Garibaldi copiò il motto "O Roma o morte"

Nicola Rosetti racconta la vera storia del motto scritto da don Giacomo Margiotti

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ROMA, martedì, 31 luglio 2012 (ZENIT.org) - Per i più “O Roma o Morte” è la frase che Giuseppe Garibaldi pronunciò per conquistare la Roma cattolica, sede del pontefice.

In realtà, sembra che sia stato don Giacomo Margotti, direttore del giornale cattolico l’Armonia a scrivere “o Roma pontificale o lo sfasciamento dell’universo”, in un senso esattamente contrario a quello palesato da Garibaldi.

E’ quanto ha sostenuto, Nicola Rosetti, un insegnante appassionato di ricerche storiche, in un articolo pubblicato da “Ancora” (http://www.ancoraonline.it/tag/o-roma-o-morte/) quotidiano online della Diocesi di San Benedetto del Tronto.

Ha scritto Rosetti: “Il 20 luglio 1862, esattamente 150 anni fa, nella chiesa di Maria Vergine Immacolata a Marsala, Garibaldi coniò il celebre motto “O Roma, o morte”. La paternità di questa espressione però non è attribuibile allo stesso Garibaldi, come rivelano le “Memorie per la storia de’ nostri tempi” opera del prete-giornalista Giacomo Margotti(1823-1887)”.

“Il Margotti – ha precisato Rosetti - spiega che “O Roma o morte” era il titolo di un articolo apparso sull’Armonia, il giornale del quale era direttore, già nel febbraio del 1850 e aveva un senso completamente opposto a quello datogli da Garibaldi. Infatti, mentre l’eroe dei due mondi aveva giurato e fatto giurare “o Roma o morte” per dire che gli italiani avrebbero dovuto togliere Roma al papa oppure morire, il suo giornale, al contrario, attribuiva all’espressione questo significato : “o Roma pontificale o lo sfasciamento dell’universo”.

Rosetti ha raccontato “La visione di Don Giacomo, che oggi a noi può sembrare cieca difesa di un anacronistico potere, era la stessa di moltissimi cattolici del tempo, condivisa persino da un grande intellettuale come Dostoevskij che, dopo la conquista di Roma del 1870, dirà: “Per che cosa possiamo congratularci con l’Italia? Che cosa ha ottenuto di meglio dopo la diplomazia del conte di Cavour? È sorto un piccolo regno di second’ordine, che ha perduto qualsiasi pretesa di valore mondiale, [...] un regno soddisfatto della sua unità, che non significa letteralmente nulla”.

Secondo Rosetti “Le parole dello scrittore russo interpretano bene i sentimenti del cattolicesimo ottocentesco: Roma era la capitale di uno dei più antichi stati europei, la sede dei Papi che nel corso dei secoli avevano favorito le arti, promosso le scienze e finanziato grandi opere di carità, ma soprattutto era la capitale di una religione universale, alla quale appartenevano più di 200 milioni di fedeli sparsi in tutto il mondo che guardavano ad essa come ad una grande autorità internazionale. Era unanime nei cattolici la sensazione che quel qualcosa di grande descritto da Dostoevskij si stesse perdendo per sempre”.