Felice di essere sacerdote

Il Rettore della Università Europea di Roma celebra 25 anni di sacerdozio

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di padre Paolo Scarafoni L.C.

ROMA, venerdì, 21 dicembre 2012 (ZENIT.org) - Riportiamo di seguito l’Omelia per la messa del 25° anniversario di sacerdozio pronunciata il 20 dicembre 2012 a Santa Maria Maggiore a Roma, da Padre Paolo Scarafoni  L.C., rettore dell’Università Europea di Roma.

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Qui a Santa Maria Maggiore siamo di fronte alla reliquia del presepe di Gesù. Gesù nel presepe, Gesù sulla croce. Questi due eventi così lontani e così vicini hanno sempre scandalizzato l’uomo. Le eresie sono tali perché hanno cercato di celare la debolezza divina, l’hanno negata o nascosta: no Dio non diventa debole, Dio non soffre (così l’arianesimo, il pelagianesimo, il nestorianesimo, l’eutichismo, ecc.).

Oppure pur accettando le condizioni di debolezza alle quali si è sottomesso il Salvatore, hanno voluto attribuire onnipotenza alla sua debolezza, infallibilità al suo abbassamento: quel presepe, quella croce ci salvano infallibilmente per assurdo (credo quia absurdum), contro ogni evidenza, con una decisione divina autonoma senza neanche passare per la nostra fragile e incerta accoglienza (protestantesimo).

Anche nella Chiesa cattolica si sente il disagio di fronte al presepe e alla croce. Tante volte si è voluto rimediare alla debolezza del Signore con l’utilizzo di mezzi forti e potenti per muovere la nostra fragile volontà. Ma la mite evidenza sembra imporsi ogni giorno ai nostri occhi. La debolezza del Signore è reale.

Quella debolezza non cambia la realtà come vorremmo. Essa interpella veramente la nostra fragile libertà e aspetta una risposta, che potrebbe anche non venire. La chiede, la sostiene, la conforta, ma non la sostituisce.

La risposta dell’uomo è possibile e di fatto avviene in tante occasioni. Quando avviene è veramente commovente. Non dobbiamo avere paura.

Così dice il Papa (L’infanzia di Gesù): “Dopo il fallimento dei progenitori, tutto il mondo è oscurato, sotto il dominio della morte. Ora Dio cerca di nuovo un ingresso nel mondo. Bussa alla porta di Maria. Ha bisogno della libertà umana. Non può redimere l’uomo, creato libero, senza un libero ‘sì’ alla sua volontà. Creando la libertà, Dio, in un certo modo, si è reso dipendente dall’uomo.

Il suo potere è legato al ‘sì’ non forzato di una persona umana”. Il Natale è il mistero di Dio con noi, veramente con noi, Gesù Cristo, l’Emanuele, Dio che si fa uno di noi. A Natale, nel 1987 io sono diventato sacerdote a Roma, nella mia città. Un prete. E che cos’è un prete?

Il sacerdozio come identificazione con Cristo. Il dono più grande fattomi da Dio per me sacerdote sono le azioni sacramentali, che compio in persona Christi. Quella che riassume e alimenta tutte le altre è la celebrazione eucaristica.

Come prete non sono un funzionario o un impiegato del culto, ma ogni giorno veramente sacrifico l’Agnello, il Figlio di Dio fatto uomo che con il suo sacrificio salva l’umanità e incrementa la intensa comunione con Lui e con il Padre e lo Spirito Santo, sia di me che celebro, sia dei fedeli che partecipano, sia della Chiesa intera, sulla terra e in cielo. Ricordo le tante azioni sacramentali del perdono divino in tante confessioni e conversioni, quelle dei bellissimi battesimi, dei matrimoni, dell’unzione degli infermi e dei moribondi.

C’è poi il meraviglioso dono di essere io stesso sacramento di Cristo, nella mia persona. Quel rappresentarlo immancabilmente nel mio stesso essere, nel mio esistere. Ovunque vado, ovunque mi presento richiamo Gesù, Dio. Per me non è stato facile abituarmi. Avrei voluto tante volte confondermi con gli altri, essere uno in più.

