Gerusalemme città di Pace

Il Patriarca latino, mons. Fuad Twal, in visita a Crotone per la festa della Madonna di Capocolonna, racconta la situazione dei cristiani in Medio Oriente

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di Salvatore Cernuzio

CROTONE, venerdì, 18 maggio 2012 (ZENIT.org) – Da Gerusalemme alla Calabria. Può far anche questo la devozione Mariana: creare un lungo ponte che dalla Terra Santa arriva ad una cittadina del sud Italia che affaccia sullo Ionio.

Lo ha dimostrato la visita a Crotone del patriarca latino di Gerusalemme, monsignor Fuad Twal, giunto ieri per rendere omaggio alla Madonna di Capocolonna, storica devozione radicata nel cuore dei crotonesi, che quest’anno celebra il suo Settennale.

Questa mattina, la conferenza stampa nella Sala Conciliare del Comune, dove Sua Beatitudine ha salutato il vescovo mons. Domenico Graziani, il sindaco Giuseppe Vallone e tutti i cittadini, ringraziando per l’affettuosa accoglienza in questa “bella città”.

Al termine dell’incontro, monsignor Twal ha concesso un’intervista privata, nell’Episcopio della città, a ZENIT, di cui – ha dichiarato – è da diversi anni “un assiduo lettore”.

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Beatitudine, Lei ha dichiarato che Gerusalemme ha una specifica vocazione: essere città di pace. Cosa impedisce, oggi, di soddisfare pienamente questa vocazione?

SB Mons. Twal: Come tutte le vocazioni umane, non sempre sono raggiungibili, a causa della volontà e della libertà umana. Bisogna ricordare poi che a Gerusalemme non esiste solo la dimensione spirituale che ci unisce tutti quanti, ma anche gli interessi privati, l’agenda dei politici e tanti altri fattori che, unendosi, impediscono il pieno raggiungimento della pace. Ci sono oggi dei periodi calmi, ma la vera pace, quella, cioè, che dà la piena libertà di movimento, la piena libertà di accesso ai luoghi sacri, la piena libertà di vivere ai cristiani del Medio Oriente, finora non c’è mai stata.

Qual è attualmente la situazione dei cristiani in Terra Santa, considerando anche i recenti episodi di vandalismo di alcuni giovani israeliani verso simboli e immagini sacre?

SB Mons. Twal: Sono questi eventi tristi e lamentabili che purtroppo i cristiani di Gerusalemme hanno sempre dovuto patire. La Chiesa cristiana a Gerusalemme è araba quasi al 100% e i cristiani sono parte integrante della popolazione araba e palestinese: soffrono e gioiscono con la popolazione locale e aspirano allo stesso obiettivo, ovvero la pace.

Una pace che, come dicevo prima, si traduce in giustizia, in libertà di espressione, di movimento, di lavoro, in quella libertà, insomma, che non hanno mai “assaporato”.

Abbiamo poi popolazioni cristiane venute da fuori - ultimamente, ad esempio, numerosi Filippini - giunti a Gerusalemme per la manodopera, che si trovano in una posizione vulnerabile perché potrebbero essere espulsi da un momento all’altro. Per questo la Chiesa cerca di assicurare loro un buon servizio religioso o consigli legali, per aiutarli a vivere e non dimenticare la propria identità cristiana.

Lei si è dichiarato “fortemente preoccupato” più per il fenomeno di emigrazione della popolazione cristiane che per l’immigrazione. Prosegue, quindi, la “fuga” dei cristiani da queste terre?

SB Mons. Twal: Purtroppo sì. L’uscita dei cristiani dalla Terra Santa si può definire una vera “emorragia umana”. Noi soffriamo molto per questo, perché siamo molto pochi, quindi, la partenza anche di una sola persona ha un suo peso.

Anche molti ebrei - intere famiglie – lasciano il Paese, così come tanti musulmani non contenti della situazione contingente, ma essendo presenti in così gran numero la partenza di una persona, di una famiglia o di dieci non preoccupa più di tanto.

Noi cristiani, invece, siamo ridotti e questo ritmo può rappresentare un rischio…

A cosa è dovuto tutto questo?

