"Fratelli vescovi e sacerdoti, non dimenticate mai il primo amore!"

A Santa Marta, Francesco esorta i consacrati a domandarsi "come va l'amore con Gesù", a essere "pastori" e seguire sempre le sue orme, anche quando si finisce "umiliati su un letto o persi di testa"

Citta' del Vaticano, (Zenit.org) Salvatore Cernuzio | 488 hits

“Il primo amore non si scorda mai”, dice la saggezza popolare. Francesco è d’accordo e ripete il vecchio detto nella Messa di oggi a Santa Marta ai sacerdoti presenti nella Cappellina. Il primo amore di cui parla Bergoglio a preti e consacrati, però, non è la fidanzatina dell’era adolescenziale, ma Gesù Cristo, l’unico e vero “amore” della loro vita.

Il Papa invita ad un piccolo esame di coscienza, ispirato alla domanda posta da Cristo a Pietro, per tre volte, riportata nel Vangelo di oggi: “Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?”. “Come va il primo amore?”, è la domanda che il Santo Padre suggerisce ai “fratelli” vescovi e sacerdoti, “sono innamorato come il primo giorno? O il lavoro, le preoccupazioni un po’ mi fanno guardare altre cose, e dimenticare un po’ l’amore?”.

Interrogativi fondamentali, secondo il Pontefice, da porsi anche nel momento in cui un po’ si “litiga” con Gesù. D’altronde, osserva Francesco, anche “i coniugi litigano, litigano. E quello è normale. Ma quando non c’è amore, non si litiga: si rompe".

Ci sono poi tre aspetti da tener presenti in questo rapporto ‘di coppia’ tra un prete e il Figlio di Dio. Il primo è essere “pastori, prima di tutto”, prima “dello studio”, prima “del voler diventare un intellettuale della filosofia o della teologia o della patrologia”. Essere pastori come Cristo domandava a Pietro: “Pasci le mie pecorelle”.  

“Pasci – insiste il Santo Padre - con la teologia, con la filosofia, con la patrologia, con quello che studi, ma pasci. Sii pastore. Perché il Signore ci ha chiamati per questo. E le mani del vescovo sulla nostra testa è per essere pastori”. Dopo la prima domanda - “Come va il primo amore?” - bisogna allora farsene un’altra: “Sono pastore, o sono un impiegato di questa Ong che si chiama Chiesa?”. C’è una bella differenza.

Invece non c’è né “gloria” né “maestà” per il pastore consacrato: “No, fratello – assicura il Papa - Finirà nel modo più comune, anche più umiliante, tante volte: a letto, che ti danno da mangiare, che ti devono vestire… Ma inutile, lì, ammalato…”. La strada conduce alla Croce, a “finire come è finito Lui”: un amore che muore “come il seme del grano e così poi verrà il frutto”.

L’attenzione del Pontefice si concentra poi su un’altra parola, la “più forte” pronunciata da Gesù nel suo dialogo con Pietro: “Seguimi”. “Se noi abbiamo perso l’orientamento o non sappiamo come rispondere sull’amore – sottolinea Bergoglio - non sappiamo come rispondere su questo essere pastori, non sappiamo come rispondere o non abbiamo la certezza che il Signore non ci lascerà da soli anche nei momenti più brutti della vita, nella malattia”.

Lui dice “seguimi” e questa è “la nostra certezza”: camminare “sulle impronte di Gesù”, afferma il Papa. E invoca infine Dio affinché “a tutti noi sacerdoti e vescovi”, dia la grazia di “trovare sempre o ricordare il primo amore, di essere pastori, di non avere vergogna di finire umiliati su un letto o anche persi di testa…”.