Fa più evangelizzazione chi prega senza parlare che chi parla senza pregare.

Padre Cantalamessa spiega come i monaci hanno convertito i barbari

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di Antonio Gaspari

ROMA, venerdì, 9 dicembre 2011 (ZENIT.org).- Nella sua seconda predica di Avvento Padre Raniero Cantalamessa ha raccontato come hanno fatto i monaci a convertire i barbari e sottolineato l’importanza della vita contemplativa in vista dell’evangelizzazione:

Parlando della seconda grande ondata di evangelizzazione nella storia della Chiesa, quella che seguì al crollo dell’impero romano e al rimescolamento di popoli provocato dalle invasioni barbariche, il Predicatore della Casa Pontificia ha sottolineato che di fronte alla smarrimento per la fine dell’impero romano S. Leone Magno ebbe chiara la consapevolezza che la Roma cristiana sarebbe sopravvissuta alla Roma pagana e anzi “presiederà con la sua religione divina più ampiamente di quanto avesse fatto questa con la sua dominazione terrena”.

Fondamentale l’atteggiamento dei cristiani verso i popoli barbari che – ha precisato padre Cantalamessa – “da esseri inferiori, incapaci di civiltà, essi cominciano a venire considerati come possibili futuri fratelli di fede. Da minaccia permanente, il mondo barbarico comincia ad apparire ai cristiani un nuovo, vasto campo di missione”.

Secondo il predicatore della Casa Pontificia il momento decisivo della rievangelizzazione dell’Europa fu la conversione del re merovingio Clodoveo che nella notte di Natale del 498, o 499 si fece battezzare dal vescovo di Reims S. Remigio.

Al momento di battezzare Clodoveo, S. Remigio disse: “Mitis depone colla, Sigamber; adora quod incendisti, incende quod adorasti”: “China umilmente la nuca, fiero Sigambro: adora quel che hai bruciato, brucia quel che hai adorato”.

Ed è a questo fatto che la Francia deve il suo titolo di “figlia primogenita della Chiesa”.

Padre Raniero ha precisato che “l’evangelizzazione dei barbari presentava una condizione nuova, rispetto a quella precedente del mondo greco-romano, perchè mentre con Roma il cristianesimo aveva davanti a sé un mondo colto, organizzato, con ordinamenti, leggi, dei linguaggi comuni; aveva, insomma, una cultura con cui dialogare e con cui confrontarsi”, con i barbari si trovò a dover fare, nello stesso tempo, “opera di civilizzazione e di evangelizzazione; dovette insegnare a leggere e scrivere, mentre insegnava la dottrina cristiana. L’inculturazione si presentava sotto una forma del tutto nuova”.

E’ vero che dietro alcune grandi conversioni di re barbari vi fu spesso l’ascendente esercitato su di essi dalle rispettive mogli: santa Clotilde per Clodoveo, santa Teodolinda per il re longobardo Autari, la sposa cattolica del re Edvino che introdusse il cristianesimo nel nord dell’Inghilterra, “ma – ha sostenuto il Predicatore della casa Pontificia - i veri protagonisti della rievangelizzazione dell’Europa dopo le invasioni barbariche furono i monaci”.

Dal V all’VIII secolo infatti l’Europa si riempì letteralmente di monasteri, molti dei quali svolsero un compito primario nella formazione dell’Europa, non solo della sua fede, ma anche della sua arte, cultura e agricoltura.

A ragione S. Benedetto è stato proclamato Patrono d’Europa e il Pontefice Benedetto XVI , nel 2005, scelse Subiaco per la sua lezione magistrale sulle radici cristiane d’Europa.

Per Padre Cantalamessa c’è una certa analogia tra la fine dell’impero romano e la situazione attuale. “Allora – ha spiegato il movimento di popoli era da Est a Ovest, ora esso è da Sud a Nord. La Chiesa, con il suo magistero, ha fatto, anche in questo caso, la sua scelta di campo che è di apertura al nuovo e di accoglienza dei nuovi popoli”.

Il Predicatore della casa Pontificia ha fatto notare che oggi non arrivano in Europa popoli pagani o eretici cristiani, ma spesso popoli in possesso di una loro religione ben costituita e cosciente di se stessa.

“Il fatto nuovo è dunque il dialogo che non si oppone all’evangelizzazione, ma ne determina lo stile” ha osservato, ed ha aggiuntoche alla luce dell'economia di salvezza, “la chiesa non vede un contrasto fra l'annuncio del Cristo e il dialogo interreligioso; sente, però, la necessità di comporli nell'ambito della sua missione ad gentes”.

In questo contesto Padre Cantalamessa ha rilevato “l’importanza della vita contemplativa in vista dell’evangelizzazione” sia nel passato che nell’oggi, ed ha indicato diversi esempi di vita contemplativa direttamente impegnata anche sul fronte dell’evangelizzazione.

Quindi ha sottolineato che “Non basta che nella Chiesa vi sia chi si dedica alla contemplazione e chi si dedica alla missione; bisogna che la sintesi tra le due cose avvenga nella vita stessa di ogni missionario”.

A questo proposito ha ricordato che “i grandi monaci che rievangelizzarono l’Europa dopo le invasioni barbariche erano uomini usciti dal silenzio della contemplazione e che vi rientravano appena le circostanze lo permettevano loro”.

Dopo aver rilevato che la giornata di Gesù era un intreccio mirabile tra preghiera e predicazione. “Egli non pregava solo prima di predicare, pregava per sapere cosa predicare, per attingere dalla preghiera le cose da annunciare al mondo”, padre Raniero ha sostenuto che lo sforzo per una nuova evangelizzazione è esposto a due pericoli: “uno è l'inerzia, la pigrizia, il non fare nulla e lasciare che facciano tutto gli altri. L'altro è il lanciarsi in un attivismo umano febbrile e vuoto, con il risultato di perdere a poco a poco il contatto con la sorgente della parola e della sua efficacia”.

Ed ha concluso affermando che “La preghiera è essenziale per l’evangelizzazione perché la predicazione cristiana non è primariamente comunicazione di dottrina, ma di esistenza. Fa più evangelizzazione chi prega senza parlare che chi parla senza pregare”.