Geova a Messa

Confronto tra cattolicesimo e geovismo sulle Letture di domenica 27 luglio 2014 - XVII Domenica del Tempo Ordinario (ciclo A)

Roma, (Zenit.org) Sandro Leoni | 299 hits

Prima Lettura 1Re 3,5.7-12

Nulla da rilevare.

Seconda Lettura Rm 8,28-30

Fratelli, 28 noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno. 29 Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto, li ha anche predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; 30 quelli poi che ha predestinato, li ha anche chiamati; quelli che ha chiamato, li ha anche giustificati; quelli che ha giustificato, li ha anche glorificati.

Testo tormentato grazie al condizionamento protestantico che i TG hanno circa il problema della prescienza di Dio e la “predestinazione” del futuro umano che da un lato sembra loro che toglie la libertà all’uomo e dall’altra trasferirebbe la responsabilità delle colpe umane a Geova. Ne abbiamo parlato (con dovizia di documentazione nelle NOTE)  nel commento alla seconda Lettura di Domenica 5 Gennaio 2014 a cui rimandiamo (ZENIT 5/1/2014). Qui facciamo notare solo le alchimie messe in atto nel testo della NMrif e perfino le note che “correggono” il testo invece di sostituirlo come dovrebbero. §§§ Al v. 28 il testo della NM dice “quelli che sono chiamati secondo il suo proposito.. ai quali diede il suo primo riconoscimento”. Secondo la dottrina geovista si tratta dei 144.000 “Unti” (il secondo riconoscimento sarebbe quello dato da Geova alle “Altre pecore” scoperte solo nel 1935!). Ma gli Unti, per la WT, non sono stati “conosciuti da sempre”, come dice il testo CEI, né “predestinati a…” perché per il geovismo la preconoscenza divina è automaticamente predestinazione e la predestinazione è predeterminazione costrittiva. Insomma il futuro umano, se preconosciuto da Geova non è più libero, e se questo fosse preconosciuto-predestinato come peccaminoso allora la responsabilità dell’evento si trasferirebbe al Creatore che lo ha preconosciuto-predestinato-predeterminato. Cosa ovviamente inaccettabile! E allora la WT ripiega sull’idea che Geova non preconosce predestina-predetermina tutto il futuro della storia ma solo quello di cui egli ha profetizzato l’evento, e per non rendersi correo delle scelte peccaminose dell’uomo decide a volte di non scrutare il futuro umano. Ecco perché il v. 29 viene trasformato da “conosciuto da sempre” (la nota però dice: O, “quelli che preconobbe”) in “diede il suo primo riconoscimento” (ma in nota si ammette che letteralmente il testo dice: Lett. “predeterminato”). Con tale dizione insomma si sposta la prescienza divina, che è “da sempre” cioè da prima della creazione del mondo, al momento della scelta degli Unti che invece sono stati escogitati da Geova come rimedio per il peccato solo dopo che il peccato originale - non previsto da Geova! - fu commesso. Infine va detto che non fu neanche una chiamata-scelta-elezione di individui conosciuti individualmente perché, se avesse fatto questo, Geova si sarebbe reso correo del peccato di quei singoli Unti che poi hanno apostatato e tuttora cadono in apostasia. Geova – si insegna quindi - elesse i 144.000 “come classe”, come soggetti indeterminati. §§§ Il v. 30 infine viene pure modificato nella NM in “dichiarati giusti”. Gli Unti cioè non sono realmente giustificati ma solo “dichiarati giusti” giuridicamente, cioè esteriormente, grazie alla persuasione che l’uomo resta eternamente malato-ferito-intriso di peccato. Notare che la “dichiarazione di giustizia”, dizione preferita negli stampati perché corrisponde alla dottrina insegnata, viene ogni tanto equivocamente trasformata in “giustificazione”. Parola questa non veritiera perché nel geovismo il peccatore viene solo “ricoperto” dai meriti di Cristo senza divenire nuova creatura, come insegna S. Paolo parlando della rigenerazione operata dal battesimo; battesimo che del resto nel geovismo non è un sacramento (=segno efficace della grazia) ma solo una testimonianza esterna della propria “dedicazione a Geova”, sia se fatta con la “immersione” nelle piscine, ed è l’unica per le Altre Pecore, sia confermata poi, per i soli Unti, da una testimonianza interiore che li spinge a sentirsi “figli di Dio”, cosa che pubblicizzano assumendo gli emblemi del pane e del vino durante la “Commemorazione della morte di Cristo” il 14 Nisan.

