"Fondati e fermi nella fede" / 2

Lettera Pastorale per l'Anno della fede di monsignor Felice di Molfetta (Testo integrale)

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ROMA, martedì, 9 ottobre 2012 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il testo integrale della Lettera Pastorale di monsignor Felice di Molfetta, vescovo della diocesi di Cerignola-Ascoli Satriano, per l’inizio dell’Anno della fede, il 50° dell’apertura del Concilio Vaticano II, nella Seconda Visita Pastorale.

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“Ai santi e credenti fratelli in Cristo: grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro” (Col 1,2)

Carissimi ministri ordinati e fedeli tutti,

nel giorno in cui diamo ufficialmente inizio all’Anno della fede, indetto dal Santo Padre Benedetto XVI con Motu Proprio Porta fidei (11 ottobre 2011), consegno la presente lettera pastorale, perché orienti il cammino di quest’anno di grazia da vivere insieme nel contesto della Seconda Visita Pastorale, guidati dal pressante invito di Paolo rivolto alla comunità di Colossi a essere “fondati e fermi nella fede” (Col 1,23).

Colossi era una città in cui prosperavano culti pagani e la comunità correva il rischio di far vanificare il messaggio cristiano ad opera di alcuni falsi predicatori che parlavano della fede come di una filosofia o uno tra i diversi sistemi di pensiero giudeo-ellenista, ingenerando lo svuotamento della potenza salvifica dell’evento-Cristo.

L’Apostolo, dal canto suo, mette in guardia i Colossesi affermando che non esistono elementi complementari a Cristo e alla Sua redenzione. Perciò, “fate attenzione che nessuno faccia di voi sua preda con la filosofia e con vuoti raggiri ispirati alle tradizioni umane secondo gli elementi del mondo e non secondo Cristo” (Col 2,8).

Il monito paolino deve costituire anche per noi un forte invito a porre a fondamento stabile e certo della nostra vita cristiana la fede, quale radicamento in quelle convinzioni che, nell’oggi, sono chiamate a generare il dinamismo salvifico del nostro essere in Cristo creature nuove “perché restiate fondati e fermi nella fede, inamovibili nella speranza del Vangelo che avete ascoltato” (Col 1,23).

La fede nella storia dell’arte ha avuto una sua raffigurazione. Mi è sembrato perciò opportuno ancora una volta attingere dal nostro patrimonio perché sia conosciuto, apprezzato e valorizzato da tutti. Nell’immagine che vi accompagnerà lungo l’intero percorso della lettera, la fede è raffigurata da una donna. Vestita di bianco, essa è con una sopraveste azzurra, con l’elmo in capo e nella mano destra un cuore sormontato da una candela accesa; nella sinistra la tavola della legge antica con un libro aperto, con lo sguardo elevato in alto verso una luce irradiante dall’infinito e con il piede premuto sul globo.

Il nostro ignoto autore che ha dipinto la tela nel1704 haattinto da un certo Cesare Ripa che nella sua Iconologia (repertorio classico di simboli e allegorie) del 1618 spiega il senso dell’icona. “Il libro con le tavole di Mosè, sono il testamento nuovo e vecchio insieme, come principale somma di ciò che si deve credere e che sono i comandamenti di Cristo Signore nostro insieme con quelli della vecchia legge per conformità del detto suo che dice: ‘Non sono venuto a distruggere la legge ma adempirla’. Il cuore in mano con la candela accesa mostra l’illuminazione della mente nata per la Fede che discerne le tenebre dell’infedeltà e dell’ignoranza”.

Fin qui Cesare Ripa, ora non resta che lasciarci guidare dalla luce irradiante della Parola di Dio e dal respiro dell’Evangelo nella persona di Cristo, “Vangelo di Dio”.

1. CRISTO RISORTO, ALBA DELLA FEDE

1. Le attuali indagini sociologiche evidenziano a chiare lettere che molti battezzati non comprendono più il senso di appartenenza alla comunità cristiana e vivono come se Cristo non esistesse; sono anche in tanti coloro che ripetono i segni della fede ma non sempre alle parole e ai gesti corrisponde un’autentica e cosciente adesione alla persona di Gesù Cristo. Né d’altronde si può dare per scontato che tra noi e attorno a noi, in un crescente pluralismo culturale e religioso, sia conosciuto l’evangelo di Gesù.

Ed ecco un anno in cui Benedetto XVI ci invita a ridare vitalità alla nostra fede al fine di recuperare in tutto il suo spessore la verità, la bellezza, la forza e la gioia di cui essa è portatrice. Prima però che per iniziative o attività specifiche da predisporre nel corso dell’Anno, il risveglio e la comunicazione della fede devono avvenire per irradiazione ossia attraverso la testimonianza dei singoli credenti nella famiglia, nella comunità ecclesiale, nelle attività professionali, nelle aggregazioni sociali.

L’anno della fede deve farci prendere coscienza che nell’esperienza del credente non possono esserci due vite parallele: da una parte la vita cristiana, dall’altra la vita di lavoro, di impegno, di tempo libero. La vita, invece, per chi si ritiene rinato dall’acqua e dallo Spirito, è una sola: Cristo che vive in noi, “speranza della fede” (Col 1,27).

Sicché, al cuore della fede cristiana c’è un evento che chiama in causa una Persona e che viene espresso nel cosiddetto primo credo cristiano con queste parole:

“Che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture
e che fu sepolto
e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture
e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici”

(1 Cor 15,3-5).

Allora, prima di essere semplicemente assenso a delle verità dato una volta per tutte, la fede è incontro personale con una Persona umana e divina, Gesù Cristo, il quale dovrà farmi ripetere la stessa emozione di Paolo: “Io so in chi ho creduto” (2 Tm 1,12). Vissuta così come esperienza vitale, la fede susciterà conseguentemente il fascino della sua Persona e della sua sequela e ciascuno di noi potrà dire coscientemente: Io so perché ho creduto. In quel perché dovrebbe risuonare l’eco di una acclamazione e di una confessione:

“Se con la tua bocca proclamerai: ‘Gesù è il Signore!’ e con il tuo cuore crederai che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo” (Rm 10,9).

Una fede così, adulta e matura, ci condurrà a riconoscere Lui e nessun altro come unico Signore della propria esistenza.

2. Se la radice della fede è accoglienza a braccia aperte di un dono e soprattutto incontro con la persona di Gesù Cristo, ancora una volta, nel redigere la presente lettera intendo proseguire l’itinerario che ha caratterizzato il mio servizio pastorale, ponendo al centro la persona del Crocifisso-Risorto nella piena consapevolezza che “se Cristo non è risorto, vuota è la nostra predicazione, vuota anche la nostra fede” (1 Cor 15,14).

L’esperienza di Gesù con gli apostoli e le persone del suo tempo, ci permetterà di entrare così nel tema della fede e delle sue implicazioni esistenziali, all’insegna dei racconti di miracoli così presenti (almeno diciassette) soprattutto nell’evangelo di Marco. In tal senso, premesso che per Marco l’evangelo, cioè la buona notizia del regno di Dio, avviene attraverso i gesti di Gesù e le sue parole, essi vanno collocati e orientati nella piena manifestazione della sua morte e risurrezione; sarà infatti alla luce della pasqua che i miracoli diventeranno vangelo di Gesù Cristo, figlio di Dio.

Va precisato altresì che all’evangelista Marco interessano i miracoli, non perché siano eventi straordinari, ma perché la persona di Gesù è straordinaria, eccezionale, importante; Lui è tale perché è morto ed è risorto. D’altronde, i miracoli avvengono sulla strada che conduce alla morte e risurrezione e anticipano come segni provvisori ma decisivi, la potenza che si manifesterà nella risurrezione. Si comprende allora l’insistenza di Marco sulla fede di chi viene guarito, o meglio salvato; ed ecco perché, i miracoli evangelici sono tutti di segno positivo, cioè ristabiliscono l’uomo nella sua integrità, dignità e libertà davanti a Dio.

I segni che andremo ad evidenziare legano saldamente il Signore alla vicenda terrena e umana, condizionata dal bisogno e dalla paura, dalla malattia e dalla morte. Infatti, l’evangelista Marco raccontandoci questi segni e prodigi, ci fa intravedere e quasi pregustare la vittoria definitiva di Gesù, sulla morte e su ciò che afferra l’uomo nella sua debolezza mortale, che ha avuto inizio in questa periferia di un’umanità malata, affamata, spaventata.

