Firenze e Roma: due "città universali", unite dal legame con la Sede di Pietro

Il neo-cardinale Giuseppe Betori ha incontrato la stampa nella sede dell'Azione Cattolica in cui si è formato

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di Luca Marcolivio

CITTA’ DEL VATICANO, domenica, 19 febbraio 2012 (ZENIT.org) – Per il neo-porporato Giuseppe Betori è stato un po’ come un ritorno a casa. Nel giorno più importante della sua vita, quello dell’elevazione a cardinale, l’arcivescovo di Firenze ha voluto incontrare la stampa in via della Conciliazione, nella sede nazionale dell’Azione Cattolica, nell’ambito della quale, una sessantina d’anni fa, iniziò il suo cammino cristiano.

Durante la sua infanzia nell’Azione Cattolica il futuro cardinale ha seguito il canonico percorso di formazione dei fanciulli, articolato in tre tappe, denominate “fiamma bianca”, “fiamma verde” e, infine, “fiamma rossa”. “Come potete vedere la fiamma rossa non mi ha abbandonato più”, ha scherzato Betori, mostrando ai giornalisti la berretta cardinalizia appena ricevuta.

“Dentro quel seme gettato dall’Azione Cattolica – ha proseguito l’arcivescovo di Firenze – è nata la mia vocazione sacerdotale. Un cammino che oggi ha conosciuto un ulteriore tappa che il Santo Padre mi ha voluto riservare”.

La giornata di preghiera e preparazione per il Concistoro, svoltasi venerdì, è stata definita da Betori un “momento di condivisione molto franco e molto bello”, che ha avuto ad oggetto le rispettive “esperienze nelle chiese locali” dei nuovi porporati.

Questo momento di condivisione è stato definito dal cardinale di Firenze, come un passaggio “consolante”, poiché ha fatto emergere una Chiesa “molto più aperta e più piena di speranza e di gioia di quello che potrebbe apparire” all’opinione pubblica o ai media.

Una Chiesa “varia, ramificata, articolata”, che fa “giustizia di certe ‘foto un po’ troppo angolate’ che inquadrano solo un profilo di una Chiesa che di profili ne ha qualche miliardo, ovvero tanti quanti sono i credenti o, se volete, qualche migliaio, tante quante sono le diocesi sparse per il mondo”.

Una Chiesa, quindi, radicata nel territorio e, al contempo universale, in cui “gli slanci di generosità hanno sempre convissuto con i peccati degli uomini” e che “rispecchia lo Spirito di Dio, nonostante le piccolezze degli uomini e le traversie dei tempi che ci troviamo a vivere”.

Il titolo affidato dal Santo Padre al cardinal Betori è quello di San Marcello al Corso, uno dei più antichi, apparso nel 304, quindi tra i titoli che “fanno la storia del cardinalato”. Si tratta di una Chiesa non casualmente legata alla storia di Firenze, essendo dei Servi di Maria, un ordine che segna “una delle pagine più significative del medioevo fiorentino”, ha commentato l’arcivescovo.

Il neocardinale ha poi espresso la propria gratitudine ai fedeli fiorentini accorsi numerosi (circa 1200 in totale) a Roma per il Concistoro. Betori ha citato le cariche istituzionali, dal sindaco, al prefetto fino al presidente della Regione, “che in questi tre anni non mi sono mai stati lontani”.

Il presule ha inoltre apprezzato l’affetto dei fiorentini comuni per il proprio vescovo “sia nella mia persona, sia per la figura istituzionale”. Un affetto percepito “in modo alto” specie in occasione dell’attentato dello scorso 4 novembre in cui l’arcivescovo rimase illeso.

Dei fiorentini, il porporato ha lodato anche la loro apertura e partecipazione, in altre circostanze drammatiche o difficili come l’assassinio di cinque senegalesi o l’accoglienza dei profughi africani arrivati da Lampedusa, da parte di Caritas e parrocchie.

Rispondendo ad una domanda di Zenit, sul ruolo dei vescovi nella società moderna e, in particolare nell’ambito della Nuova Evangelizzazione, il cardinal Betori ha auspicato che i successori degli apostoli assumano “una maggiore spinta missionaria”.

“Se un vescovo del passato – ha spiegato l’arcivescovo di Firenze - poteva pensare di curare le anime attraverso una gestione dell’organizzazione pastorale, e credere di poter esaurire qui il suo ruolo, oggi, la varietà delle situazioni non ci permette più di limitarci alla verifica di quel che c’è”.

“Il servo di Dio, mio predecessore, monsignor Elia Dalla Costa, quanto effettuava visite pastorali, si concentrava soprattutto sulla verifica del catechismo dei bambini, cosa necessaria ancora oggi ma non tale da esaurire il compito di un vescovo”.

Oggi, ha proseguito il novello cardinale, la “verifica dei contenuti della fede” non è più sufficiente, poiché quello che un tempo era “l’orizzonte cristiano”, oggi, in quasi tutte le diocesi d’Occidente, è un orizzonte “molto più frammentato”.

Betori ha spiegato che la sua nomina cardinalizia “non modifica l’ontologia del mio servizio, che è data dalla mia nomina episcopale”. Per un vescovo diventare cardinale, significa tuttavia, “rafforzare il legame con la Sede di Pietro, ovvero con Roma”.

Difatti nessuna diocesi può sussistere “senza il legame col successore di Pietro e con il suo magistero. Peraltro i legami tra Roma e Firenze, nei secoli sono sempre stati intensi, sia pure tra alti e bassi”. Un uomo-emblema di questo legame è stato indicato da Betori nel servo di Dio Giorgio La Pira, storico sindaco del capoluogo toscano.

“La grandezza di Firenze è sempre stato quello di percepirsi come città universale – ha aggiunto Betori -. Lo stesso Dante, quando scriveva di Firenze, si rivolgeva a tutto il mondo. Anche Michelangelo scolpiva e dipingeva in questa ottica universale”.