Geova a Messa

Confronto tra cattolicesimo e geovismo sulle Letture della Liturgia di domenica 6 aprile 2014 - V Domenica di Quaresima (ciclo A)

Roma, (Zenit.org) Sandro Leoni | 228 hits

Prima Lettura Ez 37,12-14

Così dice il Signore Dio: «Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nella terra d’Israele. (…)

Al tempo di Ezechiele tale profezia era metafora del ritorno dalla schiavitù, ma qui è usata dalla Liturgia come immagine della “risurrezione dei morti” professata nel Credo domenicale, o “della carne” come recita il Simbolo degli Apostoli. Infatti il contesto del cap. 37 fa allusione a una valle piena di ossa rinsecchite che, grazie allo spirito di vita che Dio reinfonde in loro tornano a coprirsi della carne e rivivono. La rivelazione degli eventi dopo la morte era ancora in formazione nel popolo di Israele. La versione CEI del 1974, in nota, dice “Questa celebre visione simbolica sulla potenza della parola di Dio che fa ciò che sembra impossibile (la resurrezione dei cadaveri) agevolò la formazione della fede nella risurrezione dei defunti: cfr. Dn 12,2; 2 Mac 7,9 ss; 12,43 ss;1 Cor c. 15”. Come si vede la nostra Liturgia mette in collegamento questo brano con la risurrezione di Lazzaro, non più realtà intravista nebulosamente né solo sperata ma certa e garantita dalla promessa di Gesù “risurrezione e vita” di tutti.

Seconda Lettura Rm 8,8-11

Fratelli, quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio.
Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene.
Ora, se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è vita per la giustizia. E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi

Secondo la nostra fede il protagonista assoluto della risurrezione è lo Spirito (indicato sempre con la “S” maiuscola in questo brano dalla CEI e puntualmente deprivato di personalità con l’uso della minuscola nella NM) e di esso viene detto anche che è lo Spirito sia del Padre che del Figlio perché è “lo Spirito di Dio” e “lo Spirito di Cristo”, con il che siamo ancora in armonia con il nostro Credo ove diciamo che lo Spirito Santo “procede dal Padre e dal Figlio”. Notiamo anche la solita storpiatura della unione vitale con Gesù “se Cristo è in voi” (gr. èi de Christòs en ymìn) che ricorda l’innesto dei tralci nella Vite, ridotta a mera unione morale “se Cristo è unito a voi” (NM). Fatto interessante che denota l’intenzionalità della deformazione è che in questo breve brano abbiamo varie volte la preposizione greca en - che il risguardo di copertina della KIT interlineare fa capire anche al TG più sprovveduto che significa “in” giacché è posta, unica, dentro l’ellisse ivi raffigurata – preposizione che viene correttamente tradotta sotto al greco con la “in” inglese, mentre quando viene applicata a Cristo, pur tradotta bene sotto al greco, viene deformata con “in union with YOU=in unione con voi” nella colonnina che si dice renderebbe il testo originale in inglese moderno. Eccole tutte ben allineate secondo i versetti: 9… se lo spirito di Dio abita en ymìn=in YOU; 10 e se Cristo è en ymìn= in YOU; 11 e se lo spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita en ymìn=in YOU; … per mezzo del suo spirito en ymìn=in YOU. Bisogna allora spiegare al buon TG davvero intenzionato a conoscere le ragioni della nostra fede - e perché e come essa sia diversa da quella geovista (e comune a tutta la cristianità attuale e passata) – bisogna spiegare che se il suo CD non riesce a concepire come Gesù-Figlio di Dio - Persona divina che convive nell’unica sostanza di Dio-Spirito con il Padre e lo Spirito Santo, e che con la risurrezione ha associato in perpetuo a sé la sua umanità divinizzata assunta da Maria – come possa risiedere realmente nell’intimo dello spirito umano, è un problema divino che noi stessi non comprendiamo. Si ritiene anzi che solo con il “lumen gloriae” che Dio dona ai beati in cielo si possa comprendere, ma neanche più di tanto, il modo con cui sono i misteri divini. Ciò che è certo è però che il mistero che si propone a credere su questa terra non pretenda si creda ad una sua enunciazione assurda, cioè intimamente contraddittoria. Ora quello della presenza di Dio nell’intimo dell’uomo non è assurda perché Dio è Spirito, cioè la sua ontologia trascende la dimensione spaziale e temporale. E del resto è certo anche fuori della fede che deve esistere un suo modo di presenza ovunque abbiamo un essere contingente che esiste ma non per virtù di autosussistenza propria. Nel caso del Figlio di Dio, che, come dice la Scrittura è diventato “Spirito vivificante” anche nella sua umanità trasfigurata e pneumatizzata, ecco che si può credere senza che la cosa sia assurda ad una reale (per quanto misteriosa nel modo) presenza di Lui, come delle Persone del Padre e dello Spirito Santo, nell’anima dei giusti; presenza diversa da quella già esercitata obbligamente come Creatore che partecipa alle creature tratte dal nulla sia l’essere creato che le diverse essenze di cui sono composte. Con la rivelazione dei misteri divini, amici Testimoni, siamo alla certezza del fatto, basata sulla parola di Cristo Rivelante, ma non del modo con cui le cose divine avvengono. Siamo però certi della non presenza di contraddizione nel mistero e quindi della veridicità biblica laddove la rivelazione venga ben interpretata, così come siamo certi della illegittimità di manipolare la Bibbia per farla quadrare ad una visione razionalistica che in sostanza rifiuta il mistero di Dio; cosa che purtroppo ci sembra proprio di dover denunciare nel modo di fare della Watchtower, qui come in vari altri passi della Bibbia incontrati e che incontreremo presto. 

