"Fede granitica e umiltà francescana"

Omelia del cardinale Amato per la beatificazione di padre Allegra

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ACIREALE, domenica, 30 settembre 2012 (ZENIT.org).– Riprendiamo l’omelia tenuta ieri nella cattedrale di Acireale (Sicilia) dal cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi, alla liturgia di beatificazione di padre Gabriele Maria Allegra (1907-1976).

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1. La beatificazione di Padre Gabriele Allegra, nella festa dei Santi Arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele, è un grande dono che il Santo Padre fa alla Chiesa intera, all’Ordine dei Frati Minori Francescani, e, in particolare, alla Sicilia, terra di antichissima tradizione cristiana, largamente benedetta dal Signore con la santità e la testimonianza martiriale di vescovi, sacerdoti, consacrati e laici.

Padre Allegra festeggiava oggi il suo giorno onomastico e, come il suo patrono l’Arcangelo Gabriele, “forza di Dio”, “colui che sta al cospetto di Dio e annuncia la sua parola”(Lc 1,19), anch’egli si fece ascoltatore e missionario della Parola di Dio in terre lontane.

Ma il suo cuore era qui in Sicilia, terra che egli amava teneramente. La santità del novello Beato sbocciò in questo territorio, in una famiglia, che si distingueva per pietà e carità cristiana, e in un ambiente, quello del Collegio serafico di san Biagio in Acireale, dove il giovane trascorse gli anni dell’adolescenza, durante i quali sperimentò una gioiosa primavera spirituale. A quindici anni, trasferendosi a Bronte per il noviziato, scriveva ai genitori: «Sono partito da Acireale, dove ho passato quasi cinque anni dei più belli della mia vita, e son partito con le lacrime agli occhi».1

Leggendo i luoghi della fanciullezza del nostro Beato – San Giovanni La Punta, Acireale, Valverde, l’eremo di Sant’Anna, Catania – si affollano in me i ricordi bellissimi dei tre anni liceali trascorsi a San Gregorio di Catania, durante i quali mi divennero familiari i brontolii e i tremolii dell’Etna, le passeggiate tra i boschi, il profumo della zagara, le salite sulla cima del vulcano.

Io credo che anche l'incomparabile bellezza di questa terra abbia contribuito a formare la personalità poliedrica del giovane Allegra. La grandiosità e la vitalità dell’Etna, l’orizzonte sconfinato del mare, il rigoglio della natura fertile e generosa, gli echi nobilissimi di una memorabile antichità greco-latina gli aprirono i confini di terre lontane, ma altrettanto ricche di cultura e di umanità, da conquistare con lo studio, la bontà e la Parola di Dio.

2. Dotato di vivissima intelligenza e di memoria prodigiosa, Padre Allegra aveva un temperamento gioioso e sereno. Fu nel 1928, in occasione del sesto centenario della morte del Beato Giovanni da Montecorvino (1328-1928), primo arcivescovo di Kambalek (Pechino), che esplose in lui una irresistibile vocazione a recarsi missionario in Cina. Un discorso di Padre Cipriano Silvestri fu per lui, come una miccia accesa, lanciata contro la polveriera del suo cuore. Fu allora che nel giovane studente di teologia balenò per la prima volta l’idea di tradurre la Bibbia in cinese.

Non essendoci ancora in quella lingua una versione cattolica di tutti i libri della Sacra Scrittura, si propose di andare in Cina per realizzare questo sogno. E così fu. Iniziò questa fatica da solo a Heng Yang l’11 aprile 1935, la proseguì a Pechino e la concluse a Hong Kong nel 1961. Si tratta di una grandiosa impresa letteraria della Chiesa cattolica cinese, lodata da cattolici e non cattolici.

Padre Allegra era un uomo enciclopedico, un erudito versato sia nelle scienze sacre che in quelle profane. Oltre allo Studio Biblico, fondò uno Studio Sociologico per diffondere la dottrina sociale della Chiesa. Era un dinamico apostolo del Vangelo, come predicatore, confessore, direttore di spirito, e scrittore.

3. Ma il nostro novello Beato non era solo un esperto di Sacra Scrittura né solo un raffinato letterato e applaudito oratore. Egli era soprattutto un Santo, un testimone eroico del Vangelo di Cristo.

Sottolineo due dei tanti aspetti salienti della sua santità: fede granitica e umiltà francescana.