E questo sì che è un evangelo cioè una buona notizia, capace di sostenere la fede e l’adesione della comunità credente in Colui che è credibile e affidabile, Gesù Cristo. Egli però, ieri come oggi, esige da noi un’apertura a un mondo e a un ordine diversi la cui garanzia è da riporsi in Lui, Gesù Cristo, figlio di Dio. In questa temperie saremo chiamati ad entrare, mentre scorreranno davanti a noi quei prodigi, destinati a suscitare e a risvegliare in noi la stessa fede schietta che fu di alcuni protagonisti dell’evangelista Marco.

“NON AVETE ANCORA FEDE?”

3. “…venuta la sera, disse loro: ‘Passiamo all’altra riva’. E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui. Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: ‘Maestro, non t’importa che siamo perduti?’. Si destò, minacciò il vento e disse al mare: ‘Taci, calmati!’. Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: ‘Perché avete paura? Non avete ancora fede?’. E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: ‘Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?’” (Mc 4,35-41)

Quella notte sul lago in tempesta, i discepoli fanno un’esperienza terrificante. Fino ad allora avevano conosciuto un Maestro travolgente, capace di infiammare le folle. Ora si trovano in mezzo alla burrasca su una povera barca che volteggia impazzita, trascinata su e giù dalle onde di un lago diventato intrattabile. Nel cuore in subbuglio dei discepoli, alla paura si aggiunge l’angoscia: come mai, mentre essi tremano di spavento, il Maestro dorme a poppa su un cuscino? A me piace invece in questo comportamento del Maestro scorgere la sua profonda umanità nell’umanissimo bisogno di riposo.

Egli si comporta infatti come un qualsiasi uomo, spossato da una giornata di intenso lavoro tant’è che si addormenta sul duro cuscino sopra il quale siedono i rematori. E non si sveglia nemmeno al fragore della burrasca e delle ondate che investono l’imbarcazione da ogni parte. Le forze divine presenti in Lui non si vedono, emergono invece spossatezza e bisogno di riposo. Perciò, sono i discepoli a doverlo svegliare con il cuore in subbuglio e al suono di uno spudorato rimprovero: “Maestro, non ti importa che siamo perduti?” (Mc 4,38).

Alla tranquillità di Gesù fanno da contrasto la paura e l’angoscia che rendono i discepoli incontrollati e aggressivi. Infatti è su questo sfondo degli elementi scatenati dalla natura e dagli uomini impauriti che sovrastano la sicurezza e il dominio di Gesù tant’è che, secondo gli esegeti, il cuore dell’episodio risiede proprio in questa figura sdraiata a poppa, mettendo così in luce il comportamento dei discepoli.

Infatti nel rimprovero rivolto a Gesù, gli apostoli dimostrano di non fidarsi del loro Maestro e di non credere fino in fondo al suo amore. A Lui invece stanno davvero a cuore la sorte e la vita dei suoi compagni, eccome! La loro paura deve invece cedere il posto alla fede, per cui il miracolo deve far progredire i discepoli nella scoperta della persona di Gesù. Ed ecco che a questo punto il racconto cessa di essere la semplice descrizione di un episodio drammatico sul lago per farlo diventare l’evocazione di un’esperienza di fede.

Il pericolo mortale aveva fatto dimenticare ai discepoli chi si trovasse innanzi a loro; le forze di cui si vedevano in balia avevano travolto la loro fede: “Perché avete paura? Non avete ancora fede?” (Mc 4,40). In essi è scomparsa la fede, perciò non basta la fiducia di chi crede di poter resistere a tutti gli attacchi delle potenze ostili a Dio. È necessario invece porsi la domanda: “Chi è dunque costui che anche il vento e il mare gli obbediscono?” (Mc 4,41).

In questo interrogativo, la comunità cristiana è chiamata in causa, grazie alla narrazione del racconto che diventa così un pressante ammonimento a non perdere la fede quando è in pericolo la propria esistenza nelle bufere della vita. Credere significa allora contare su Dio e sulla sua potenza quando si è nel gorgo del mare; significa ancora più precisamente aspettare in concreto di poterlo incontrare ancora e sempre nel suo figlio Gesù. E quando la tempesta del dolore, del male, del silenzio di Dio, della paura ci sconvolge, in questa densa e fitta tenebra, devono balenare come squarcio di luce le parole del Maestro: “Perché avete paura? Non avete ancora fede?” (Mc 4,40).

“È UN FANTASMA!”

4. “Venuta la sera, la barca era in mezzo al mare ed egli, da solo, a terra. Vedendoli però affaticati nel remare, perché avevano il vento contrario, sul finire della notte egli andò verso di loro, camminando sul mare, e voleva oltrepassarli. Essi, vedendolo camminare sul mare, pensarono: ‘È un fantasma!’, e si misero a gridare, perché tutti lo avevano visto e ne erano rimasti sconvolti. Ma egli subito parlò loro e disse: ‘Coraggio, sono io, non abbiate paura!’. E salì sulla barca con loro e il vento cessò” (Mc 6,47-51)

L’esperienza di Gesù che cammina sulle acque del lago è preceduta da un’azione altamente significativa ed espressiva per la nostra vita di fede. Congedata la folla dopo la moltiplicazione dei pani, l’evangelista ci racconta che Gesù “andò sul monte per pregare” (Mc 6,46). Egli prima di essere maestro di preghiera è esempio di preghiera: Gesù prega e prega per davvero! Certo, di fronte alla complessità della vita quotidiana, il gesto del Maestro non può non essere che paradigmatico per il nostro cammino interiore. Per Lui come per noi, recarsi in vetta al monte sta infatti a significare la prossimità con Dio e l’intrattenersi in preghiera dovrebbe altresì costituire l’habitus normale anche del nostro essere cristiani credenti.

Il paradossale episodio notturno rientra nella pedagogia del Maestro, tutta intesa ad educare i discepoli a comprendere il mistero della sua natura umano-divina. L’evangelista infatti descrive l’evento come una epifania, come un subitaneo illuminarsi della gloria divina di Gesù davanti ai suoi discepoli. Fragile sarebbe pertanto analizzare con il ragionamento questo episodio; anzi, l’evangelista sembra volerci dire che solo chi crede alla risurrezione di Gesù può accettare questa epifania della divinità e comprendere il senso dell’apparizione di Gesù.

Nella narrazione marciana, Gesù appare verso l’ultima parte della notte (che corrisponde circa alle tre-sei del mattino) “andando verso di loro, camminando sul mare” (Mc 6,48). Commuove grandemente la sensibilità dell’Uomo-Dio nel momento in cui vede i suoi “affaticati nel remare, perché avevano il vento contrario” (Mc 6,48): Gesù viene verso di loro così come JHWH era venuto verso quei personaggi anticotestamentari con un avvicinamento misterioso da permettere loro di constatarlo presente. I discepoli avrebbero dovuto attingere consolazione e forza dalla vicinanza e dalla presenza del loro Signore. E invece no! Essi non comprendono, credono di vedere “un fantasma” e si mettono a gridare con forza.

Ai discepoli che gridano per lo spavento, Gesù si rivolge con le stesse parole con le quali Dio si manifestò nell’Antico Testamento: “Coraggio, sono io, non abbiate paura” (Mc 6,50). In quelle parole: “sono io”, Gesù rivela tutta la sua autorità, in continuità con le manifestazioni che Dio Salvatore fece di sé al popolo eletto e racchiuse in “Io sono” (Es 3,14). In questa formula, Gesù sembra voler ammonire i suoi discepoli dicendo loro: Voi dovete riconoscermi e credere convincendovi che sono ‘io, io sono il Signore, fuori di me non c’è salvatore’ (Is 43,10); sì, fuori di me non c’è nessuno che possa recarvi aiuto. È questo il richiamo che viene rivolto anche a ciascuno di noi, incapaci di confidare solo in Lui.

