Fede e crisi di senso (Prima parte)

Intervento di mons. Bruno Forte al Congresso Mondiale delle Università Cattoliche

Roma, (Zenit.org) Bruno Forte | 816 hits

Riprendiamo di seguito la prima parte dell'intervento tenuto venerdì 19 luglio da monsignor Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto, al Congresso Mondiale delle Università Cattoliche, che si conclude oggi presso la Pontificia Università Cattolica di Minas Gerais (PUC-Minas), a Belo Horizonte, in Brasile.

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La crisi di senso, che attraversa il “villaggio globale”, ha radici che affondano nell’intera parabola della modernità. Per riconoscere in essa le sfide e le possibilità aperte alla proposta della fede cristiana, mi sembra, allora, necessario evocare - anche solo attraverso metafore - la vicenda che porta dal trionfo illuministico della ragione alla notte della crisi del XX secolo e ai segnali d’aurora che si sono lasciati intravedere nel passaggio fra il secondo e il terzo millennio. Intitolo questa prima parte “Alla ricerca del senso perduto: la crisi del ‘moderno’ alla fine del ‘secolo breve’, fra utopia e disincanto”. Ad essa seguirà una seconda parte, nella quale cercherò di descrivere - sempre per via di metafore - la condizione cosiddetta “postmoderna” e gli elementi di crisi che la caratterizzano. Il titolo che ho scelto per essa è “La rinuncia alla ricerca del senso: la crisi del ‘postmoderno’ agli inizi del Terzo Millennio, fra naufragio e nuova navigazione”. Infine, nella terza parte, proverò a indicare “quale senso può offrire la fede nel Dio della Bibbia al ‘villaggio globale’”. A conclusione delle tre parti - quasi tre arcate di un ponte fra il pensiero e la vita – proverò a delineare un breve profilo dell’identità, dei valori e della missione delle università cattoliche di fronte alla complessità del tempo presente.

1. Alla ricerca del senso perduto: la crisi del “moderno” alla fine del “secolo breve”, fra utopia e disincanto

La parabola dell’epoca moderna coincide col processo che va dal trionfo della ragione forte, proprio dell’Illuminismo, all’esperienza diffusa della frammentazione e del non-senso, seguita alla caduta degli orizzonti totalizzanti dell’ideologia. Al secolo “lungo“, iniziato con la rivoluzione francese e concluso con lo scoppio della prima guerra mondiale, è seguito il cosiddetto “secolo breve”1, segnato dall’affermarsi dei frutti estremi del totalitarismo dei modelli ideologici e sfociato nel loro tracollo. Il processo è così descritto da Max Horkheimer e Theodor W. Adorno all’inizio della loro Dialettica dell’Illuminismo: “L’illuminismo, nel senso più ampio di pensiero in continuo progresso, ha perseguito da sempre l’obiettivo di togliere agli uomini la paura e di renderli padroni. Ma la terra interamente illuminata risplende all’insegna di trionfale sventura”2. In questo processo, che è all’origine della crisi della modernità alla fine del “secolo breve”, si possono distinguere tre tappe.

a) Dalla luce al tramonto: l’utopia e il suo declino.

La prima tappa può essere descritta mediante la metafora della luce. Essa evoca il principio ispiratore della modernità, e cioè la pretesa della ragione adulta di comprendere e dominare ogni cosa con la sua luce. Secondo questa pretesa - che si profila in tutta la sua forza nel “siècle des lumières”, il XVIII secolo - illuminare razionalmente il mondo e la vita significa rendere l’uomo padrone del proprio destino, emancipandolo da ogni dipendenza. L’“emancipazione” è il sogno che pervade i grandi processi di trasformazione dell’epoca moderna, a partire dalla rivoluzione francese. Essa abbraccia orizzonti molteplici, dall’emancipazione dei popoli del cosiddetto “terzo mondo”, a quella delle classi sfruttate e delle razze oppresse, a quella della donna nella varietà dei contesti culturali e sociali. L’ambizione di un’emancipazione totale induce a volere una realtà totalmente illuminata dal concetto, in cui si esprima compiutamente la potenza della ragione: è questa la grande “utopia” moderna, il “sole dell’avvenire” promesso e cercato da tutte le ideologie, di destra e di sinistra. In tal senso si può dire che il tempo della modernità è il tempo della luce: l’ebbrezza dello spirito moderno sta in questa presunzione della ragione di poter trionfare su ogni oscurità. È l’ebbrezza che ispirerà le visioni totali del mondo, le ideologie proprie dell’epoca moderna. Esse vorranno imporre l’ordine della ragione alla realtà intera, fino a stabilire l’equazione compiuta fra ideale e reale. È questo che le rende necessariamente violente: l’idea - compiuta in ogni suo aspetto - va imposta alle infinite contraddizioni della vita. La realtà deve essere piegata al concetto: la “volontà di potenza” (F. Nietzsche) della ragione dovrà dominare la storia per piegarla al proprio protagonismo. Il sogno di totalità diventa così inesorabilmente totalitario. Non a caso, né per un semplice incidente di percorso, tutte le avventure dell’ideologia moderna sono sfociate in forme totalitarie e violente. Ed è precisamente l’esperienza storica della violenza dei totalitarismi ideologici a produrre la crisi della ragione moderna. La pretesa di creare un mondo totalmente illuminato si risolve in trionfale sventura: lungi dal produrre emancipazione, genera dolore, alienazione e morte.

b) Dal tramonto alla notte: il tempo del disincanto.

