Fede e web 2.0

Alcune riflessioni in occasione del convegno "Pellegrini nel cyberspazio"

Grottamare, (Zenit.org) Luigi Mariano Guzzo | 261 hits

La fede al tempo dei social network: un’opportunità da non sprecare. Il Rabbì di Nazareth così si rivolge Simone ed a quanti erano con lui: “Prendi il largo e gettate le vostre reti …”. E Simone risponde: “ … sulla tua parola getterò le reti”. (cfr. Lc 5, 4-5).

Siamo agli inizi della vita pubblica di Gesù. Circa due mila anni addietro, e già compare il termine “rete”. Nulla di strano: i primi discepoli sono pescatori. Ma ovviamente quando parla di “rete”, Gesù non si riferisce esclusivamente all’arnese di chi è del mestiere. Tanto più che poco dopo Egli a Simone dice ancora: “… d’ora in poi sarai pescatore di uomini” (Lc 5, 10).

La “rete” è un simbolo. Ed ha due significati evidenti: 1) rete intesa come evangelizzazione, cioè attirare gli altri a riconoscere in Gesù il Salvatore attraverso l’annuncio della Parola di Dio e la testimonianza di vita; 2) rete intesa come relazione, l’amore si esprime attraverso la relazione tra le persone.

Per noi, donne e uomini del Terzo Millennio, rete oggi significa internet, che è mezzo e luogo di evangelizzazione, ma anche occasione di relazione, di fare incontri. Sarebbe sbagliato esaltare quanto demonizzare le potenzialità del web; importante è la formazione dei giovani nell’uso corretto delle nuove tecnologie. Anche per la Chiesa, come per la società civile, quindi, la sfida di fronte alle nuove frontiere del web 2.0 è una sfida educativa. Questa sfida educativa, ovviamente, deve avere il sapore di un’intesa, di un dialogo, di un’apertura. Bisogna rompere tutte le barriere ideologiche che sono sorte e continuano a sorgere tra due generazioni troppo lontane ma paradossalmente tanto vicine: i ‘nativi digitali’, venuti al mondo proprio nell’era dei computer, e gli ‘immigrati digitali’, che invece in un breve lasso di tempo si sono dovuti confrontare con sempre più evolute nuove tecnologie.

La rete è una piazza di incontri. Offre l’opportunità di fare nuove amicizie. Annulla le distanze tra le persone. Tutto si fa più veloce. E sono molteplici, tra limiti e prospettive, le domande che è necessario porsi: dei contatti che abbiamo su Facebook quanti sono contatti reali? In chat parliamo con persone vere o con avatar che nel mondo reale non esistono? E noi, su internet, ci proponiamo come siamo o come la proiezione di quello che vorremmo essere (o la società vorrebbe che fossimo) e non siamo?

Quindi, il primo snodo educativo è quello di educare ad essere persone vere, autentiche, e non avatar! Il Vangelo, in effetti, insegna ad amare noi stessi e gli altri per quello che si è.

Basta scrivere su Google alcune parole-chiave del tipo “chiesa”, “Dio”, “Gesù”, “religione”, “spiritualità” per capire come la fede entra nei social network. Si può persino pregare in “Second Life”. Cioè entrare in Cattedrali virtuali e posizionare il proprio avatar in posizione di preghiera. Ma ciò attenzione non significa che la fede diventa social. Essa pur essendo un fatto comunitario, rimane un’esperienza personalissima e singolare di incontro diretto con il Signore. In altri termini, possiamo dire che si condividono le proprie esperienze di fede, ma non la fede!

Certo il pericolo è sempre in agguato: su internet entra anche tutto ciò che fede non è, e che anzi è l’esatto opposto. Non è difficile imbattersi in pagine che denigrano la Chiesa, oppure in pagine pseudo- sataniche. Basti solo pensare che, scrivendo “Dio” sul motore di ricerca Google, su 291 milioni di risultati, il primo risultato che appare si riferisce ad un cantante rock americano!

Il secondo snodo educativo è così educare i giovani al discernimento, cioè a saper navigare in rete. La dice lunga la presenza di siti internet di ragazze in vendita, che contano circa 4mila iscritti e 240mila ragazze in vendita.

Un ulteriore problema, che poi è il cuore del rapporto tra fede e web 2.0, è quello della virtualità. C’è chi dice, per fare un paragone azzardato, che la rete è virtuale così come la preghiera è virtuale. Ma è questo un grave errore, perché la preghiera non è virtuale. Tutto ciò che virtuale è reale, paradossalmente, in quanto attiene al piano della fisica. La preghiera è invece metafisica, è trascendenza. Così come i sacramenti non sono virtuali, ma sono strumenti efficaci e reali della grazia di Dio.

Internet è per davvero –come ha sottolineato padre Lombardi- un tassello di storia della salvezza. In questi ultimi anni si susseguono le iniziative della Chiesa di Roma per cercare di sfruttare al meglio le potenzialità della rete. Il progetto “PopeForYou” –che coinvolge le piattaforme di Youtube, Facebook e Twitter- nasce con l’intento di far conoscere alle nuove generazioni il magistero del Papa.

“PopeForYou” non ha, però, prodotto i risultati sperati. Risolto così in termini positivi il dilemma per la Chiesa se stare o meno in rete, il problema adesso si sposta sul piano qualitativo. La domanda che si impone è la seguente: come starci? Ed è un quesito di non poco conto. Non serve essere presenti. Non basta gettare la rete, ma bisogna entrarci nella rete. E’ necessario stare in rete, per fare rete con il linguaggio del giovani.

Importante, quindi, nella rete è non perdere l’elemento della relazionalità.  Papa Benedetto XVI, oggi emerito, nel Messaggio per la 43a Giornata delle Comunicazioni sociali (2009), non a caso scrive: “Sebbene sia motivo di meraviglia la velocità con cui le nuove tecnologie si sono evolute in termine di affidabilità e di efficienza, la loro popolarità tra gli utenti non dovrebbe sorprenderci, poiché esse rispondono al desiderio fondamentale delle persone di entrare in rapporto le une con le altre […] Quando sentiamo il bisogno di avvicinarci ad altre persone, quando vogliamo conoscerle meglio e farci conoscere, stiamo rispondendo alla chiamata di Dio, una chiamata che è impressa nella nostra natura di essere creati a immagine e somiglianza di Dio, il Dio della comunicazione e della comunione”.