Gesù sale con i discepoli sulla barca e il vento si placa, le paure e le fatiche della notte passano. Essi però sono attanagliati da quell’intimo timore del soprannaturale e dell’umanamente incomprensibile da far uscire fuori di sé. Ed ecco perché, in questa rivelazione della potenza e della natura divina di Gesù, l’evangelista Marco vuole indicare la strada di una genuina esperienza di fede. Non sarà mai possibile capire il vero senso dei gesti e delle rivelazioni di Gesù, e nemmeno dei segni più spettacolari ed evidenti, fino a quando non si è compreso chi è Gesù.

La lezione da parte dell’evangelista è chiara: non solo gli avversari, né i parenti e i compaesani, ma anche i discepoli, testimoni più vicini e immediati di Gesù, non comprendono. La loro coscienza e il loro cuore rimarranno induriti e accecati fino a quando non vi sarà la piena apertura all’incontro con la persona di Cristo e il suo destino misterioso. Non è forse questo un forte, pressante invito anche per noi?

“SIGNORE, SALVAMI!”

5. “Pietro allora gli rispose: ‘Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque’. Ed egli disse: ‘Vieni!’. Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: ‘Signore, salvami!’. E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: ‘Uomo di poca fede, perché hai dubitato?’. Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: ‘Davvero tu sei Figlio di Dio!’” (Mt 14,28-33)

Nel testo parallelo di Mt 14,22-33, l’evangelista inserisce la scena di Pietro nel contesto di una barca squassata dalle onde e dal vento impetuoso. In essa i discepoli sono timorosi; la loro fede è debole; Pietro stesso, compreso nel racconto evangelico come tipo del discepolo, crede nel suo Signore ma con fede timida e insufficiente. E proprio per questo affonda nelle acque. Il fulcro del brano costituisce un’esplicita provocazione di fede da parte di Gesù: fede come capacità di riconoscere Lui e coraggio di affidarvisi anche quando sembra che non vi sia via di scampo; fede come fiducia nel Dio di Gesù Cristo piuttosto che nella sua potenza taumaturgica.

L’intento dell’evangelista infatti non è quello di mettere in risalto principalmente il prodigio fisico, quanto piuttosto il fatto che le persone presenti nella barca siano indotte a fissare i loro occhi su Gesù con il quale devono stabilire un nuovo rapporto e suscitare nei discepoli l’interrogativo sulla persona di Gesù: “Chi è dunque costui?”. In fondo, Pietro mostra inizialmente di avere fede in Gesù e pensa dentro di sé: se davvero c’è Lui; e se è Lui che mi dice, “Vieni” (Mt 14,29), non avrò nulla da temere neppure se dovrò vivere una cosa impossibile alle capacità umane, come è quella di camminare sulle acque, oltretutto in mezzo a onde e vento contrario.

E fin tanto che Pietro si fiderà di Gesù e della sua Parola; fin tanto che guarderà a Lui, più che a sé e a ciò che lo circonda, camminerà sulle acque e andrà verso Gesù. Ma nel momento in cui la sua attenzione e la sua fiducia non saranno più riposte in Gesù, comincia ad affondare. Comprendete, allora, sorelle e fratelli miei, il problema non sarà più la forza del vento o l’impossibilità di Pietro a fare certe cose, bensì nel non essersi fidato più della parola di Gesù che lo condurrà ad essere rimproverato severamente: “Uomo di poca fede, perché hai dubitato?” (Mt 14,31). Ancora una volta il racconto viene ad assumere il valore di un insegnamento di catechesi impartita dall’evangelista ai fedeli di ieri e a noi di oggi, perché venga assunto un atteggiamento di fiducia in Colui che è il Figlio di Dio.

Nondimeno, immersi qual siamo nei gangli del male, della sofferenza e degli affanni che mozzano il respiro della speranza, dobbiamo come Pietro rivolgere lo sguardo, la voce e la mano al Cristo, l’unico che vince il cuore del male per sollevarci e farci camminare sui flutti tempestosi della vita quotidiana. La mano di Gesù stesa verso il primo degli apostoli non sarà di salvezza solo per lui ma anche per noi. Ad affermarlo è Origene di Alessandria d’Egitto, vissuto a cavallo del II-III secolo:

“Se un giorno ci troveremo alle prese con inevitabili e implacabili tentazioni, ricordiamoci che Gesù ci ha obbligati ad imbarcarci e vuole che da soli lo prendiamo sulla riva opposta. Quando in mezzo alle tempeste della sofferenza, avremo passato tre quarti dell’oscura notte che regna nei momenti della tentazione, lottando il meglio possibile e sorvegliando per evitare il naufragio della fede, siamo sicuri che, al sopraggiungere dell’ultimo quarto di notte, quando la tenebra sarà ormai avanzata e il giorno viene, accanto a noi arriverà il figlio di Dio, per renderci il mare benigno, camminando sui flutti. E anche noi cammineremo con Lui sulle onde della tentazione, del dolore e del male”.

2. QUESTO INCREDIBILE BISOGNO DI CREDERE

6. “Questo incredibile bisogno di credere”: è il titolo che la psicanalista e filosofa Julia Kristeva ha voluto dare a un suo scritto facendo cogliere della fede e del credere la dimensione antropologica, costitutiva dell’esistenza umana; quasi a voler dire che non si può essere uomini senza credere perché credere è il modo di vivere la relazione con gli altri perché, scrive Enzo Bianchi, vivere è sempre vivere come e attraverso l’altro. Come sarebbe possibile vivere senza fidarsi di qualcuno? A differenza degli animali - continua il priore di Bose - noi usciamo incompiuti dall’utero materno e per essere come persone abbiamo bisogno di qualcuno in cui mettere fede-fiducia.

Anzi, fin dalla sua vita intrauterina il nascituro mette fiducia in sua madre, crede in lei quando essa per lui è ancora nient’altro che una matrice; fin dal seno di sua madre egli crede alla vita di cui si sente vivere, crede alla madre che lo porta in grembo, è come abitato da una promessa, quella di poter accedere a una vita in pienezza. Tutto questo non nell’ordine dell’intelligenza ma in quello dell’istinto e del desiderio. È così che il bambino si abbandona, si fida della madre e, una volta uscito dall’utero, cercherà ancora questo riferimento, continuando a fidarsi della madre. In tal modo egli prenderà coscienza della sua condizione umana, sarà aiutato a “venire al mondo” proprio dalla fiducia messa in sua madre.

Basterebbe solo questa esperienza “fontale” per comprendere che nella nostra vicenda umana non è possibile crescere senza aver fiducia in qualcuno, nella madre principalmente e poi, più in generale, in entrambi i genitori. E quando si parla di fede occorrerà dunque evitare di pensare immediatamente al dare un assenso alle affermazioni dogmatiche, quanto invece pensare all’affidarsi di un bambino attaccato con una fascia al seno di sua madre (cfr. Is 66,12-13), sicuro in braccio a lei (cfr. Sal 131,2). Credere o aver fede sarà anzitutto “credere all’amore” (cfr. 1 Gv 4,16), al fine di tendere a quel pieno compimento di sé che è dato da una vita in cui si ama e si è amati.

Acclarato e premesso questo bisogno antropologico del fidarsi di qualcuno per affidarsi a qualcuno e dopo aver posto l’attenzione sull’esperienza di Cristo con i suoi discepoli attraverso un autentico itinerario di fede, in questa seconda parte evidenzierò alcune figure genitoriali là dove l’incontro con Cristo viene a generare il dinamismo della fede. Si tratterà di figure paterne o materne che mettono in luce l’esigenza di crescere nella fede. I racconti che esaminerò vedono infatti Gesù complice di madri o di padri attraverso i quali sarà bello cogliere l’opera di trasmissione, di testimonianza e di sostegno alla fede per le nuove generazioni.

