Francesco ai giovani rifugiati palestinesi: "La violenza si batte con la pace"

Il Papa incontra i bambini dei campi di Dheisheh, Aida e Beit Jibrin e raccomanda loro di "guardare sempre avanti" perché "il passato non possa mai interrompere la vita"

Betlemme, (Zenit.org) Salvatore Cernuzio | 246 hits

“Pace a te fratello mio, pace a te sorella mia, pace a tutti gli uomini del mondo…”. Con un canto in un italiano arabeggiante, i bambini dei campi di Dheisheh, Aida e Beit Jibrin hanno accolto Papa Francesco, giunto, intorno alle 15.30, nel “Phoenix Centre” di Betlemme. È questa la struttura che sorge all’interno del campo profughi di Dheisheh, nel quale si svolgono varie attività di recupero sociale.

“Auguro ogni bene a voi e sono contento di visitarvi. Spero che Dio realizzi ciò che desiderate. Io sono con voi”, ha esordito Francesco nel suo breve saluto a braccio, tutto in spagnolo, in riferimento anche ai cartelloni che i bambini tenevano ritti nell'auditorium che recavano scritte come: "Cristiani e musulmani vivono sotto l'occupazione", oppure “Io non ho mai visto il mare”.

Nell’aula del “Phoenix Centre” è risuonata poi la voce di un bambino palestinese: una voce lamentosa intrisa della disperazione di aver visto i propri territori occupati e feriti dai conflitti, una voce implorante di pace e speranzosa per la consapevolezza che, con la presenza del Successore di Pietro, qualcosa d’ora in poi cambierà.

“Basta sofferenze e umiliazioni”, ha detto il giovane nel suo intenso indirizzo di saluto al Vescovo di Roma. “Siamo i figli della Palestina. Da 66 anni i nostri genitori subiscono l’occupazione. Abbiamo aperto i nostri occhi sotto questa occupazione e abbiamo visto la ‘nakba’ (catastrofe, ndr) negli occhi dei nostri nonni, quando hanno lasciato questo mondo".

“Noi palestinesi, musulmani e cristiani - ha proseguito il giovane - non siamo stati creati essere oppressi ma per essere fratelli”, “noi soffriamo in questo campo”. E' seguita quindi la denuncia al Santo Padre della “sofferenza dovuta all’occupazione e alla privazione dei diritti di una vita degna”, incluso “il diritto al culto” che, negato, rende questa occupazione “un peccato contro Dio e l’uomo”.

Tuttavia “siamo ragazzi che non hanno perso la speranza”, ha assicurato il piccolo palestinese. E ha ringraziato il Papa per la sua visita che “rafforza la nostra speranza di vedere riconosciuti i nostri diritti”, e anche per il sostegno “per farci vivere come tutti, in uno stato indipendente”.

“Questa Terra Santa cerca salvezza dall’oblio e dall’occupazione e ha bisogno delle preghiere del Papa e dei suoi sforzi”, ha soggiunto. Perché “nella Bibbia c’è scritto pace e qui pace non c’è… Preghiamo per una pace giusta ripetendo le parole di Gesù: beati costruttori pace, perché saranno chiamati figli di Dio”.

A Francesco sono stati consegnati poi alcuni disegni, lettere e lavori artigianali e intonati alcuni canti in segno di benvenuto.

Dopo il ringraziamento per tutte le manifestazioni di accoglienza e i complimenti al coro ("Molto bravi, cantate molto bene!"), il Pontefice ha confidato ai bambini: “Ho letto i vostri cartelli comprendo bene quello che mi state dicendo e il messaggio che mi state trasmettendo. Ma non lasciate mai che il passato vi faccia interrompere la vita, guardate sempre avanti”.

“Lavorate e lottate – ha esortato il Santo Padre - per riuscire a fare le cose che volete fare. Però sappiate una cosa: che la violenza non si sconfigge con la violenza”, ma “si batte con la pace! Con la pace, con il lavoro, con la dignità di far andare avanti la patria!”.

Dopo la preghiera e la benedizione, e il saluto ai giovani presenti, il Papa terminato l’incontro si è trasferito all’eliporto di Betlemme da dove si è congedato dallo Stato di Palestina per recarsi a Tel Aviv.