaldami del tuo dolcissimo amore.
A ciò ogni travaglio mi sembri leggero:
assistenza, chiedo, ed aiuto nelle necessità,
Cristo Amore, Cristo Amore!3

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NOTE

1 Matteo e Marco, che si rivolgono a cristiani di provenienza giudaica, non avvertono il bisogno di questa esplicitazione, poiché per l’ebreo l’idea di memoriale era già immediatamente connessa con quella di celebrazione pasquale. Nonostante il silenzio di queste due redazioni evangeliche, c’è dunque una consonanza di fondo fra i testi dell’istituzione nel cogliere in ciò che Gesù ha fatto nella Cena un evento da memorializzare.

2 Lettera 373.

3 Secondo la tradizione, preghiera scritta di suo pugno dall’analfabeta Caterina, mossa da superiore impulso: T. Caffarini, Supplemento, Lucca 1754, I, I, 10.