“CREDO, AIUTA LA MIA INCREDULITÀ”

7. “‘Maestro, ho portato da te mio figlio, che ha uno spirito muto. Dovunque lo afferri, lo getta a terra ed egli schiuma, digrigna i denti e si irrigidisce. Ho detto ai tuoi discepoli di scacciarlo, ma non ci sono riusciti’. Egli allora disse loro: ‘O generazione incredula! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Portatelo da me’. E glielo portarono. Alla vista di Gesù, subito lo spirito scosse con convulsioni il ragazzo ed egli, caduto a terra, si rotolava schiumando. Gesù interrogò il padre: ‘Da quanto tempo gli accade questo?’. Ed egli rispose: ‘Dall’infanzia; anzi, spesso lo ha buttato anche nel fuoco e nell’acqua per ucciderlo. Ma se tu puoi qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci’. Gesù gli disse: ‘Se tu puoi! Tutto è possibile per chi crede’. Il padre del fanciullo rispose subito ad alta voce: ‘Credo; aiuta la mia incredulità!’. Allora Gesù, vedendo accorrere la folla, minacciò lo spirito impuro dicendogli: ‘Spirito muto e sordo, io ti ordino, esci da lui e non vi rientrare più’. Gridando e scuotendolo fortemente, uscì. E il fanciullo diventò come morto, sicché molti dicevano: ‘È morto’. Ma Gesù lo prese per mano, lo fece alzare ed egli stette in piedi. Entrato in casa, i suoi discepoli gli domandavano in privato: ‘Perché noi non siamo riusciti a scacciarlo?’. Ed egli disse loro: ‘Questa specie di demòni non si può scacciare in alcun modo, se non con la preghiera’” (Mc 9,17-29)

L’uomo, pur avvertendo una estrema urgenza di credere, si rende conto della propria debolezza; anzi sa che in lui, povera creatura umana, l’incredulità si annida come in casa propria e ha bisogno che la fede gli venga data in dono dalla potenza di Dio. Ecco perché la sua risposta, non poche volte, si traduce in ardente preghiera. È questa la trama attorno alla quale rotea l’intero racconto dell’evangelista Marco che descrive una scena di guarigione di un ragazzo “che ha uno spirito muto” e anche “sordo” (Mc 9,18.25) attraverso il quale il Signore si imbatte nell’angoscia di un padre che davanti a molta folla descrive la condizione straziante del figlio.

È il tema dominante dell’incontro di Gesù con la folla, con il padre e con gli stessi discepoli sconvolti dal morbo di epilessia di cui è affetto il ragazzo. Il suo quadro patologico desta infatti grandissima impressione fino a provocare la ripugnanza dei presenti; il morbo veniva interpretato in quel tempo come possessione diabolica. In questo quadro clinico ciò che sta a cuore dell’evangelista non sarà la guarigione del racconto in sé, quanto l’insegnamento che ne deve derivare per la comunità.

La folla con i discepoli si sente severamente apostrofare da Gesù: “O generazione incredula!” (9,19). Un’espressione, questa, che richiama il lamento che la Bibbia pone sulle labbra del Signore nei confronti del popolo nel deserto; quello stesso popolo che ha dimenticato, e ancora non sa cogliere il significato dei gesti salvifici che vengono compiuti a suo favore. Gesù in questo sfogo emotivo intende mettere infatti a nudo il comportamento della folla, inteso come pura e semplice mania di assistere a fatti prodigiosi nonché come superficiale aspettativa di ottenere soccorso nelle necessità materiali. È da questo contesto che nasce la lezione che il Maestro intende dare a tutti.

Il sordomutismo che tiene soggiogato il fanciullo rappresenta il male profondo dal quale i discepoli stessi devono essere guariti; essi come la folla sono “muti”, non riescono cioè ad esprimere la fede perché sono “sordi” alla Parola di Cristo. Perciò, di fronte alla riluttanza e alla grettezza dei suoi, Gesù intreccia il dialogo con il padre dell’epilettico, lasciandosi raggiungere dalla gemente e straziante domanda: “Se tu puoi qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci” (Mc 9,22). Sì, Egli la raccoglie e replica: “Se tu puoi! Tutto è possibile per chi crede” (Mc 9,23).

La guarigione sì, nascerà ma solo partendo dalla capacità di sapersi fidare di Dio, passando da una fede condizionata a una fede incondizionata; passaggio, questo, che implica un intenso cammino interiore sorretto dalla preghiera con la quale non si chiede solo un aiuto anche se indispensabile ma soprattutto l’aiuto della fede che solo libera da ogni male. Il padre infatti, lasciandosi attrarre dalla forza della parola di Cristo e resosi conto della sua nativa debolezza e fragilità, risponde subito: “Credo; aiuta la mia incredulità” (Mc 9,24). In questo grido angosciato, l’evangelista lancia il suo messaggio alla comunità che purtroppo si ritiene credente ma forse non lo è secondo l’evangelo. Questo è il messaggio: l’unica condizione richiesta per l’intervento salvifico di Dio è la fede; cioè la totale apertura di ognuno di noi alla sua azione di grazia.

In detta prospettiva di fede nuda, l’imperioso intervento di Gesù produce la guarigione, la quale viene descritta come un evento resurrezionale compiutosi nella carne ferita del ragazzo. Sarà perciò grazie alla fede del padre e all’azione salvifica di Cristo, che il giovane, preso per mano, rialzato e messo in piedi (Mc 9,26), potrà essere restituito alla famiglia e alla vita piena nella casa. In questo prodigio, siamo messi di fronte al frutto maturo di una fede priva di tentennamenti che, unita alla preghiera, rende possibile ogni cosa in tutte le avversità e nei suoi bisogni.

8. “Entrato in casa…” (Mc 9,28). È opportuno non passarci sopra questa indicazione dell’evangelista, dal momento in cui gli esegeti attribuiscono ad essa una valenza teologica. Nella mente di Marco, sempre secondo gli studiosi, la casa designa un ambito o un momento privilegiato in cui Gesù si manifesta ai discepoli per allargare poi l’orizzonte alla casa come simbolo della comunità.

È in essa che il Maestro rileva l’impotenza dei discepoli di non essere riusciti a scacciare dall’epilettico lo spirito sordo e muto, impotenza che può essere superata solo con quella fede che lo rende presente nella sua forza. L’evangelista, continuando la sua azione catechetica, sembra volerci dire che se la nostra fede dovesse fondarsi solo sulle nostre sicurezze, ci troveremmo subito nell’impotenza come quella riscontrata nei discepoli.

Ma si deve altresì aggiungere che questa fede si deve tradurre in preghiera per vedere la sua efficacia. D’altronde, stante l’insegnamento di Gesù che “senza di me non potete far nulla” (Gv 15,5), l’episodio evangelico intende offrirci questo messaggio: quanto più grave è la situazione da affrontare, maggiore comunione con Dio è necessaria, memori che Dio soltanto può far sì che una fede nuova diventi certezza incrollabile e indistruttibile.

Nel grido angosciato del padre dell’epilettico “Se tu puoi far qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci”, come non scorgere quello che viene fuori dai nostri cuori nelle molteplici e svariate situazioni personali e familiari di angoscia e di amarezza, oggi così frequenti? È un gemito che non può non avere una risonanza nel cuore di Dio che nel suo Figlio si è fatto a noi vicino fino ad assumere le stesse nostre paure e infermità.

Nondimeno, Egli ci ammonisce che la preghiera deve riflettere quel grado di fede, tale da rendere possibile ogni cosa: ciò costituisce un forte invito ai singoli, alle famiglie e alle comunità cristiane a saper confidare solamente in Dio in ogni avversità e bisogno. Così facendo, la preghiera viene quasi ad assumere l’aspetto drammatico di una lotta; una lotta con Dio in cui Egli perde e ci si concede: “Hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto”, dice l’Angelo a Giacobbe. E costui esclama: “Davvero ho visto Dio faccia a faccia, eppure la mia vita è rimasta salva” (Gen 32,29-31).

Amati fratelli, pur nella notte oscura del dolore, fate fiorire la preghiera gemente e straziante dei vostri cuori, certi che Dio tenderà il suo orecchio, perché la preghiera del povero che nasce dal cuore ferisce le nubi del cielo. Ne è prova il gesto di Gesù che ebbe misericordia di quel padre che, tormentato dalla sua intima indigenza, viene esaudito. Di certo, la vita oggi soprattutto in famiglia, ha bisogno di una carica di indomabile speranza, altrimenti si cede di fronte agli ostacoli e si potrebbe perfino cadere nella disperazione.

Abbiamo tutti bisogno di una forza superiore che rende possibile anche l’impossibile. E allora, dove attingere luce, speranza e forza interiore per contrastare le inevitabili avversità? Decisamente nel dialogo con Dio e nella preghiera umile e fiduciosa. Considerando l’agire di Cristo, dobbiamo ritenere che il suo rapporto con il Padre costituisce davvero il cuore e l’anima della sua vita, per questo: “Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava” (Mc 1,35).