La fede era la sua forza. Con san Paolo ripeteva: «Scio in cui credidi» (2Tm 1,12). Una fede che lui stesso nelle sue Memorie descrive come «rocciosa, massiccia, ardente ed entusiasta».2 Un confratello, suo collaboratore a Hong Kong, attesta: «Questa virtù era sostanza della sua vita. Comportamento, espressioni, atteggiamenti, il suo dovere, erano espressioni di una fede ardente, profonda che portava tutti ad ammettere che lui era l’uomo di Dio, l’uomo che sentiva Dio, l’uomo che viveva di Dio».3

Per fede intraprese l’opera titanica della traduzione della Bibbia in cinese, quasi riflesso spirituale sia della grandiosità dell’Etna e dell’immensità del suo mare, sia dell’opera ciclopica della grande muraglia. Autentico uomo biblico, per fede esce dalla sua terra e va dove lo chiama Dio, per essere seminatore e servitore della divina Rivelazione.

La sua fede si manifestava nel suo spirito di pietà. Il colloquio con Gesù Sacramentato, la preghiera del breviario e del rosario, la celebrazione della Santa Messa erano esemplari: «Ricordo – dice un confratello – che egli aveva un atteggiamento di sincera pietà e di grande umiltà, conscio del mistero che era stato a lui affidato; dopo la celebrazione, il suo ringraziamento era intenso e prolungato, edificando ed anche entusiasmando i suoi confratelli».4 Il direttore del museo storico di Taipei confessò un giorno di essersi convertito al cattolicesimo, osservando Padre Gabriele che celebrava la S. Messa.5

Il nostro Beato era un’anima eucaristica votata alla santità. Complimentandosi con sua sorella Rosaria per le visite frequenti che lei faceva al Santissimo, si riprometteva, finita la traduzione, di ritirarsi in convento per pregare ininterrottamente davanti al tabernacolo. Alla sera e ogni volta che aveva un momento libero si recava in chiesa per visitare il Santissimo. Quando, dopo il concilio, le devozioni eucaristiche erano quasi scomparse, esortava un suo confratello, Padre Leone Murabito, di continuare con le ore di adorazione e con le benedizioni eucaristiche, dicendo: «Dobbiamo credere con i fatti, non con le parole».6

Anche il modo di trattare la Parola di Dio evidenziava la sua fede profonda. Nella traduzione si adoperò moltissimo perché risultasse la più fedele possibile ai testi originali. Spesso, per trovare l’interpretazione esatta di una parola, studiava più giorni con i suoi collaboratori. Nella sua stanza, al posto di onore e ben visibile a tutti, troneggiava una raffinata edizione latina della S. Scrittura.

Da degno figlio di San Francesco, aveva un amore filiale per la Chiesa. Un suo grande desiderio era commentare la Scrittura alla luce dei Padri della Chiesa e del Magistero di Papi. Soleva ripetere: «Chi lavora così in profondità, forse non otterrà mai la rinomanza di certi altri teologi moderni, ma, a mio avviso, sarà più benefico alla Chiesa di Dio».7

Leggere e rileggere la Bibbia con il commento dei Padri e del magistero pontificio rivelava il suo Sentire cum Ecclesia, che costituiva la sua prima norma ermeneutica. Certo – aggiungeva – bisogna conoscere gli autori famosi, ma non seguire le loro opinioni, se contrastano con la fede della Chiesa: «Nessuno può interpretare la Bibbia, tranne “in sinu Ecclesiae”».8

La sua fede incrollabile lo rendeva difensore irremovibile della dottrina cattolica nei dogmi, nelle prescrizioni liturgiche, nelle leggi morali. Nel suo fermo attaccamento al magistero, preferiva essere considerato retrogrado, ma non disubbidiente. Ad ogni modo, per difendere la verità cristiana, egli era convinto che le armi più efficaci fossero non la polemica e la condanna, ma la preghiera e il sacrificio dell’apostolo. Il resto l’avrebbe fatto la grazia divina.