Vangelo Gv 11,1-45

In quel tempo, un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. (…) Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo». (…)
 Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare».
Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

Piccola nota informativa. Il sepolcro o tomba, è sempre reso nella NM con l’espressione “tomba commemorativa” perché nella concezione geovista le persone alla morte cadono nel nulla. In terra si provvede per le spoglie una “tomba commemorativa” da cui i resti mortali non risorgeranno mai. La tomba reale sarebbe, per tutto il genere umano, la mente di Geova che nel suo grande “cervello” (sic!) memorizza chi vorrà risorgere (ahimé, non tutti!) e ne custodisce quindi “in memoria” tutte le caratteristiche fisiche e psicologiche (dirle spirituali è già equivoco, perché lo spirito nel geovismo è solo energia vitale biologica). Dopo la distruzione di Armaghedon si ritiene che Geova, a scaglioni, riprodurrà copie conformi di quei defunti che ritiene meritevoli di risurrezione, creando per loro un nuovo corpo identico a quello che avevano al momento della morte, compresa l’età e i difetti fisici e psichici, e immetterà in detti corpi ricreati tutto il bagaglio di conoscenze, carattere, esperienze ecc… che ne hanno formato la personalità in vita. A questo punto entrerebbero in azione gli Unti che, dal Reame dei cieli, “applicheranno ad essi i benefici dei meriti del riscatto di Cristo” (non si chieda di più!) ringiovanendo gli anziani e sanando ogni infermità fisica e psichica. Se qualcuno chiedesse come mai tale operazione perfettiva Geova non la operi “in memoria” si risponde perché chi viene risuscitato deve essere riconoscibile da parenti e conoscenti. Inutile dire l’immensità dei rebus che tale concezione della risurrezione dei morti comporta, a partire dalla definizione, del tutto errata di chiamarla “risurrezione” quando si tratta di ri-creazione e non del defunto, irrimediabilmente nullificato, ma di una sua copia. E questa sarebbe poi la sorte dei normali TG. Per gli Unti invece, come già spiegato altrove, esiste una risurrezione (anche qui “ri-creazione”) di quelli morti dalla Pentecoste al 1918 ai quali sarebbe stato dato un “corpo spirituale” (di tipo angelico, come quello di Michele-Gesù, di Satana, dei demoni e di Geova) e sarebbero stati assunti nel Reame dei cieli; quanto a quelli morti dal 1918 ad oggi, si ritiene che, senza dormire nel sonno della morte, lascerebbero in terra il corpo fisico e riceverebbero istantaneamente il corpo spirituale con annessa assunzione… Di questi Unti abbiamo già accennato l’incongruenza di una tenace e garantita individuazione, necessaria per determinare lo scoppio della “Guerra del gran Giorno dell’Iddio Onnipotente ad Armaghedon”, individuazione che si sta rivelando impossibile e che non cessa di creare problemi insolubili e cadute in insanabili contraddizioni. Ma rimandiamo questo discorso a più opportuna occasione… 

“Io sono la risurrezione e la vita. Chi esercita fede in me, benché muoia, tornerà in vita; e chiunque vive ed esercita fede in me non morirà mai”. (NM) Secondo noi in questa dichiarazione, così solenne, si rivelano due cose: sia la divinità di Gesù che dichiara di avere in proprio un potere esclusivo di… ma sì, di Geova; sia la conferma della immortalità dell’essere umano. Gesù non è solo “la Via e la Vita” ma anche la Verità, come Parola incarnata di Dio, e perciò se dice che chi ha fede in lui “non muore mai”, vuol dire che tutti i fedeli cristiani, appunto che hanno esercitato fede in lui, muoiono solo apparentemente. Esattamente come dice il nostro libro biblico della Sapienza (cf. cap. 3,1-3) a torto ritenuto “apocrifo” dal geovismo.