La preghiera dei coniugi, dei genitori, della famiglia dovrebbe allora essere parte della stessa vita; forse si è persa anche l’abitudine a pregare; non scoraggiatevi, c’è tempo per riprenderla. E per ricominciare si potrebbe fare solo questo piccolo esercizio: mettersi in disparte e attendere; forse non sappiamo più cosa dire a Dio, né cosa chiedere; forse neanche come fare la preghiera… Non affliggetevi, se ritenete di credere ancora, di aver fede e di appartenere a Dio, state in silenzio davanti a Lui, sarà lo Spirito ad insegnarvi a pregare, suggerendo anche ciò che è giusto che Gli chiediate. In questo contesto di sapore familiare dell’arte di pregare, piace consegnarvi un detto della sapienza antica secondo la quale il figlio muto, la madre lo intende. Saremo pure muti davanti al Signore, sarà Lui a capire ciò che alberga nei nostri cuori. Coraggio!

“PER QUESTA TUA PAROLA, VA’…”

9. “Partito di là, andò nella regione di Tiro. Entrato in una casa, non voleva che alcuno lo sapesse, ma non poté restare nascosto. Una donna, la cui figlioletta era posseduta da uno spirito impuro, appena seppe di lui, andò e si gettò ai suoi piedi. Questa donna era di lingua greca e di origine siro-fenicia. Ella lo supplicava di scacciare il demonio da sua figlia. Ed egli le rispondeva: ‘Lascia prima che si sazino i figli, perché non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini’. Ma lei gli replicò: ‘Signore, anche i cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole dei figli’. Allora le disse: ‘Per questa tua parola, va’: il demonio è uscito da tua figlia’. Tornata a casa sua, trovò la bambina coricata sul letto e il demonio se n’era andato” (Mc 7,24-30)

L’esperienza della donna sirofenicia che implora l’intervento del Signore per la sua figlioletta posseduta da uno spirito impuro rimane una delle icone più toccanti dell’evangelo nonché una delle perle della tradizione. E se il cuore è lo spazio decisivo dell’autentico rapporto con Dio, anche una donna di “lingua greca e di origine siro-fenicia” (Mc 7,26) può partecipare alle primizie della salvezza.

La forza del racconto di questa donna che supplica Gesù di ottenere la guarigione della sua figlioletta, posseduta da un demonio, risalta ancor di più per il fatto che mentre l’esperienza rinnovatrice della fede non si verifica tra i discepoli e i farisei, si attua invece in modo meraviglioso in una casa (Mc 7,24), situata purtroppo in un territorio pagano, disprezzato dagli ebrei e dichiaratamente considerato loro nemico. Considerate bene: questa donna che si getta ai piedi di Gesù discende infatti da dichiarati nemici tradizionali di Israele cui appartiene lo stesso Gesù.

Nel breve ma intenso dialogo tra Gesù e la donna sirofenicia, l’evangelista pone in evidenza la straordinaria forza trainante della fede materna, espressa dalla potenza dell’intercessione. Marco, da mirabile catechista, vi condensa nel suo racconto il contrasto tra il dolore di una madre e la sua fede eroica che oltrepassa i limiti socio-geografici. Il tutto, ancora una volta, si svolge in una casa, là dove Gesù non tenendo conto delle contaminazioni legali, entra in dialogo con quella madre lacerata nel suo cuore per la terribile situazione della figlioletta.

È un dialogo, quello, riportatoci da Marco in maniera scarna, tanto da essere integrato dall’evangelista Matteo 15,21-28 in cui la noncuranza iniziale di Gesù è tale verso questa donna che non le rivolge nemmeno una parola (Mt 15,23). Ancora più glaciale è la risposta che il figlio di Davide dà ai discepoli, quando cercano di intercedere per lei: “Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della Casa di Israele” (Mt 15,24). Ma ella non demorde, si avvicina e si prostra dinanzi a lui dicendo: “Signore, aiutami”. Ed egli risponde: “Lascia prima che si sazino i figli, perché non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini” (Mc 7,27).

“Ruvida” è la reazione di Gesù che non teme di inasprire l’umiliazione di quella povera donna, già a lungo provata dai patimenti della sua bambina. I Padri della Chiesa sono soliti giustificare questo ritardo di Cristo nell’esaudire l’implorazione per uno scopo pedagogico: che non poteva essere così automatico che egli facesse un miracolo per un pagano, senza che lui fosse prima maturo nella fede. Verosimilmente, alla luce delle ultime interpretazioni, il “ritardo” di Gesù sembra gettare una luce sul mistero del suo cuore di Figlio di Dio, fattosi veramente uomo. Per cui le parole di quella donna, “Signore anche i cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole dei figli” (Mc 7,28), potranno essere state un segno anche per Gesù, spingendoLo ad oltrepassare la mentalità giudaica in cui era cresciuto.

Da quella madre Egli ha potuto intuire che la signoria salvifica che il Padre suo con amore materno (cfr. Is 49,15; 66,13) lo aveva mandato a realizzare, non era riservata soltanto agli Israeliti, ma doveva essere offerta anche ai pagani che gli ebrei consideravano “cani”. È bello pensare come lo Spirito di Dio, artefice della vita e della missione di Cristo, abbia agito anche attraverso quella madre in Gesù. E lui, docile all’azione dello Spirito, può condurre a buon fine un’opera salvifica che il Padre gli stava dando da compiere; perciò dice: “Per queste tue parole, va’: il demonio è uscito da tua figlia” (Mc 7,30). Matteo in modo più esplicito e lodevole annota: “Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri” (Mt 15,28).

10. Il racconto della donna sirofenicia diventa esempio di fede. Per i lettori cristiani provenienti dal paganesimo, e oggi per tutti noi, quella donna senza nome diventa immagine e modello nel suo accorrere fiducioso verso Gesù. A Lui si rivolge, gli chiede aiuto e nella sua fede salda e irremovibile, espressa con parole tanto umili, diventa la figura corrispondente del centurione pagano di cui narrano Matteo (8,5-13) e Luca (7,1-10). Va riconosciuto chiaramente: la grandezza esemplare di questa madre pagana - esempio luminoso per tutte le mamme - è consistita nell’irremovibilità della sua fiducia, anche quando sembra quasi che Gesù voglia respingerla. Una fede genuina la sua, che porta in sé qualcosa della fiducia che “sposta le montagne” (Mc 11,23); vince ogni ostacolo; supera ogni barriera.

Questa donna sirofenicia dalla fede luminosa è anche colei che conosce “le briciole del pane” e “il pane dei figli”. Perciò viene a ricordarci che la vera fede sarà quella che si farà pane; pane che sazia il fratello e ci rammenta che questo pane è la fede stessa che si traduce in amore fraterno; ossia in pane dei figli che i fratelli dovranno donarsi vicendevolmente. Per noi che ci riteniamo cristiani credenti, sarà fede autentica quella che si traduce in opere; e l’unica parola che potrà valere sarà quella che si fa pane per gli altri. La pensava così il vescovo Basilio Magno in una omelia - la sesta sulla carità - tenuta ai suoi fedeli:

“Se hai dato all’affamato, diventa tuo tutto ciò che gli hai donato, anzi ritorna a te accresciuto. Come infatti il frumento che cade in terra, va a vantaggio di colui che lo ha seminato, così il pane dato all’affamato, riporta molti benefici. […] Sii attivo nel bene. Ti approverà allora Dio, ti loderanno gli angeli, ti proclameranno beato tutti gli uomini che sono esistiti dalla creazione del mondo in poi, riceverai la gloria eterna, la corona di giustizia, il regno dei cieli come premio del retto uso delle cose terrene e caduche. […]

Largheggia con ciò che possiedi, sii generoso, anzi munifico nell’affrontare spese a beneficio dei bisognosi. Si dica anche di te: “Egli dona largamente ai poveri: la sua giustizia rimane per sempre” (Sal 111, 9). Quanto dovresti essere grato al donatore benefico per quell’onore che ti viene fatto! Quanto dovresti essere contento di non dover tu battere alla porta altrui, ma gli altri alle tue!