4. Un secondo aspetto dell’esistenza virtuosa di Padre Allegra era la sua umiltà. In occasione dell’ordinazione diaconale, scrisse sul retro di una immaginetta della Madonna: «Mamma mia, a te consacro il mio diaconato, pensaci tu! Fammi umile».9 «Virgo humilis, fac me humilem» era una sua giaculatoria mariana. Era talmente attratto da questa virtù e dall’esempio di San Francesco, che un giorno, credendosi indegno di ascendere al sacerdozio, pregò il Padre Generale, Bonaventura Marrani, di permettergli di rimanere diacono nello stato di umile fratello laico.10

Padre Matteo Maria Zong ricorda così l’atteggiamento umile del nostro Beato, quando era suo rettore nel seminario di Heng Yang: «Il padre Rettore, vedendo un seminarista tutto affaticato nel lavare il pavimento, si mosse a compassione e si mise a lavare con lui. Ciò fece più volte l’umile padre Rettore […]. Oh, quale viola profumata sei tu, o nostro padre Rettore. Ti ringraziamo di averci lasciato tanto esempio di umiltà».11 In queste parole del suo allievo, c’è la commossa tenerezza e la gratitudine di un giovane religioso, edificato dal buon esempio del suo superiore.

Anche a proposito della traduzione della Bibbia non attribuiva mai a lui solo il compimento dell’opera. Presentandola, usava sempre il “noi”. Il Padre Fortunato Margiotti attesta: «Nonostante tutta la sua fatica di molti anni nella traduzione della Bibbia non credo che in essa ricorra mai il suo nome, sia in originale “P. Gabriele M. Allegra”, sia in cinese: “Lei Yung-ming”; tutto è firmato: “Studio Biblico Scoto”. Nelle presentazioni che si faceva lui e nelle recensioni che facevano gli altri voleva che si mettessero in luce i meriti dei padri collaboratori; e quando leggeva le incensate date a lui, ne rimaneva veramente mortificato».12

Esagerando un poco, diceva che lui c’entrava con Bibbia cinese come Pilato nel Credo. Tutto era opera di Dio e dell’aiuto della Madonna. Aggiungeva anche che le sue mani, certo, non erano vuote, ma piene … di fiaschi. Si sentì profondamente a disagio quando gli fu conferita, a Roma, la laurea honoris causa presso l’allora Pontificio Ateneo Antonianum.

Il suo atteggiamento rifuggiva dall’ostentazione e dalla vanità. Era umile nel portamento, nelle parole e soprattutto nel cuore. Oltre alla sua lingua madre, parlava correntemente cinese, inglese, francese, spagnolo, tedesco, ma non ne faceva mai vanto. Anzi si stimava inferiore agli altri. Incontrandolo per la prima volta, molti si chiedevano: ma è proprio lui il famoso Padre Allegra, che ha tradotto la Bibbia in cinese? Tanto era semplice, dimesso e amichevole il suo comportamento. Un testimone afferma: «L’umiltà era la prima cosa che colpiva nel Servo di Dio. Chi ne aveva sentito gli elogi, restava deluso nel trovarsi dinanzi a un uomo piccolo, dimesso, modesto, quasi una persona insignificante. Era invece l’immagine viva dell’umiltà, della modestia, della riservatezza».13

Se grande era la sua cultura, più grande era la sua umiltà. Un indizio certo dell’autenticità di questa virtù era la gioia, quando i confratelli avevano successo e venivano lodati. A chi osava lodarlo in sua presenza, soleva ripetere con San Francesco: «L’uomo tanto vale, quanto è davanti a Dio, e niente più».14

5. Ci chiediamo a questo punto: la santità di Padre Allegra risiedeva solo nella sua pietà e nella sua umiltà? Certo che no. Padre Allegra era una persona mite, caritatevole, giusta, prudente, forte, temperante. La sua santità sgorgava dal desiderio di amare senza limiti, con tutta la mente, con tutto il cuore, con tutte le forze Nostro Signore Gesù Cristo e, in lui, il prossimo.

Da studente si riproponeva di essere santo, aggiungendo che la santità non consisteva nel non avere difetti o nel sentirsi fervorosi o nel superare le tentazioni, ma nell’amare Gesù con un amore autentico e totale. La sua santità era – per così dire – naturale, non era appariscente, non aveva gesti clamorosi o straordinari. La sua era un santità straordinariamente ordinaria. Padre Allegra viveva una sua infanzia spirituale, amando la propria piccolezza. Era un piccolo diamante, di una preziosità e lucentezza incomparabile, che si trovava nascosto nel cuore misericordioso di Gesù.

«Mando in Cina un santo», così lo apostrofò il Ministro Generale, mentre consegnava il Crocifisso al giovane Fra Allegra in partenza per la Cina.15

Queste parole profetiche trovano compimento nella celebrazione della sua Beatificazione. Oggi la Chiesa offre alla nostra ammirazione un Santo, da imitare e da impetrare.