La nostra esperienza ultraventennale del GRIS suggerisce che tutto il discorso, contestato dal geovismo, circa l’immortalità dell’anima, se non vuole essere un discorso tra sordi, deve essere impostato eludendo il concetto di anima che nel geovismo è equivoco. Si ponga solo la questione se, quando una persona umana muore, di essa non resta più nulla o se per caso non rimanga qualcosa (da definire come si vuole) e se in quel qualcosa – che moltissimi versetti biblici indicano che persiste – non sia contenuta l’essenza della persona umana: una intelligenza individuale capace di conoscenza, volontà e amore. La risurrezione si pone solo come secondo fattore per riunire al quel qualcosa il suo corpo per renderlo partecipe della gloria se santo o del castigo se reprobo.

Noi pensiamo che Gesù pensasse alla persistenza di questo qualcosa quando disse al brigante pentito: “In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso” (Luca 23,43). Testo incredibilmente e grossolanamente manipolato nella NM che lo rende “Veramente ti dico oggi: Tu sarai con me in Paradiso”. E’ manipolatoria anche la maldestra difesa che se ne legge su “Potete vivere per sempre su una terra paradisiaca” pag. 171 (1).

Naturalmente la vicenda di Lazzaro (sulla quale purtroppo dobbiamo soprassedere per ragioni di spazio) viene “spiegata” dal geovismo in maniera “forzata” sia per non contraddire  la teoria della nullificazione (e quindi, caso unico, Lazzaro non era davvero morto ma dormiva davvero perché solo Gesù sarebbe stato “il primogenito di tra i morti”), sia per non affermare l’esistenza dell’anima immortale. Ma sono tutte cose che una teologia davvero cristiana spiega senza fare strane e contraddittorie alchimie bensì basandosi su una diversa antropologia che non chiami “anima” ciò che va chiamato “persona” e non sottragga a Dio la libertà della sua onnipotenza. Per trattare questo argomento dell’anima umana senza intoppi bisogna sapere molte cose, come: che non bisogna lasciarsi condizionare dal “parolismo” ma ragionare sui concetti, e l’uso della parola “anima” con cui noi cattolici abbiamo indicato questo qualcosa che sussiste è dovuto alla derivazione dal latino, nel quale “anima” indica i concetti ora di persona ora di essere vivente e altro; che non bisogna confondere l’antropologia filosofica che riesce ad essenzializzare l’uomo come “animale raziocinante” e quindi come una persona che possiede un corpo e in esso una “anima intellettiva”,  come la chiamò una solenne definizione conciliare (2). Noi cattolici usiamo pertanto il termine anima, talora definita spirito, che è ancora presente nel Catechismo della Chiesa Cattolica, con il quale intendiamo la parte spirituale del composto umano e non il tutto comprendente anche il corpo. Il che ci obbliga a distinguere la antropologia moderna da quella che aveva la cultura israelitica che dicendo nèphesh in ebraico e psyché in greco intendevano il tutto. Dobbiamo distinguere quindi ciò che nella Bibbia è messaggio di verità rivelata da ciò che è espressione della cultura ebraica del tempo, ritenendo perciò questa nostra concettualizzazione di uomo, come composto di anima-spirito e corpo, più esatta di quella inadeguata e  prefilosofica ebraica che troviamo nella Bibbia. Il fatto poi che noi, come credenti, si debba accogliere per fede anche una antropologia biblica non vuol dire accoglimento di una antropologia razionale imperfetta, ma inserire nella nostra nuova antropologia moderna i fattori “misteriosi” della grazia santificante, del disegno di Dio sull’uomo, dell’essere stato creato a Sua immagine, della figliolanza adottiva ecc… cioè di tutto ciò che, oltre la natura, ci relaziona con la realtà soprannaturale invisibile che ci circonda e in cui siamo per grazia di Dio immersi. L’antropologia biblica quindi arricchisce quella filosofica perché la arricchisce aggiungendovi ciò che razionalmente sarebbe inimmaginabile. Essa ci pone davanti un uomo che vive di fede, che crede e accetta il modo con cui Dio vede le cose, le persone, la storia e la sua finalità ultraterrena come Gesù ci ha rivelato. Non significa rifiutare ciò che è frutto di studi filosofici in favore di una visuale prefilosofica e prescientifica. Dio con la sua rivelazione ha lasciato Israele con la sua cultura del tempo. Così come non gli ha insegnato nulla di psicologia, geografia, cosmologia, scienze e di ogni altra disciplina universitaria, non gli ha neanche corretto la concezione antropologica che aveva e che del resto vediamo ondivaga e in evoluzione nei vari libri biblici; mai comunque – almeno chiaramente nella perfezione della rivelazione cristiana - mai contraria all’idea che, oltre alla pacificamente creduta risurrezione finale, si debba credere anche alla sopravvivenza di ogni individuo che prima di quell’evento muore e si presenta come persona umana al giudizio di Dio. (3) Basta ricordarsi quindi che per la Chiesa il termine “anima” ha valore indicativo di un qualcosa di misterioso che sussiste da subito e che sia il Gesù-uomo che il buon ladrone si sono portati appresso alla morte del loro corpo fisico.