Vangelo Mt 13,44-52

“44 «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo (…) 45 … è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose (…) 47 Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. (…)”
Nonostante che il Vangelo nella NM abbia una versione pressoché identica a quella della CEI, e nonostante i numerosi passi in cui Gesù minaccia, con la metafora della “fornace ardente” una punizione senza fine, il geovismo rifiuta questo insegnamento come dogma di fede biblica e in luogo della “pena eterna” insegna lo “stroncamento eterno”=istantanea nullificazione dei dannati.

Si tratta di una scelta “eretica” (dal gr aìresis = scelta). La Parola di Dio non tollera che si scelga  ciò che alla propria intelligenza va a genio e cosa no. Si insulta la veridicità e l’intelligenza del Rivelatore quando si mette in dubbio o si nega un qualsiasi insegnamento provenga da Lui. E poi, va considerato che, insieme alla negazione dell’inferno, sparisce anche quella della beatitudine eterna perché si deve procedere a par condicio nel concepire l’idea espressa dalla parola “sempre”. Se si ridimensiona il concetto di eternità delle pene per i reprobi si deve fare lo stesso per l’eternità della vita beata per i giusti. Il timore, paventato da sacerdoti, che non parlando più dell’inferno si favorirebbe il lassismo morale può essere annullato da una educazione entusiasmante all’amore totalizzante esigito dallo Sposo divino come da ogni coppia di innamorati. Si tratta di rispettare invece ciò che Dio ha rivelato, e insieme la libertà dell’uomo che realizza la propria autoscelta definitiva dell’abbraccio o del rifiuto del Redentore.

Quindi le idee di fede, per noi cattolici, sono queste: a) l’inferno non è un luogo fisico ma una condizione esistenziale di sofferenza senza fine; b) la sofferenza sostanziale consiste nella esclusione dalla visione beatifica; c) il corpo riceverà (appunto con la “risurrezione della carne”) lo stesso destino già autoscelto e assegnato all’anima impenitente, cioè una sofferenza simboleggiata dal “fuoco” per indicarne l’intensità; d) si decide personalmente di “andare all’inferno”, anche se le espressioni usate dicono che è Dio ad infliggerlo ai dannati; e) la misericordia di Dio offre ad ogni uomo (l’ha offerta anche agli angeli!) la possibilità di evitare la dannazione scegliendo il bene e l’amore di Dio fino all’ultimo istante di vita; f) per tale motivo possiamo sempre (e dobbiamo per non imitarla!) giudicare e valutare come negativa la condotta sbagliata dei peccatori, ma sospendere il giudizio circa la imputabilità morale dei peccatori poiché solo Dio la conosce perfettamente avendone davanti agli occhi tutti i possibili condizionamenti scusanti; g) si deve ritenere che è dogma di fede l’esistenza dell’inferno e che vi siano Satana e gli angeli ribelli, ma non si può affermare parimenti che vi siano con certezza persone umane individuate nella storia. Farlo è peccare di “giudizio temerario”.

Aggiungiamo che per rendere in qualche modo accettabile che l’uomo possa esprimere nei confronti di Dio un rifiuto totalmente cosciente (si ricordi che il peccato è “mortale” solo se esiste materia grave, piena avvertenza e deliberato consenso) - cosa da “benevoli” moralisti ritenuta quasi impossibile nella vita normale appunto per i mille condizionamenti a cui è esposta una umanità ferita dal peccato originale, da situazione biologica, provocazioni psichiche, passioni travolgenti ecc… - si è ipotizzato che Dio ponga ogni essere umano, nell’istante di separazione dell’anima dal corpo, nella situazione di estrema libertà da ogni condizionamento e di piena lucidità per fare responsabilmente la scelta definitiva pro o contro Dio. (cf LADISLAUS BOROS, Esistenza Redenta). Speranza che il criterio morale della maggior tutela (tuziorismo) consiglia di non ritenere alternativa alla saggia raccomandazione di sforzarsi tutta la vita per raggiungere un livello normale e sereno di stabilità nella grazia di Dio, come ammonito dall’adagio “si muore come si vive”.