Gesù presente nel nostro oggi

Il cardinale Angelo Bagnasco interviene al congresso "Gesù nostro contemporaneo"

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di Salvatore Cernuzio

ROMA, giovedì, 9 febbraio 2012 (ZENIT.org) – “Una strana reticenza sembra esistere nella nostra Europa quando si parla di Gesù: una sorta di stanchezza, di scetticismo contagioso”.

E' cominciato così il discorso del cardinale Angelo Bagnasco, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, durante la sessione introduttiva del convegno internazionale «Gesù nostro contemporaneo», che, iniziato ieri nell’Auditorium della Conciliazione di Roma, è ancora in corso in luoghi paralleli della grande via che guarda a San Pietro.

“Mentre in Africa, Asia e America latina la freschezza del cristianesimo si tocca con mano e giovani Chiese crescono a ritmi vertiginosi, da noi non si registra il medesimo ardore nell’annuncio di Gesù Cristo Salvatore” costata il cardinale denunciando un cristianesimo “scontato e insipido” di cui siamo diventati “stanchi ripetitori”.

Quindi l’esortazione ad assumere la consapevolezza che “cristiani non si nasce ma si diventa”: “In molti Paesi di antica cristianità – ha spiegato infatti il porporato - la fede non va più presupposta ma suscitata e sostenuta” e dal momento che “la missione cristiana sta diventando una questione culturale e antropologica più che geografica”, la Chiesa ha individuato una “necessaria e urgente” stagione di nuova evangelizzazione per far “ritrovare fluidità” alla trasmissione della fede.

L’obiettivo è realizzare un “incontro con Gesù Cristo”, attraverso l’annuncio della buona notizia del Vangelo, che “non è un sistema di articoli di fede e di precetti morali, ancor meno un programma politico, bensì una persona: Gesù Cristo, parola definitiva di Dio fatta uomo”.

Centro di tutta la fede è, quindi, l’incontro con Cristo: “Il tema di Dio non può che rimandare a Cristo, poiché solo in Lui diventa realmente concreto” ha rimarcato il Presidente della CEI, ricordando anche come i recenti Orientamenti pastorali della Chiesa italiana si siano concentrati sull’educazione basata sull’incontro con Gesù “Maestro che non cessa di educare ad una umanità nuova e piena, parlando all’intelligenza e scaldando il cuore di coloro che si aprono a Lui”.

Riguardo alla contemporaneità di Cristo, il porporato ha richiamato poi l’attenzione all’Introduzione al cristianesimo di Joseph Ratzinger - Benedetto XVI, quando, nel riscrivere, trent’anni dopo, la Prefazione al libro, mette ben in evidenza che “se Dio è in Gesù Cristo al tempo stesso vero uomo e vero Dio, soltanto allora Dio non è mero passato, ma è presente tra gli uomini, nostro contemporaneo nel nostro oggi”.

Il riferimento va poi all’Esercizio del cristianesimo di Kierkegaard, dove si legge: “Sono passati ormai 18 secoli da quando Gesù Cristo camminava sulla terra. Ma non è uno di quei fatti che, una volta passati, si dileguano nella storia cadendo a lungo andare nell’oblio. La sua presenza in terra non diventerà mai un evento del passato, qualora si trovi ancora la fede sulla terra; se questa manca, infatti, la vita terrena di Cristo diventa un fatto remotissimo”.

Partendo dal pensiero del filosofo, il card. Bagnasco giunge alla riflessione che “la contemporaneità è condizione della fede o più esattamente definizione della fede”, poiché “se in Cristo, Dio diventa contemporaneo a ogni tempo; solo attraverso la contemporaneità a Cristo gli uomini di ogni tempo diventano autenticamente cristiani” .

“Gesù è salvatore”, conclude il cardinal Bagnasco insistendo sulla necessità di ribadire chiaramente “la forza salvifica della sua presenza nella storia”, soprattutto di fronte ad una certa “opacizzazione” della Sua figura, ad opera di certe spiritualità a sfondo gnostico che l’hanno ridotto a «maestro interiore», «mito»,  «fonte di consolazione» per tamponare l’ansia esistenziale”.

La causa di questa “credenza blanda e intermittente”, viene individuata “nella distorsione di fondo che porta a leggere Gesù a partire da bisogni soggettivi, senza mai incontrarlo veramente”. Subentra, a tal proposito, il ruolo fondamentale della Chiesa “comunità di Cristo”, unico luogo in cui è possibile incontrare personalmente Gesù vivo e vero senza cui “nessuna salvezza sarebbe possibile”.

“Non c’è Cristo senza Chiesa – ha dichiarato fermamente il presidente CEI -. Separare Cristo dalla sua Chiesa conduce alla falsificazione sia dell’uno che dell’altra. Cristo senza la Chiesa è realtà facilmente manipolabile e presto deformata a seconda dei gusti personali”, viceversa “una Chiesa senza Cristo si riduce a struttura solo umana e in quanto tale struttura di potere”.

Imputando al riduzionismo mediatico “che coglie ben poco dell’aspetto misterico della Chiesa e della sua volontà di conformazione a Cristo”, facendone spesso una lettura esclusivamente “politica”, il cardinale si rammarica del fatto che le giovani generazioni fatichino a “cogliere la Chiesa come istituzione non solo umana”.

“Una conversione a Cristo che non fosse al contempo inserimento più profondo nella sua Chiesa, mancherebbe del suo esito decisivo” soggiunge, concludendo il suo intervento con il messaggio che “nel suo continuo convertirsi a Cristo, anche la Chiesa può essere ferita dalla realtà del peccato, poiché nel suo seno raccoglie santi e peccatori. Lo scandalo, le infedeltà, le fragilità dei singoli sono sempre possibili, anche se il peccato e la santità si possono attribuire alla Chiesa solo a titolo diverso”.