Questo fatto mi colpisce moltissimo, e resto sempre meravigliato. Mi sono dovuto abituare ad accettare questo prolungamento di me, questo ampliamento della mia persona. Smuovo le coscienze, interpello gli altri con la sola presenza, per strada, in treno, a pranzo, a lezione. All’inizio pensavo di avere io qualcosa di strano.

Ho capito che era il Signore. Io sono fondamentalmente timido, anche se ormai non sembra. E le persone timide tendono a starsene in pace e a lasciare in pace. Tante volte le mie parole hanno una risonanza molto maggiore di quanto possa io pretendere.

E soprattutto ho colto l’importanza di essere veramente buono. Lo sguardo buono, le manifestazioni di amore e di affetto sincero. Tutte queste cose sono interpretate, a ragione, come quelle di Gesù. Essere per gli altri un vero amico, come Gesù è amico. Il sacerdote non tradisce mai.

La pro-esistenza del sacerdote. Il sacerdote è per gli altri. Mi rendo conto che non posso e non debbo sottrarmi alle richieste di aiuto. Faccio di tutto per aiutare gli altri. Con grande dolore vedo che non tutti i sacerdoti pensano così o si rendono conto di questo.

Creano barriere, allontanano gli altri, e spesso quelli che hanno veramente bisogno. Mettono le scuse che è per il bene della Chiesa. Ho cercato con tutte le mie forze, nel mio piccolo, di aiutare le persone in difficoltà, di portare la consolazione.

Ho sempre frequentato case-famiglia, orfanotrofi, centri di accoglienza per i poveri; ho fatto insieme ai giovani missioni per portare aiuti materiali e spirituali in Bosnia durante la guerra, in Italia, in Messico; ora mi impegno nella cooperazione internazionale con l’Università Europea in favore dell’Etiopia, della donazione del sangue, della collaborazione con altre associazioni.

Nell’ambiente di lavoro all’università mi sforzo di aiutare tutti. Piccole cose. La capacità di consolare è speciale nel sacerdote, perché la consolazione è dello Spirito Santo e il sacerdote ne è pieno in quanto sacerdote. Il mio rammarico è di non averla esercitata di più.

Ho sperimentato il grande privilegio di aiutare i malati. Ho potuto portare soccorso a chi è in pericolo di vita o gravemente malato. Ho pregato tanto per loro. C’è una gratitudine che non scompare mai nelle persone che ricevono aiuto.

Le persone attribuiscono a Dio l’aiuto che ricevono da un sacerdote. Si sentono toccati da Dio. Se lo ricevessero da altre persone sarebbero grati, ma quando li aiuta un sacerdote si sentono toccati da Gesù e lo amano.

La predicazione. È un grande compito del sacerdote. Ho avuto modo di predicare molto, nella celebrazione eucaristica e degli altri sacramenti, negli esercizi spirituali, nei pellegrinaggi; a giovani, famiglie, sacerdoti, seminaristi e religiosi. Mi sono sforzato di predicare sempre ciò che ho contemplato e che rispecchia il mio rapporto con Cristo, la mia conoscenza del Signore.

L’insegnamento, la ricerca e la pubblicazione di scritti. Questo è un ministero che ha un ritorno vero, non immediato ma nel tempo. Lascia un segno molto profondo. Io ho sempre fatto questo.

Ho cercato di reagire all’intellettualismo della teologia dominante. Nello studio, nelle letture e nei congressi percepivo che i problemi venivano considerati in modo troppo teorico senza attinenza alla vita e alla storia.

Per esempio la presentazione delle eresie come errori teorici, completamente avulsi dalle difficoltà, dalle passioni, dalle aspirazioni umane. Lo stesso si dica della presentazione dei dogmi. Tutto lo sforzo intellettuale invece risponde al nostro problema di salvarci, al problema del male che ci sovrasta, al problema di come raggiungere la felicità, al problema dell’amore di Dio e della comunione vera con Lui.

Nelle mie riflessioni ho colto alcune cose per me significative, ma non ho avuto tempo di pubblicare tutto. Sì bisogna pubblicare. Mi ricordo di essere stato invitato in Spagna, già da rettore, ad un congresso internazionale all’università cattolica di Murcia.