E invece sei intrattabile e inabbordabile. Eviti di incontrarti con chi ti potrebbe chiedere qualche spicciolo. Tu non conosci che una frase: ‘Non ho nulla e non posso dar nulla, perché sono nulla tenente’. In effetti tu sei veramente povero, anzi privo di ogni vero bene. Sei povero di amore, povero di umanità, povero di fede in Dio, povero di speranza nelle realtà eterne”.

3. QUANDO LA FEDE SCONFIGGE LA MORTE

“NON TEMERE, SOLTANTO ABBI FEDE!”

11. “Essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: ‘La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva’. Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno. […] Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: ‘Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?’. Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: ‘Non temere, soltanto abbi fede!’. E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro: ‘Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme’. E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: ‘Talità kum’, che significa: ‘Fanciulla, io ti dico: àlzati!’. E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare” (Mc 5,21-24.35-43)

Il nostro percorso approda ora nella casa di un notabile e dignitario, dal nome ben noto Giairo, capo della sinagoga di Cafarnao. È un padre che si trova in una situazione disperata, nonostante che il suo nome racchiuda un augurale significato recondito; Giairo in ebraico potrebbe significare “(Dio) risuscita”. La sua unica figlia sta per morire nel fiore degli anni: 12 anni è anche l’età da marito nell’ambiente palestinese. È con lui che voglio compiere un’altra tappa nel racconto della fede cristiana alla luce dell’evangelo da cui veniamo ad apprendere che la fede ha efficacia salvifica solo quando diventa fiducia illimitata in Cristo; quando fa aderire alla sua persona; quando Lo si interpella per una risposta; quando crea spazio nella nostra vita alla sua venuta di salvatore.

Giairo è una persona che, pur incarnando il giudaismo ufficiale, non è uno di quegli altezzosi rappresentanti dell’alto clero di Gerusalemme; proprio per questo la sua vicenda può essere considerata un’esperienza di fede in cammino. Al centro della narrazione incontriamo Gesù nell’atto di ascoltare, accogliere la sofferenza di un padre ed entrare nella casa per strappare alla morte la figlia. In questo avvenimento, l’evangelista nella sua sequenza narrativa fa passare Giairo da una fede-fiducia iniziale in Gesù all’incontro definitivo con Lui, fonte di salvezza e vita piena.

E qui è d’obbligo chiedersi: quale salvezza poteva essere possibile davanti alla morte? In tal senso, la scena nella casa della bambina morta è molto significativa. Il capo della sinagoga, come ultimo decisivo gesto nei riguardi della sua figlia morente, “si getta ai piedi di Gesù e lo supplica” (Mc 5,22), abbandonandosi alla benevolenza di un singolare Maestro. Non so. Noi come Giairo, forse ci saremmo attesi una risposta rapida alla nostra domanda. Gesù invece nella sua pedagogia si fa anzitutto compagno nel dolore di questo genitore al quale non gli resta altro che la sola speranza. La strada verso casa diventa però un grande cammino di fede.

Sì, proprio quando umanamente tutto sembra perduto; quando tutti i mezzi umani hanno fallito, Gesù chiede a Giairo la fede: “Non temere, soltanto abbi fede” (Mc 5,36). E se la fede del capo della sinagoga inizialmente era fiducia in Gesù guaritore, ora il Maestro gli chiede di credere all’incredibile: credere cioè unicamente alla sua Parola.

Percorso dalla tragedia, Giairo è la figura di uno di noi, uno dei tanti infelici provati da ogni specie di dramma sì da rappresentare la condizione dell’uomo nudo, libero dalle competizioni e dalla autodifesa, dalle sovrastrutture e dall’orgoglio. Proprio così: quando la bufera si scatena contro di noi, il dolore fa passare in secondo piano dignità, diritti, prestigio e solennità rendendoci tutti più semplici, più sinceri, più spontanei. Più veri davanti a Dio e a noi stessi.

La fede di quest’uomo è ulteriormente evidenziata dai pianti e dai lamenti dei parenti della fanciulla e dalla gente che deride la parola di Gesù: “la bambina non è morta, ma dorme” (Mc 5,39). Quella gente è chiusa nella sua incredulità; è una folla chiassosa che segue Gesù e Giairo per curiosità, in attesa di uno spettacolo, ne è prova che appena si sparge la notizia della morte della ragazza, l’interesse diminuisce. Poiché, non è più il caso di continuare a tener viva la speranza.

Come non scorgere in tutta questa folla il volto della superficialità che passa da un atteggiamento all’altro senza coerenza; che ama i risultati immediati fino “a perdere la fede”? Sono queste, parole sentite tante volte da parroco quando l’interlocutore di turno non avendo ottenuto ciò che si attendeva con un pellegrinaggio, una novena, un ricorso a qualche santo ritenuto guaritore, esclamava: “Ho perduto la fede!”. A quell’anonimo interlocutore il parroco rispondeva sommessamente: forse non hai mai avuto fede. Perché, quando non si è capaci di sperare contro ogni speranza, come Abramo, non si ha fede, quella vera! Non per nulla, quella gente che assiepa la casa di Giairo si mette a deridere Gesù (Mc 5,46). Ecco perché tutte quelle persone devono restare fuori, in quanto incapaci di comprendere il mistero che sta per compiersi penetrandone il significato profondo.

12. Un famoso detto rabbinico afferma: “Tre sono le chiavi nelle mani di Dio che non possono essere consegnate nelle mani di nessun potente: quella della pioggia, del grembo materno e della risurrezione dai morti”. Come non comprendere allora l’urlo terribile rivolto al cielo, ogni volta che la morte colpisce qualcuno intorno a noi; la morte di un buon ragazzo deceduto a seguito di un incidente stradale o di una bella ragazza minata da un male incurabile… E se poi la vittima è addirittura un piccolissimo bambino, rapito e barbaramente ucciso da una banda di balordi, si scatena dalle profondità del cuore una rabbia incontenibile: perché tanta assurda crudeltà? Per noi credenti, la domanda si potrà fare ancora più spinosa e inquietante: dov’è Dio, quando la morte esibisce il volto più spaventoso e si scatena come un mostro incombente e feroce?

A questi interrogativi, l’evangelista Marco non risponde con sottili elucubrazioni sulla sofferenza e sulla morte. Egli preferisce invece riportare più gesti che parole. D’altronde, quali parole potranno mai essere dette di fronte all’assurdità della morte? Di ogni morte. Infatti, gli atti che Gesù compie in quella camera mortuaria, nel silenzio e nella solitudine, hanno una radice divina. Egli stende la sua mano, quella stessa mano di Dio, potente e sovrana, cui associa la parola di comando, efficace e creatrice: “Talità Kum”, che significa, “Fanciulla, io ti dico: Alzati!” (Mc 5,41). È per quel comando che la fanciulla ora può camminare avanti e indietro; potrà mangiare ormai completamente risanata, perché davanti alla morte nemica dell’uomo, solo la voce di Cristo potrà ridonare la vita!

L’episodio della risurrezione della figlia di Giairo viene a ricordarci che la salvezza - termine onnicomprensivo del bene-essere umano e divino - è donata da Cristo a chi si abbandona a lui con fiducia totale in un amplesso di rapporti interpersonali che diventa risposta generosa a un appello fiducioso; mentre la risurrezione della ragazza viene ad assurgere a valore di segno, quale anticipo e garanzia della vittoria piena che avverrà solo con la risurrezione del Signore. In questa dodicenne, figlia di Giairo, che ritorna alla vita, l’evangelista con le stesse parole del Maestro ci fa comprendere che la morte è un sonno e la risurrezione è un risveglio nel giorno perfetto del Signore. La morte ora evitata, tornerà a bussare alla casa e al cuore della ragazza. Sarà però solo attraverso la morte del “Maestro” Gesù da lei incontrato, che ogni morte sarà solo una soglia che si apre sulla luce e sulla vita, poiché solo “il Signore fa morire e fa vivere, scendere agli inferi e risalire” (1 Sam 2,6).