SB Mons. Twal: All’occupazione, alla situazione politica, alle difficili condizioni di vita, alla mancanza di lavoro, di fiducia. È quasi normale che sorga questa opzione del partire, perché l’unico rimedio vero e radicale - la pace – è ancora lontano.

Quando la popolazione cristiana non parte, come reagisce?

SB Mons. Twal: Nella società civile, sia israeliana che araba, ci sono numerosi gruppi composti da centinaia di madri che hanno perso i propri familiari più cari. Sono madri non solo cristiane, ma anche musulmane, israeliane, palestinesi, di tutte le nazionalità, che si riuniscono perché stanche della vendetta e della violenza, e chiedono solo pace.

Accanto a loro abbiamo tantissime congregazioni religiose contemplative, che non escono cioè dai muri dei loro monasteri, ma che attraverso la preghiera costante offrono un contributo più forte ed efficace.

In tal direzione, sono tante le realtà e i movimenti - ecclesiali e non – che stanno operando per rafforzare le radici e la presenza dei cristiani in Terra Santa. Cosa pensa lei di questo?

SB Mons. Twal: Che sono tutti benvenuti! Voglio, però, ringraziare in modo speciale il Movimento Cristiano Lavoratori che è impegnato più direttamente con la Chiesa locale. Non tutti gli altri movimenti lo sono, infatti, in egual misura….

È un peccato perché credo che siano tutti una ricchezza dello Spirito Santo, e quindi una loro integrazione migliorerebbe tante situazioni.

Confesso che non vedo da parte di tutti la stessa buona volontà, per questo mi sento di fare un appello ad essere più sensibili ai bisogni della Chiesa locale, della popolazione e delle sue sofferenze. Ognuno si faccia un esame di coscienza e rifletta se può far qualcosa di più di quello che sta già facendo.

Quali, invece, tra le iniziative o progetti che la Conferenza Episcopale Italiana e la Santa Sede stanno portando avanti, vanno sostenute?

SB Mons. Twal: Le istituzioni, le scuole, le università prima di tutto. Recentemente c’è stato un progetto a cui ha contribuito molto bene la Cooperazione Italiana attraverso il ministro Frattini e la dottoressa Elisabetta Belloni, ovvero la costruzione di abitazioni per giovani coppie cristiane palestinesi. I progetti di questo tipo sono indispensabili e spero che vengano riproposti.

Dall’anno scorso abbiamo istituito poi un’Università, grazie all’appoggio del Santo Padre e della CEI. Mi sento di ringraziare, a questo punto, soprattutto gli italiani, per la vicinanza e la sensibilità verso noi cristiani in Medio Oriente.

Si riferisce all’Università Cattolica in Giordania, inaugurata lo scorso autunno: un desiderio a Lei molto caro, nonché volontà del Santo Padre espressa nella visita del 2009. Questa mattina, tra l’altro, ha parlato anche di ben 105 scuole cattoliche presenti in Palestina. La formazione, l’educazione, quindi, possono essere la chiave per un futuro migliore?

SB Mons. Twal: Certo! Una persona diplomata, ben preparata può garantire a se stesso e agli altri un futuro migliore. La formazione è un elemento fondamentale: significa preparare le nuove generazioni, preparare magari leader più responsabili, aprire la mente dei giovani alle novità e alla collaborazione con gli altri.

Anche la popolazione della Giordania l’ha capito, tanto che l’università, pur avendo aperto le porte lo scorso ottobre, conta già 300 alunni.

In che cosa è impegnato ora il Patriarcato di Gerusalemme?

SB Mons. Twal: In tutto: dalla partecipazione al Sinodo della Nuova Evangelizzazione di ottobre e all’Incontro delle Famiglie a Milano, alla visita del Papa in Libano e al Congresso Eucaristico Internazionale di Dublino. Tutto deve ripartire da Gerusalemme!

Un’ultima domanda, quasi d’obbligo in questo mese mariano: come si vive in Terra Santa la devozione alla Vergine?

SB Mons. Twal: Abbiamo bisogno di Maria. Siamo vulnerabili in questo momento e stiamo cercando un aiuto e una protezione. Di certo non ci affidiamo ai politici, con loro non c’è speranza; la Madonna invece non ci ha mai delusi, perché è veramente la nostra Mamma. Anzi è ancora più sensibile ai nostri problemi visto che è di Nazareth, quindi una nostra “parrocchiana”.