Dopo una mia conferenza si avvicinò una suora spagnola per ringraziarmi. Mi disse di aver avuto tempo addietro una grande difficoltà vocazionale, quando si trovava a Roma a studiare.

Per caso vide il libro della mia tesi dottorale appena pubblicata e in mostra in libreria, che trattava sull’amore salvifico. Mi ha detto di essersi immersa nella lettura e di aver avuto grande luce e conforto da un capitolo dedicato alla descrizione dell’amore secondo la grande tradizione cristiana.

E che questo fu risolutivo per la sua perseveranza. Sono rimasto molto colpito da questo fatto. La parola scritta nella nostra cultura ha un valore forte, perché penetra dentro di noi nei momenti di silenzio, interpella meglio la nostra libertà.

Essa costituisce un momento importante che può aprire la nostra risposta. Io sono molto debitore per i libri bellissimi che ho letto, grazie ai quali mi è giunta tanta luce: sant’Agostino, san Basilio, san Giovanni Damasceno, san Tommaso d’Aquino, gli scritti di Karol Wojtyla, di Joseph Ratzinger, Yve Congar, Henry De Lubac, Hans Urs Von Balthasar, dei nostri Giovanni Moioli, Marcello Bordoni, Bruno Forte; le opere spirituali di tanti santi mi hanno avvicinato alla persona di Cristo come ad un amico: Francesco Di Sales, Teresa D’Avila, Teresa De Lisieux e tanti altri; la lettura dei libri della vita di tanti santi che mi ha aperto orizzonti nuovi; le belle letture negli ultimi anni di Don Primo Mazzolari e Don Giuseppe De Luca, modelli splendidi e attuali di sacerdoti.

L’apostolato con i giovani. Tutta la mia vita sacerdotale è stata dedicata soprattutto ai giovani, nelle scuole, nel seminario, nell’università. Per i giovani non esistono limiti. Con loro si possono fare cose molto grandi con mezzi poverissimi, praticamente soltanto con l’entusiasmo.

Ho lavorato nelle scuole, come assistente spirituale. Ho aperto scuole qui a Roma. Ho lavorato tanto con i giovani del Regnum Christi, soprattutto qui di Roma dove con loro abbiamo aperto un centro, di Madrid in Spagna, e di altre parti del mondo. Ho lavorato all’università come professore e formatore; all’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum fin dalla sua fondazione e sono stato decano e rettore.

Ho aperto l’Università Europea nella quale sono professore e rettore. L’amicizia con i giovani rimane sempre, perché è completamente gratuita, volta al bene. Per questo io penso che la punizione e la penitenza di chi inganna i giovani sarà certamente molto dura, come dice Gesù nel Vangelo.

La Legione di Cristo: questo grande mistero di vocazione e di dono divino, dentro le miserie umane. È vero, vorrei che il Signore mi facesse i suoi doni in un altro modo. Non posso negare la vocazione al sacerdozio che è stata chiara e senza traumi fin da quando avevo dodici anni.

Subito dopo, negli anni immediatamente seguenti, la vocazione si è chiarita ancora meglio con la chiamata al Regnum Christi, di cui sono stato un consacrato laico per cinque anni, prima di entrare nella Legione di Cristo.

Il cristocentrismo, la dimensione internazionale, l’amore per la Chiesa, per il Papa, per la Madonna, il forte impegno apostolico, sono stati doni importanti.

L’impegno apostolico ha fortemente caratterizzato la mia vita di legionario. Avrei dovuto fermarmi e starmene tranquillo? Certamente no.

In realtà, e lo dico con il cuore, mi sento come la povera vedova che getta le sue poche monete, tutto quello che ha, nel piatto delle offerte. Questo passo del Vangelo mi ha sempre molto colpito perché si contrappone in modo palese e provocante alla mentalità del mondo attuale che ha penetrato tanti ambienti della Chiesa e dei religiosi.

L’apprezzamento di Gesù per quella povera donna rispecchia con precisione l’identità profonda del Signore stesso, e spiega gli esiti della sua esistenza. Rendersi piccolo e indifeso, e donare tutto, proprio come a Natale e sulla Croce. Questo sembra essere la vera salvezza del mondo.

Sia lodato Gesù Cristo!