“Non temere, soltanto abbi fede” (Mc 5,36). In tale affermazione si deve cogliere la chiave tra la fede del padre e la vita della ragazza. Giairo, nella risurrezione della figlia, impara a sperimentare che l’unica certezza di fronte al dramma della sua famiglia, è riporre in Gesù suo “pastore” ogni fiducia e attenzione per seguirlo fino in fondo. L’epilogo positivo della narrazione evangelica deve farci considerare Cristo come il centro del nucleo familiare. Sarà Lui a prendere per mano i genitori per farli passare dalla notte della disperazione alla luce della vita ritrovata. Ma dovrà essere anche compito di ogni famiglia, chiamata per sua nativa vocazione, a trasmettere ai membri della casa il dono della fede.

“NON PIANGERE”

13. “In seguito Gesù si recò in una città chiamata Nain, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla. Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei. Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: ‘Non piangere!’. Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: ‘Ragazzo, dico a te, àlzati!’. Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre. Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: ‘Un grande profeta è sorto tra noi’, e: ‘Dio ha visitato il suo popolo’” (Lc 7,11-16).

“Dio, dov’eri quella notte?...”. Questa frase era scritta su di una chiesa quando, tanti anni fa (1976), il terremoto squassò la terra friulana; ed è la domanda ineludibile di ogni animo autenticamente religioso che vive il rapporto con Dio come una relazione personale, tutte le volte che il dolore irrompe prepotentemente e improvvisamente nella vita personale, familiare e sociale. Quel Dio che noi non poche volte riteniamo lontano, lo vogliamo invece incontrare a Nain (o in ebraico Na`im che significa “delizie”), presentando l’ultima icona genitoriale che completa il percorso avviato nel corso della presente lettera.

Nain è un piccolo villaggio a circa 10 km a sud-est di Nazaret là dove Gesù si reca con i suoi discepoli, imbattendosi in un corteo funebre i cui protagonisti sono una madre vedova e il suo giovane figlio condotto alla sepoltura. Due cortei che si incontrano alla porta della città: Gesù, accompagnato dai suoi discepoli e da molta folla e la madre che segue la bara del figlio accompagnata da molta gente della città. Sì, proprio due cortei, quello della vita e quello della morte nell’atto di “affrontarsi in un prodigioso duello” (Sequenza pasquale).

Se il senso del testo è dettato dalle parole di una folla tripudiante che glorifica Dio dicendo: “Un grande profeta è sorto tra noi” e “Dio ha visitato il suo popolo” (Lc 7,16), vuol dire che il Dio di Nostro Signore Gesù Cristo non rimane estraneo alle vicende del suo popolo, bensì si degna di visitarlo dispiegando il braccio della sua potenza nell’atto di vincere la morte.

In questo evento infatti, l’attenzione di Gesù è sì per quella povera madre ma è anche la sua partecipazione al dolore che si rivela immediata, tant’è che “fu preso da grande compassione” (Lc 7,13). L’evangelista, per descrivere l’emozione di Gesù, usa un verbo suggestivo che allude alle viscere materne che si commuovono per il figlio, quasi a voler fare partecipare fisicamente e spiritualmente lo stesso Cristo al dramma di quella madre.

E qui, come non cogliere in questa iniziativa spontaneamente presa dal Signore la sua prossimità ad ogni uomo? La sua profonda e viscerale commozione sta a significare che Egli non sopporta la sofferenza tragica di questa madre come di ogni persona, perché Egli è l’uomo della compassione e dell’amore; Colui che va incontro al dolore degli uomini e alle loro angosce, per poter dire a ciascuno: “Non piangere” (Lc 7,13). Certo, l’ordine di non piangere, anche se in questa circostanza può sembrare paradossale, è invece una promessa: è l’invito alla vita e alla speranza attraverso la parola consolante di Cristo.

A ben considerare il dettato narrativo, l’evangelista ha già fatto intuire l’esito di questo incontro, dal momento in cui Gesù viene chiamato con il titolo carico di significato “Signore” (Lc 7,13). Basterà, infatti, il suo comando: “Ragazzo, dico a te, alzati” (Lc 7,14), e il corso degli avvenimenti viene immediatamente rovesciato; il morto si metterà a sedere e comincerà a parlare, restituito finalmente vivo alla madre vedova. La comunità credente, che si imbatte in questo racconto, potrà riconoscere Gesù non solo come il grande profeta che apre uno spiraglio e dà conforto dilazionando la morte, ma anche come il Signore, vincitore della morte, che inaugura il tempo nuovo della speranza per tutti gli uomini credenti.

Per l’evangelista Luca infatti la risurrezione di Cristo è la realtà nuova, il punto di partenza della fede di ogni uomo, la cui trasmissione si declina con lo scorrere della vita. Alla luce di questa esperienza che ha visto una madre vedova protagonista dell’intervento di Cristo, essere madre significherà saper coniugare nel dialogo generazionale il mistero del dono divino nel frammento quotidiano della nostra umanità, pur segnata da indicibili vicende dolorose.

14. L’episodio della risurrezione del figlio unico della madre vedova che vede Cristo presente da protagonista nella città di Nain è da considerarsi una pagina di luce e di speranza. In esso possiamo cogliere un appello a vincere la paura della morte che attanaglia l’esistenza di ogni uomo. Nella lucida coscienza che la morte è certamente una frontiera oscura, dovremmo ben sapere che noi pur credenti non vedremo cancellati totalmente l’enigma e il mistero della morte, soprattutto di fronte allo scandalo di certi eventi terrificanti che suscitano nell’animo, anche del più fedele cristiano, ribellione e rivolta.

Nonostante ciò, la parola del Signore assicura che Dio non è estraneo alle vicende umane, anche quelle più sconcertanti. Il dramma dell’uomo Egli misteriosamente ma realmente se l’è portato in famiglia, facendolo diventare cosa sua nell’Incarnazione del Figlio. Proprio così. Gesù Cristo, il figlio di Dio nato da donna, entrando nella galleria oscura del dolore e della morte, ha fatto suo l’ineludibile destino di noi uomini, riuscendo a spezzare la prigionia della morte; ha fecondato la polvere della tomba e vi ha seminato una scintilla d’eterno, sì da poter vedere in essa non gli occhi di un mostro ma quelli di Cristo.

La com-passione di Gesù di Nazaret che incrocia a Nain l’umanità sofferente, non può allora non attirare il nostro sguardo su di Lui, Uomo-Dio che, venendo incontro al dolore di ogni uomo e alle sue angosce, se ne fa carico. Nel Crocifisso-Risorto siamo chiamati a scorgere la presenza di Dio in mezzo al popolo degli uomini e delle donne; una presenza che è sempre com-passionevole e vivificante. E proprio perché Dio è la vita per eccellenza, Cristo il figlio benedetto, passando in mezzo alla carne mortale, continua a innestare il germe della vita e della risurrezione.

Queste riflessioni derivanti dalla fede alimentata dalla Parola, non ci esimono però dal chiederci: perché mai il Signore Gesù che soffre della sofferenza mortale dell’uomo è restio a sottrarre l’uomo alla morsa del dolore una volta per tutte? Ne siamo convinti: il ragazzo di Nain vivrà sì di nuovo, ma in fondo sarà destinato ad assaporare nuovamente e forse più duramente l’amarezza della fine della vita. E allora, come poter accettare lo smacco della morte?

La risposta, sorelle e amati fratelli, non può essere cercata nella impossibilità da parte di Dio, dal momento in cui Egli è vita e datore di vita; quanto è da parte dell’uomo che deve essere cercata questa risposta. E paradossalmente, la risposta è questa: la sua piena felicità, che per essere tale deve essere preparata nella gestazione dolorosa dell’esistenza terrena, fino a che Cristo non sia formato in noi (cfr. Gal 4,19). Così, il passaggio angusto della morte, somma e culmine di tutte le sofferenze, apre il varco al Risorto, il Vivente che con la sua passione, morte e risurrezione traccia la via ardua ma nitida per ogni credente; via segnata dalla certezza del salmista divenuta nostra per fede:

“Tu non abbandonerai la mia vita negli inferi,
né lascerai che il tuo fedele veda la fossa.
Mi indicherai il sentiero della vita,
gioia piena alla tua presenza,
dolcezza senza fine alla tua destra”

(Sal 16,10-11).

