Gareggiamo nel volerci bene!

Lettera dell'arcivescovo di Catanzaro-Squillace per la Quaresima 2012

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di Eugenio Fizzotti

ROMA, mercoledì, 22 febbraio 2012 (ZENIT.org) - Convinto che la passione, morte, risurrezione e ascensione di Gesù Cristo costituisce l’evento capitale della fede cristiana, giunto a noi attraverso le pagine dei Vangeli, divenute una sorgente di spiritualità, di cultura, di arte e di bellezza, l’arcivescovo di Catanzaro - Squillace, mons. Vincenzo Bertolone, ha inviato una straordinaria lettera pastorale all’inizio della Quaresima.

Nella lettera, rivolta ai confratelli nel sacerdozio, ai religiosi e alle religiose, ai fedeli laici e alle donne e agli uomini di buona volontà, il vescovo sottolinea che «il dolore umano è in Gesù Redentore trasfigurato, la morte è glorificata, il silenzio stesso di Dio di fronte all’abbandonato della Croce diventa per noi Parola misteriosa, ma foriera di speranza».

Prendendo spunto dal versetto della Lettera agli Ebrei «prestiamo attenzione gli uni agli altri per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone», citato dal papa Benedetto XVI nel messaggio per la Quaresima del 2012, mons. Bertolone ricorda inoltre che i cristiani, stimolati a guardarsi l’un l’altro, devono riuscire con il proprio sguardo a «indagare negli occhi altrui, magari nelle pieghe di un’espressione, le domande che sono un poco oltre il viso e gli atteggiamenti, e che spesso, per orgoglio o per pudore, evitiamo di pronunciare».

La Quaresima costituisce, quindi, l’occasione privilegiata per guardarsi nel volto e, con particolare originalità, questo si verifica «nei condominii delle nostre città, dove ciascuno è un numero su un citofono, piuttosto che una persona; tra le folle anonime, che riempiono, anche la domenica, i centri commerciali, come fossero le nuove cattedrali, dove però tutti gli occhi sono sulle vetrine».

Si legge ancora: «nessuno fa veramente caso a chi gli passa accanto; durante le nostre stesse assemblee liturgiche domenicali, dove neppure lo scambio di un segno di pace, talvolta, ci fa davvero incrociare i volti altrui».

Una simile prospettiva pone in chiara evidenza la consapevolezza che «la vita di ognuno è profondamente e misteriosamente correlata a quella di tutti gli altri, come già scriveva Paolo ai Corinzi, esortando  a essere utili al prossimo “senza cercare il proprio interesse ma quello di molti, perché giungano alla salvezza”.

Viene evocato con tale richiamo, dunque, un’assenza che purtroppo sembra presente nel contesto contemporaneo e che inaridisce, attraverso sprechi eccessivi, pseudo-bisogni indotti dalla pubblicità e consumi abnormi spinti da un mercato “drogato”, la sorgente che alimentava lo stare insieme fino a creare a volte problemi di salute.

L’invito affascinante a “prestare attenzione” al fratello comprende, per mons. Bertolone, la premura per il suo bene spirituale e ciò gli consente di richiamare un altro aspetto della vita cristiana, purtroppo alquanto dimenticato: la correzione fraterna in vista della salvezza eterna.

Oggi, infatti, sembra essere «assai sensibili al discorso della cura e della carità per il bene fisico e materiale degli altri, ma tacere quasi del tutto sulla responsabilità spirituale verso i fratelli.

Ecco perché va apprezzato il richiamo di sant’Agostino che, smuovendo le coscienze e liberandole da troppi alibi, riconosceva che “il superfluo dei ricchi è il necessario dei poveri. Possedere, allora, il superfluo è trattenere per sé il bene altrui”.

Per questo, anche noi non possiamo tacere che una certa ideologia, che ha esclusivizzato i diritti dell’individuo, potrebbe avere come conseguenza l’isolamento della persona: l’uomo è sovente focalizzato sulla rivendicazione del proprio diritto, per cui si concentra sull’esigere, invece che sul dare, con il  risultato di diventare  vittima della propria stessa solitudine».

L’impegno ad aiutarsi vicendevolmente significa scoprire il senso di responsabilità che ognuno ha verso l’altro e riconoscere che l’esortazione alla correzione fraterna è «un’attitudine non facile, che richiede una fiducia reciproca notevole, oltre che coraggio e umiltà.

Senza un Dio che ci ispiri e ci corregga in quest’agire l’esistenza diventerebbe una lotta per la sopravvivenza a scapito del più debole, fonte di una povertà più tragica di quella materiale, rappresentata dal rifiuto e dall’esclusione totale di Dio dalla vita sociale ed economica, dalla rivolta contro le leggi divine e quelle della natura, come ci ammonisce Benedetto XVI nell’Enciclica Caritas in veritate che tutti quanti dovrebbero conoscere e meditare».

Dovere esplicito della Chiesa e in primis dei sacerdoti è, per l’Arcivescovo di Catanzaro -Squillace, «richiamare la nostra generazione – a partire da noi stessi – a questa dimensione spirituale fondamentale: il profeta di oggi, in nome di Dio, deve ricordare al mondo che l’Altissimo c’è e che l’uomo, da Lui amato e voluto, ha per ciò stesso una vocazione sovrannaturale.

Da buoni cattolici, da figli di Dio, da fratelli di Gesù Cristo, dobbiamo trasformare la nostra vita in un dono per gli altri, ma soprattutto per quanti sono nel bisogno o vivono situazioni di emarginazione e attendono la nostra correzione e, dai presbiteri, la direzione spirituale».

Ciò vuol dire che è particolarmente importante non solo partecipare alla Messa domenicale e all’Eucarestia, ma anche delineare la propria vita su quella di Gesù, vergognandosi dei propri eccessi e riascoltando la voce del profeta Isaia per il quale «il digiuno che io voglio non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire chi vedi nudo, nel non distogliere gli occhi da quelli della tua carne?», con la conseguenza che il Signore risponde alle invocazioni che gli vengono rivolte solo «se offrirai il pane all’affamato, se sazierai chi è digiuno».

Obiettivo fondamentale della Quaresima, come tempo di preparazione alla Pasqua, è per mons. Bertolone, quindi, il riconoscimento, sconcertato e disilluso, che il mondo esige oggi dai cristiani «non solo una testimonianza rinnovata di amore e di fedeltà al Signore ma soprattutto un urgente adoperarsi per gareggiare nella carità, nel servizio e nelle opere buone».