NOTE

1) La preoccupazione della WT consiste nello sfatare che la Bibbia alluda sia a una possibile sopravvivenza del ladrone (esistenza dell’anima spirituale secondo il credo della cristianità), sia alla sua assunzione nel Reame dei cieli con Gesù (il ladro non poteva andarci perché non era “unto” giacché l’unzione sarebbe iniziata alla pentecoste). Ad evitare questi due disastri si ritocca dapprima la traduzione che, resa dalla NM “Veramente ti dico oggi: Tu sarai con me nel paradiso”, differisce al lontanissimo futuro del dopo Armaghedon e alla risurrezione corporea la vita ultraterrena del ladrone e trasforma parallelamente il paradiso celeste in paradiso terrestre, che accoglierebbe tutti i TG non unti. E’ ovviamente oltremodo facile confutare sia l’arbitrarietà sia l’irrazionalità di quell’avverbio di tempo oggi collegato con il ti dico. Ma leggiamo ora come la WT, ribaltando le carte in tavola, si illude di spiegare il rapporto promesso da Gesù risuscitante al ladrone: “Gesù Cristo, naturalmente non sarà effettivamente qui sulla terra  con l’ex malfattore. No, Gesù sarà in cielo da dove regnerà sul Paradiso terrestre. Perciò sarà con quell’uomo nel senso che lo risusciterà e ne avrà cura sia dal punto di vista fisico che da quello spirituale.” (Potete pag. 171) Chi riesce a vedere la manovra? Gesù non ha promesso di essere con quell’uomo (movimento discendente dal cielo verso la terra), ma che quell’uomo sarebbe stato con sé (movimento ascendente dell’assunzione del ladro al cielo) e dunque, da tale rivelazione di Gesù, sono certe per noi e occultate dal CD ai suoi Testimoni varie cose: a) che sia Gesù che il ladro sono sopravvissuti alla morte del loro corpo (tesi a favore dell’esistenza e immortalità dell’anima); b) che Gesù e l’ex malfattore sarebbero andati nel Reame dei cieli e non caduti nel nulla della morte geovista; c) che ci sarebbero andati quello stesso giorno della loro morte, entrando immediatamente nella dimensione soprannaturale con la loro anima e Gesù, primogenito di tra i morti, assumendovi anche il corpo qualche giorno dopo; corpo che aveva per virtù divina la capacità di relazionarsi con lo spazio-tempo fino alla assunzione visibile avvenuta quaranta giorni dopo e che fu una sceneggiata metaforica di ciò che era già avvenuto all’istante della risurrezione. 

2) “Si quis dixerit animam intellectivam mortalem esse: anatema sit.” “Se qualcuno avrà detto che l’anima intellettiva è mortale sia scomunicato” (Conc. Tridentino , anno 1513, can. 110, cf. nel Denzinger S.

3) Ci appoggiamo al conforto esegetico di SE Ravasi che ci parla di “una sopravvivenza larvale” nell’Ades dell’Antico Testamento, con le eccezioni di Enoc ed Elia che “attraversano la morte entrando nella comunione celeste con Dio” (e non alla fine dei tempi ma subito!) e dice che “Questo è anche il destino di ogni giusto che, vivendo già in comunione con Dio durante l’esistenza terrena, viene avvolto e conquistato dall’eterno e dall’infinito per cui, alla morte, non precipita nel baratro del nulla.” L’Autore viene anche a confermare l’esistenza di una progressività di tale idea rivelata nella Bibbia giacché dice “Il libro della Sapienza, alle soglie del cristianesimo, esalta ormai in pienezza la comunione con Dio oltre la morte:” e cita Sapienza 3,1-4 (da GIANFRANCO RAVASI, Secondo le Scritture, doppio commento alle letture della domenica, Anno A, PIEMME 2003, p. 88-89) libro che, insieme a 2 Maccabei (12,40-45) che pure accenna alla sopravvivenza oltre la morte, è ritenuto a torto “apocrifo” dal protestantesimo e dal geovismo, suo figlio degenere.

Ed ecco la conferma inequivocabile del nostro Magistero. Una citazione per tutte tra le tante contenute nella nostra “miniera” di verità cattoliche: “Ogni uomo riceve nella sua anima immortale la propria retribuzione eterna fin dalla sua morte, in un giudizio particolare ad opera di Cristo, giudice dei vivi e dei morti.” (CCC n. 1051)