Illuminante e pertinente sembra perciò essere un apologo della tradizione mistica musulmana in cui si racconta che Abramo, ormai vecchissimo, era sdraiato su una stuoia nella sua tenda, quand’ecco avvicinarsi l’angelo della morte. Appena gli fu di fronte, si fece coraggio e disse: “Angelo della morte, ho una domanda da rivolgerti. Io sono l’amico di Dio: ebbene, hai mai visto un amico desiderare la morte dell’amico?”. L’angelo, allora, gli rispose: “Sarò io a rivolgerti una domanda: hai mai visto un innamorato rifiutare l’incontro con la persona amata?”. Allora Abramo disse: “Angelo della morte, prendimi!”. Di fronte a questa risposta carica di sapienza e di saggezza, ogni commento risulterà superfluo!

15. L’itinerario finora compiuto attraverso alcune figure evangeliche ha cercato di descrivere il dinamismo della fede colto nelle figure genitoriali e nei discepoli del Signore provati da situazioni drammatiche. Il filo conduttore delle singole narrazioni non poteva non essere che il Cristo Crocifisso-Risorto, alba della fede per ogni credente. A partire da Lui, la dimensione relazionale e pedagogica della trasmissione della fede ha trovato il suo genuino significato. La fede, infatti, si rafforza, donandola. Ce lo ribadisce Benedetto XVI nel Motu proprio Porta fidei quando afferma:

“La fede cresce quando è vissuta come esperienza di un amore ricevuto e quando viene comunicata come esperienza di grazia e di gioia […] Solo credendo la fede cresce e si rafforza; non c’è altra possibilità per possedere certezza sulla propria vita se non abbandonarsi, in un crescendo continuo nelle mani di un amore che si sperimenta sempre più grande perché ha la sua origine in Dio” (n. 7).

Da ciò deve scaturire la scelta di fondo da parte di ogni battezzato quale esigenza ineludibile di crescere nella fede, dilatando il cuore e permettendo al Signore Gesù di entrarvi per trasformarsi poi in testimonianza di vita. Di grande insegnamento è un commento al Salmo 118 di Sant’Ambrogio:

“Beato colui alla cui porta bussa Cristo. La nostra porta è la fede la quale, se è forte, rafforza tutta la casa. È questa la porta per la quale entra Cristo. Perciò anche la Chiesa dice nel cantico dei Cantici: ‘Un rumore! È il mio diletto che bussa’ (Ct 5,2). Ascolta colui che bussa, ascolta colui che desidera entrare: ‘Aprimi, sorella mia, mia amica, mia colomba, perfetta mia; perché il mio capo è bagnato di rugiada, i miei riccioli di gocce notturne’ (Ct 5,2).

Rifletti sul tempo nel quale il Dio Verbo bussa più che mai alla tua porta: allorché il suo capo è pieno di rugiada notturna. Infatti egli si degna di visitare quelli che si trovano nella tribolazione e nelle tentazioni perché nessuno, vinto per avventura dall’affanno, abbia a soccombere. Il suo capo dunque si riempie di rugiada, ovvero di gocce, quando il suo corpo soffre. È allora che bisogna vegliare, perché quando lo Sposo verrà non si ritiri, vistosi chiuso fuori. Infatti, se dormi e il tuo cuore non veglia, egli bussa e domanda che gli si apra la porta. Abbiamo dunque la porta della nostra anima, abbiamo anche le porte delle quali è scritto: ‘Sollevate, porte, i vostri frontali, alzatevi, porte antiche, ed entri il re della gloria’ (Sal 23,7). Se vorrai alzare queste porte della tua fede, entrerà da te il re della gloria, recando il trionfo della sua passione. Anche la giustizia ha le sue porte. Infatti anche di queste leggiamo scritto quanto il Signore Gesù ha detto per mezzo del profeta: ‘Apritemi le porte della giustizia’ (Sal 117,19).

L’anima dunque ha le sue porte, l’anima ha il suo ingresso. Ad esso viene Cristo e bussa, egli bussa alle porte. Aprigli, dunque; egli vuole entrare, vuol trovare la sposa desta”.

Carissimi ministri ordinati e fedeli tutti,

la presente lettera che vi consegno nel giorno inaugurale dell’Anno della fede (11 ottobre 2012) deve guidare il percorso pastorale delle nostre comunità parrocchiali nel provvidenziale contesto della Seconda Visita Pastorale, avendo nel cuore il desiderio che Paolo esprimeva a Barnaba: “Ritorniamo a far visita ai fratelli in tutte le città nelle quali abbiamo annunciato la parola del Signore per vedere come stanno” (At 15,36).

Dovrà quest’anno di grazia essere un dono del Signore per camminare insieme, come ci viene ricordato dal Santo Padre:

“La Chiesa nel suo insieme, e i Pastori in essa, come Cristo devono mettersi in cammino per condurre gli uomini fuori dal deserto verso il luogo della vita, verso l’amicizia con il figlio di Dio, verso Colui che ci dona la vita, la vita in pienezza” (Porta fidei, n. 2).

Se in ogni situazione della nostra vita siamo invitati a coltivare il dono della fede e a trasformarlo in un impegno fattivo e fruttuoso, quest’anno nessuno dovrà sentirsi esonerato da questo compito avendo come modello Gesù Cristo che percorreva le strade della Palestina portando a tutti la bella notizia. Sì, come Cristo, Pastore e fedeli della Chiesa che è in Cerignola-Ascoli Satriano, dovremmo sentire la passione per le cose alte e altre. Lui il modello cui ispirare tutta la nostra vita cristiana nata dal battesimo quale sacramento della fede per eccellenza e cuore della vita della comunità cristiana.

Immettersi allora in questo cammino di fede significherà vederci seriamente impegnati, Pastore e fedeli, a nutrire i contenuti della fede con la Parola perché siano rilanciati verso prospettive sempre più forti e vere, a partire dalle famiglie soprattutto quelle giovani, alle quali non dovrà mancare l’impegno di far riscoprire la dignità del dono del battesimo, sacramento sorgivo da cui derivano tutti gli altri doni di salvezza.

È da tempo che è stata rivolta in Diocesi l’attenzione al battesimo. Torno a ribadire che esso deve essere considerato come un’opportunità preziosa di evangelizzazione. Perciò una riflessione seria e puntuale dovrà essere riavviata, ricordando a chi chiede il dono del battesimo e alla comunità tutta che esso è l’inizio di una vita, che come tale va coltivato e fatto crescere nell’apertura costante alla Parola di Dio, accolta nella preghiera e nello studio.

Introdotti nella comunione con Dio e con la Chiesa la porta della fede, come è a tutti noto, è sempre aperta per noi. Chi accoglie l’invito ad entrare nella logica e nella prassi del Regno, al termine del suo cammino, troverà l’Ospite che lo attende a braccia aperte. Oltrepassiamo allora la soglia di questa porta ed entriamo nella casa comune con il medesimo entusiasmo degli antichi neobattezzati, pronti a professare e testimoniare la fede anche con il sangue.

Ritengo doveroso, perciò, ripercorrere nel corso di questo Anno la storia della nostra fede, quella personale e quella di ogni comunità. La presente lettera vi potrà essere di avvio e di aiuto, avendola impostata come narrazione della fede attraverso l’esperienza dei discepoli di Cristo e di alcune figure genitoriali, prese fondamentalmente dall’evangelo di Marco.

Ho voluto ancora una volta seguire il metodo narrativo; metodo che mentre ci fa incontrare Gesù nei suoi gesti e nelle sue parole, ci offre spunti di riflessione per la vita credente. Carissimi, fatene oggetto di lettura attenta nelle parrocchie con i catechisti; nei gruppi famiglia; nella preparazione ai vari sacramenti, perché le acquisizioni recepite saranno anche motivo di dialogo nella Visita Pastorale. Perciò, conto tanto sull’impegno di tutti.

Affido ai nostri santi patroni Pietro e Potito quest’anno di grazia, invocando l’intercessione della Madre di Dio, proclamata “beata” perché “ha creduto” (Lc 1,45), mentre invoco su tutti la benedizione del Signore con l’augurio di buon anno pastorale.

Cerignola, 11 ottobre 2012, inizio dell’Anno della Fede, 50° dell’apertura del Concilio Vaticano II, nella Seconda Visita Pastorale.

† don Felice, Vescovo