Geova a messa

Confronto tra cattolicesimo e geovismo sulle Letture della Liturgia di domenica 22 Giugno 2014 Corpus Domini (ciclo A)

Roma, (Zenit.org) Sandro Leoni | 226 hits

Prima Lettura Dt 8,2-3.14-16

“Mosè parlò al popolo dicendo: «2 Ricòrdati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore, se tu avresti osservato o no i suoi comandi. 3 Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi (…).” Per sapere!… La teologia geovista non riesce a conciliare la onniveggenza divina con la libertà umana e perciò, diversamente da noi, ritiene che Geova faccia davvero delle mosse proprio “per sapere” come reagirà l’uomo agli eventi. Il nostro Dio è quindi assai più abile di Geova… Ed è anche più “biblico” perché è la Bibbia a garantire che egli conosce il futuro dell’uomo “da prima della creazione del mondo” e/o, se si vuol essere antropomorficamente minimalisti, da quando è “nel seno della madre”.

Seconda Lettura 1Cor 10,16-17

“Fratelli, 16 il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? 17 Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane.”

Ed ecco un altro punto di differenza abissale tra la nostra concezione e quella geovista nei rapporti-legami di comunione che Gesù Vite, Gesù Capo del Corpo, realizza con i suoi tralci-membra, significati anche dal v 56 del Vangelo con il consueto essere “in Cristo” (che la NM riduce a “unito a…”). Questo legame vitale per noi è così reale e vitale che noi crediamo che con l’assunzione del Pane eucaristico quel Cibo santo ci trasforma in Gesù, al contrario del pane normale che viene da noi trasformato in carne e sangue nostra. Che grande perdita di intimità divina per i TG!

Vangelo Gv 6,51-58

“In quel tempo, Gesù disse alla folla: 51 «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». (…) 54 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. 55 Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. 56 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. (…)” Manna, corpo-sangue, e interpretazione reale: come si vede la Liturgia collega tre testi della Scrittura che trattano lo stesso soggetto. Quindi nei racconti dell’ultima cena, presenti in Matteo Marco e Luca troviamo la promessa che Gesù, manna di immortalità, si sarebbe reso realmente (e non solo simbolicamente) presente in maniera sacramentale per restare con noi fino alla fine dei tempi. A Cafarnao il discorso di Gesù fu talmente sconcertante che provocò l’abbandono di tutti i discepoli, salvo degli apostoli. Ma non si trattava di cannibalismo. Pane e vino, come si capirà nell’ultima cena, sarebbero stati i “mediatori” della sua presenza. E’ proprio il realismo con cui Gesù parlò di sé come cibo, sia a Cafarnao che nella Cena, che hanno fatto capire alla Chiesa – e infallibilmente come si ricava dall’ispirato S. Paolo! - che non si trattava di mero simbolismo bensì di presenza reale del corpo e del sangue di Cristo, e che, non riconoscendola, ci si rendeva “rei del corpo e del sangue del Signore” (1Corinti 11,27). Per questo poi la Chiesa ha spiegato teologicamente che Gesù stesso (alle parole consacratorie del sacerdote) annulla la sostanza del pane e del vino sostituendovi la propria sostanza umana nella sua interezza di “corpo, sangue, anima e divinità”, lasciando sussistere del pane e del vino solo le apparenze esteriori e le loro proprietà fisico-chimiche naturali. (1) Abbiamo già trattato di come la veduta cattolica della presenza reale di Cristo sotto le specie sacramentali (condivisa da tutta la cristianità fino al tempo di Lutero) possa essere sostenuta biblicamente nel commento al Vangelo della Domenica delle Palme (cf. ZENIT 8 Aprile 2014) a cui perciò rimandiamo. Non possiamo però dimenticare che tutte le verità di fede comportano la non riduzione all’evidenza e perciò merita rispetto la posizione del protestantesimo (oggi è da dire di quella parte di protestantesimo) che, pur celebrando con devozione la Santa Cena, non riesce ad andare oltre il simbolismo. La fede nella presenza reale, come in tutte le verità rivelate da Gesù, richiede di affidarsi alla comprensione che dei misteri divini ebbe, ha e avrà sempre, la Chiesa. (2) Vale a dire che l’argomento decisivo ed ultimo per cui noi cattolici rifiutiamo il mero simbolismo e crediamo di avere davvero Gesù come Emanuele in “corpo, sangue, anima e divinità” sta nel verdetto della Chiesa che, non per virtù propria ma aiutata dallo Spirito Santo, viene incontro alla debolezza della nostra mente svelandoci senza possibilità di errore la verità di cosa credere sull’Eucarestia. “Chi ascolta voi ascolta me”, disse Gesù. Perciò tutto lo sforzo per poggiare sulla roccia la fede si sposta alla dimostrazione delle credenziali che ha la nostra Chiesa per proporsi come quella Chiesa di Cristo in cui “subsistit” (è conservata ed esiste) l’intera verità rivelata.(3) L’atto di fede non è mai direttamente rivolto alle parole scritte nella Bibbia che possono essere a volte interpretate molto diversamente, ma alla comprensione di esse che la Chiesa Cattolica ne ha e propone a credere. Pretendere di ricavare dalla Sacra Scrittura ogni verità di fede senza la mediazione della Chiesa è illusorio. Si perviene a vari punti di convergenza ma anche a tanti di disaccordo, come dimostra il fenomeno della proliferazione di Chiese, e sètte di esse, basate tutte sullo stesso testo ma interpretato fuori (e spesso anche “contro”, il che aiuta a deviare ulteriormente!) della Chiesa Cattolica.

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NOTE

(1) La “sostanza” di cui si tratta è un concetto filosofico; essa sub-stat oltre quella che le scienze sperimentali possono analizzare. Per es., diversamente da quella fisica, resta intera in ogni frammento. E così si dà anche che nessuna profanazione dell’Eucaristia possibile all’uomo può toccare in realtà il Corpo di Cristo non potendo andare oltre le specie-apparenze di pane e vino).

(2) Si richiama qui la formula-regola di S. Vincenzo di Lerino per individuare qual è la fede della Chiesa cattolica. E’ verità di fede “quod ubique, quod semper, quod ab omnibus” ciò che ovunque, che sempre, che da tutti è stato creduto (e ovviamente si tratta di un “tutti” percentualistico, non potendo bastare ad inficiare la certezza di una verità di fede singoli miscredenti o gruppi di eretici). In pratica la fede della Chiesa è quella custodita e insegnata dal Magistero Ordinario, (a cui quello Solenne dei Concili serve quasi sempre solo come conferma in caso di impugnazioni). E’ ad esempio il Magistero della Chiesa che riesce ad individuare, anche tra santi scrittori, ciò che di loro rientra nella credenza universale della Chiesa, e perciò fa parte di Tradizione Apostolica, da ciò che è borderline o opinione personale.

(3) Il “sussiste” è la ormai famosa (sicura per quanto delicatissima!) espressione usata dai Padri Conciliari del Vaticano II in Lumen Gentium n. 8b.