Francesco battezza Francesco e lenisce la ferita del Sewol

Nel gesto di battezzare un familiare di una vittima del naufragio della nave coreana, il Papa ricorda i tanti eroi rimasti senza nome che si sono prodigati per salvare l'equipaggio

Seoul, (Zenit.org) Alfonso M. Bruno, F.I. | 297 hits

La domenica mattina di Papa Francesco in Corea si è aperta, alle 7.30, con una dimensione pasquale. Come da programma, il Pontefice ha battezzato il papà di una delle vittime del naufragio del Sewol, la nave-traghetto affondata lo scorso 16 aprile presso le coste della Corea del Sud. 

Un percorso di sofferenza ha portato quest’uomo, Lee Ho-Jin, a trasfigurare la croce e il lutto e ridare speranza e slancio alla vita in Cristo Risorto. La cerimonia, che si è svolta in forma strettamente privata presso la Nunziatura di Seoul, è stata posticipata di un giorno rispetto al programma iniziale ed è stata guidata da padre John Chong Che-chon S.I. che assiste il Papa nel viaggio come interprete per la lingua coreana.

Il catecumeno, accompagnato da una figlia e da un figlio, ha scelto di chiamarsi proprio Francesco. L’uomo frequenta la Chiesa cattolica da circa 2 anni e, durante l’ultimo pellegrinaggio in onore delle vittime della tragedia in mare, ha portato la croce sul petto. In una dichiarazione rilasciata all’Agenzia AsiaNews, Lee ha spiegato che "la Chiesa mi sta confortando molto in questo momento di tragedia per noi tutti. Voglio ringraziarla come posso". Al termine della cerimonia, ha ringraziato il Santo Padre per “l’amore e la vicinanza”.

Il Papa è stato felice di poter partecipare così - in modo precedentemente non previsto - al grande ministero di amministrazione del battesimo di adulti della Chiesa in Corea".

Quella del Sewol è stata la tragedia nazionale più dolorosa dal dopoguerra in poi, segnata dalla perdita di trecento vite, soprattutto giovani studenti, che hanno trovato la morte nell’inabissamento del traghetto. Il Paese ne fa ancora memoria e cerca giustizia. È iniziata a sostegno dei familiari delle vittime la campagna del “fiocco giallo”, un nastrino di solidarietà, la cui spilla, da due giorni, anche Papa Francesco porta appuntata sul petto della sua talare bianca.

Papa Francesco vuole essere vicino alle persone che soffrono, incarnando in sé il motto paolino del “farsi tutto a tutti”. In questi giorni diversi parenti delle vittime hanno organizzato un sit-in non lontano dalla Sala Stampa per cercare maggiore visibilità nella condivisione del loro dramma familiare.

So-yon è la mamma di una vittima. È cristiana e, commossa, porge un’immagine del Sewol ai giornalisti con la richiesta di una preghiera. La Corea soffre ancora per il lutto, ma è fiera di raccontar la portata di alcuni gesti edificanti e commoventi.

Sul corpo di uno studente fu recuperato il telefonino che ha registrato i momenti concitati della tragedia. Le condizioni del mare erano pessime, ma gli ufficiali della nave hanno abbandonato il loro posto senza occuparsi di mettere prima in salvo i passeggeri. Alcuni di essi, nel tentativo disperato di salvare altri compagni di sventura, hanno perso la vita.

Fra questi Park Ji-young, barista ventiduenne che provvidenzialmente ha fatto salire molte persone sulle scialuppe, malgrado le resistenze incoscienti dell’equipaggio, trovando più tardi la morte mentre cercava altri superstiti a bordo. La stessa sorte è toccata a Jung Cha-woong, ragazzo di 17 anni annegato per aver ceduto il suo giubbetto galleggiante ad un amico preso dal panico.

Il ventottenne Kim Ki-woong e la sua fidanzata, la ventisettenne Hyun-seon, entrambi membri dell'equipaggio, hanno incitato i passeggeri ad uscire dal traghetto. Poi hanno deciso di andare nelle cabine per salvarne altri, ma non ne hanno fatto più ritorno. Entrambi sono stati dichiarati martiri dal governo coreano.

Altre persone che non ci sono più, si sono prodigate per salvare naufraghi: passeggeri, marinai e vigili del fuoco. Si tratta di persone anonime o sconosciute, come quelle che ha onorato quest’oggi papa Francesco al santuario di Haemi o “Santuario del martire ignoto”, così chiamato perché l’identità della maggior parte dei centotrentadue martiri uccisi in quel luogo non è nota agli uomini. Ma solo a Dio.