Se la ragione illuminata pretendeva di spiegare tutto, la crisi dei mondi ideologici si offre anzitutto come tempo che sta al di là della totalità luminosa dell’idea, tempo di abbandono rispetto alla violenza delle ideologie e di declino rispetto alle speranze da esse veicolate. È il tempo del “disincanto”: mentre la ragione adulta dava senso a tutto, per il pensiero debole della condizione post-ideologica nulla sembra avere più senso. È tempo di naufragio e di caduta, di oscurità e di notte. In questo tempo di povertà, la malattia mortale è l’indifferenza: il giusto rifiuto degli orizzonti totalizzanti dell’ideologia sfocia nella rinuncia a porsi la domanda sul senso e perfino nella perdita del gusto a cercare le ragioni ultime del vivere e del morire umano. Si profila così l’estremo volto della crisi epocale della coscienza moderna alla fine del “secolo breve”: il volto della décadence. Così la descrive con singolare preveggenza Dietrich Bonhoeffer: “Non essendovi nulla di durevole, viene meno il fondamento della vita storica, cioè la fiducia, in tutte le sue forme. E poiché non si ha fiducia nella verità, la si sostituisce con i sofismi della propaganda. Mancando la fiducia nella giustizia, si dichiara giusto ciò che conviene... Tale è la situazione del nostro tempo, che è un tempo di vera e propria decadenza”3. La decadenza non è solo l’abbandono dei valori. Essa rimanda a un processo ben più sottile: privando l’uomo del gusto di combattere per una ragione più alta, lo spoglia delle motivazioni forti che l’ideologia ancora sembrava offrirgli. La decadenza svuota di forza il valore, perché non ha interesse a misurarsi con esso. Viene meno la passione per la verità: nel clima della decadenza tutto cospira a portare gli uomini a non pensare più, a fuggire la fatica e la passione del vero, per abbandonarsi all’immediatamente fruibile, calcolabile col solo interesse della consumazione immediata. È il trionfo della maschera a scapito della verità, il nichilismo della rinuncia ad amare, dove gli uomini sfuggono all’assedio del nulla fabbricandosi maschere dietro cui celare la tragicità del vuoto. La “cultura forte”, espressione dell’ideologia, si frantuma nei tanti rivoli delle “culture deboli”, in quella “folla delle solitudini“, in cui è soprattutto rilevante la mancanza di orizzonti comuni, quella penuria di speranze “in grande”, che piega ciascuno nel corto orizzonte del suo “particulare” e fa vedere nell’altro unicamente uno “straniero morale”. La fine delle ideologie appare in tal modo come la pallida avanguardia dell’avvento dell’idolo, che è il relativismo totale di chi non ha più alcuna fiducia nella forza della verità. Si è malati di assenza, poveri di speranza e di grandi orizzonti comuni.

c) Dalla notte all’aurora: oltre il disincanto.

L’analisi del processo che dall’ebbrezza della ragione porta al tempo della décadence, non esclude il riconoscimento di alcuni segnali di aurora. C’è una “nostalgia di perfetta e consumata giustizia” (Max Horkheimer), che si lascia riconoscere proprio nelle inquietudini della crisi presente come una sorta diricerca del senso. Non si tratta d’“une recherche du temps perdu”, di un’operazione rivolta al passato, ma di uno sforzo diffuso di ritrovare il senso al di là del naufragio, per riconoscere un orizzonte che ispiri la direzione del cammino. Fra le espressioni di questa ricerca va segnalata in primo luogola possibile “riscoperta dell’altro”. Mentre l’ideologia riduceva il singolo a un caso dell’universale, da ridurre alla massa, l’esperienza della violenza da essa prodotta fa riscoprire l’altro in tutta la sua concretezza. Da una “filosofia dell’io” personale e collettivo, propria dei grandi racconti ideologici, si passa ai tentativi di un “pensiero del tu”. Il volto d’altri, nella sua nudità e concretezza, nel semplice porsi del suo sguardo, è la misura dell’infondatezza di tutte le pretese totalizzanti dell’io: ci si riscopre “ostaggio d’altri” (“otage d’autrui”: Emmanuel Lévinas). La crescente coscienza delle esigenze della solidarietà, a livello interpersonale, come pure sociale e internazionale, sembra profilarsi come un segnale di questa ricerca del senso perduto. Va poi emergendo una sorta di “nostalgia del Totalmente Altro” (Max Horkheimer - Theodor W. Adorno), legata alla riscoperta delle domande ultime e della rilevanza dell’ultimo orizzonte. Sembra risvegliarsi un bisogno di fondazione, di un’ultima patria che non sia quella seducente, manipolante e violenta dell’ideologia. Nelle forme più diverse si profila un “ritorno del sacro”, non privo certo di ambiguità e perfino di nostalgie ideologiche, e tuttavia significativo delle inquietudini esistenziali di fine millennio.

(La seconda parte segue domani, lunedì 22 luglio)

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NOTE

1 Cf. E. Hobsbawm, Il secolo breve, Milano 1995 (The Age of Extremes: The Short Twentieth Century, 1914–1991, 1994).

2 Torino 1966, 11 (“The fully enlightened earth radiates disaster triumphant”: Dialectic of Enlightenment (1944), New York 1969, 3).

3 D. Bonhoeffer, Etica, a cura di E. Bethge, Bompiani, Milano 1992, 91 (orig.: Ethik, hrsg. E. Bethge, München 1966, 114f).