6. Prima di concludere, ci possiamo ancora chiedere: cosa possiamo apprendere dal Beato Gabriele Allegra?

Io credo che siano molteplici le lezioni che egli può offrire ai suoi Confratelli e a tutti noi. Ma non possiamo trascurare l’appello più pressante che egli può rivolgerci oggi e cioè l’amore alla Sacra Scrittura, con l’intensità di cuore e di mente che ebbe lui. Ma per amare, bisogna conoscere. E noi la conosciamo la Sacra Scrittura?

Un sondaggio di pochissimi anni fa dà questo deprimente risultato. Quasi il settanta per cento degli italiani, non ha mai letto i Vangeli e il quindici per cento li ha letti solo in parte.16 Siamo forse un paese di credenti allergici ai testi sacri? Eppure c'è abbondanza di lectio divina, di incontri biblici, di commenti biblici e persino di festival biblici.

Dove sta l'incongruenza? Forse, la quantità esagerata delle parole e delle interpretazioni forma come una cortina fumogena, una barriera, che disturba e impedisce la ricezione e l'ascolto della parola di Gesù. La lettera del Vangelo non arriva alle nostre orecchie e al nostro cuore.

Per Padre Allegra, invece, la lettura della parola di Dio era immediata e accendeva nel suo cuore un fuoco sacro, che bruciava le interpretazioni di comodo e le fiacchezze delle glosse, e accendeva, invece, la radicalità della fedeltà e della testimonianza eroica.

Siamo quindi invitati a leggere la Parola di Dio e soprattutto a tradurla nella nostra esistenza quotidiana, più che a commentarla con le nostre parole. In tal modo eviteremo la palude di superficialità e di degradazione cui va soggetto la divina rivelazione.

Per questo la Chiesa non si stanca di proporre al mondo i suoi figli santi, che sono i veri esegeti della parola di Dio. Lo sguardo rivolto ai Santi può essere uno dei rimedi provvidenziali alla nostra ignoranza della Scrittura. Dalla mia finestra, che si affaccia su Piazza san Pietro a Roma, vedo ogni giorno il serpente dei fedeli pazientemente in fila, spesso per lunghe ore, per recarsi a venerare la tomba del Beato Giovanni Paolo II. Essi cercano un senso alla loro vita, affidandosi al Papa santo, che fu instancabile e convincente comunicatore della Parola di Gesù.

Anche noi, nel Beato Gabriele Allegra, possiamo riscoprire la gioia di prendere in mano i Vangeli, per ritrovare il nostro codice di vita e la nostra identità di battezzati, sale della terra e luce del mondo, capaci di eroismo e di santità.

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NOTE

1 Nacque a San Giovanni La Punta (Catania), il 26 dicembre 1907, primogenito di otto figli. Nell’ottobre del 1923 lo troviamo novizio a Bronte. È qui che il giovane Giovanni Stefano Allegra ricevette il nome di Fra Gabriele Maria. Ordinato sacerdote a Roma il 20 luglio 1930, dal 1931 al 1940 fu missionario in Cina. Dopo un breve soggiorno in Italia, rientra in Cina nell’aprile del 1941. Nello Studio Biblico di Pechino, lavora con i suoi esperti collaboratori alla traduzione della Bibbia. Nel 1948 si trasferisce a Hong Kong dove, con brevi intervalli per i numerosi viaggi all’estero (tornerà spesso al suo paese natio), rimarrà fino alla morte. Muore a Hong Kong, il 26 gennaio 1976. Le sue spoglie riposano ad Acireale, nella Chiesa di San Biagio.

2 Ms I,7, p. 117: Informatio, p. 73.

3 Informatio, p. 73.

4 Informatio, p. 75.

5 Positio, p. 290.

6 Informatio, p. 85.

7 Ms II/d, 2, p. 118: Informatio, p. 75.

8 Informatio, p. 75.

9 Informatio, p. 148.

10 Informatio, p. 150.

11 Informatio, p. 150.

12 Informatio, p. 151.

13 Informatio, p. 154.

14 Informatio, p. 155.

15 Informatio, p. 159.

16 GIULIANO VIGINI, I vangeli sconosciuti, in «Famiglia Cristiana» 44 (4 novembre 2007) p. 42-47.