Giovanni Paolo II - al servizio di Dio e dell'uomo

In visita a Genova il card. Stanislaw Dziwisz, custode della memoria di Giovanni Paolo II

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ROMA, lunedì, 26 marzo 2012 (ZENIT.org).- Da sei anni è arcivescovo di Cracovia e cardinale ma per la gente è rimasto “don Stanislao”, segretario di Giovanni Paolo II.

Il card. Stanisław Dziwisz per quarant’anni è stato a fianco di Karol Wojtyła come suo segretario particolare e per questo motivo la sua persona viene da sempre legata alla figura del Beato Pontefice.

Oggi ripete spesso: “La mia avventura con Giovanni Paolo II continua ancora, perché mi ha fatto suo esecutore testamentario, ma soprattutto perché sono rimasto custode della sua memoria”.

Da “custode della memoria” il card. Dziwisz ha accettato l’invito del card. Angelo Bagnasco a visitare Genova per partecipare il 14 marzo nell’ultimo incontro del ciclo “Cattedrale aperta”. In quella occasione ha voluto regalare alla Chiesa di Genova due reliquie del Beato e nella cattedrale di San Lorenzo ha pronunciato un discorso-testimonianza intitolato “Giovanni Paolo II – al servizio di Dio e dell’uomo”, che riportiamo nella versione integrale.

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Eminenza,
cari Fratelli e Sorelle, cari Amici!

1. Come prima cosa ringrazio il vostro pastore, il cardinale Angelo Bagnasco, per avermi invitato a Genova. Finalmente tra i miei numerosi impegni ho trovato un poco di tempo per venire nella vostra bella città. Dopo anni, si ravvivano le memorie. Ricordo la visita di Giovanni Paolo II alla Chiesa di Genova, nei giorni 21-22 settembre dell’anno 1985. Fu ricevuto da voi con grande entusiasmo. Non si può fare a meno, oggi, di ricordare le sue parole rivolte alla Città, nella Piazza del Porto Vecchio, Sabato: „Nel quadro dei miei viaggi pastorali all’interno della cristianità italiana, è con particolare gioia che sono qui a Genova, regina del Tirreno, il mare che è stato al centro di grandi e antiche vicende dell’uomo; desideravo vivamente venire in questa città, proiettata verso l’avvenire” (n. 2). Oggi faccio mie queste parole del beato Giovanni Paolo II. Sono contento di essere tra voi, ventisette anni dopo, e questa volta come pastore della Chiesa di Cracovia.

Vi porto i saluti di Cracovia, la città di Karol Wojtyła. Proprio in questa città egli ha cominciato il suo servizio alla Chiesa, prima come sacerdote, come cappellano universitario e professore e poi come arcivescovo metropolitano. Proprio in quegli anni ha avuto inizio la maggiore avventura della mia vita, nell’autunno del 1966, sono diventato segretario personale del cardinale Wojtyła. La prima tappa, polacca, di questa avventura è durata dodici anni, fino a quell’indimenticabile 16 ottobre 1978. Subito dopo la sua elezione alla Sede di San Pietro, il nuovo Papa mi ha chiesto di continuare ad aiutarlo, in circostanze così mutate. E l’ho aiutato nel lavoro e nei compiti quotidiani. L’ho accompagnato anche in tutti i centotrè viaggi internazionali e nei quarantasei viaggi apostolici in Italia. Questa seconda fase, vaticana, del mio servizio, è stata assai più lunga ed ha avuto termine il 2 aprile 2005, quando Giovanni Paolo II è tornato alla casa del Padre. Ma la mia avventura con Giovanni Paolo II continua ancora. Mi ha fatto esecutore del suo testamento. Dal punto di vista materiale non ho avuto molto da fare, perché il Papa non aveva nessuna significativa proprietà, e le cose personali mi aveva detto di distribuirle. Ma sono rimasto il custode della sua memoria. Ritengo che il mio privilegio e dovere sia di testimoniare sull’uomo che ha forgiato in grande misura la fisionomia della Chiesa di oggi ed è stato uno dei grandi leader spirituali del mondo contemporaneo.

2. Per rendersi conto cosa sia avvenuto nel periodo del lungo pontificato di Giovanni Paolo II, dobbiamo farci tornare alla memoria l’immagine del mondo di trentatrè anni addietro. Nel nostro mondo dominavano due potenze e ne era icona l’Europa divisa dal Muro di Berlino. Karol Wojtyła ha avuto a che fare direttamente con i due totalitarismi. Al tempo della seconda guerra mondiale aveva lavorato come operaio nelle cave di pietra e aveva visto da vicino le barbarie compiute tra le popolazioni inermi in nome dell’ideologia nazista. Poi con i suoi connazionali ha dovuto far fronte all’ideologia comunista, che tentava di costruire sulla terra un paradiso senza Dio, che invece conduceva alla rovina materiale e spirituale tutte le nazioni sottomesse. La diretta esperienza del male inflitto all’uomo spiega la straordinaria sensibilità di Karol Wojtyła in merito alla dignità della persona umana, creata ad immagine e somiglianza di Dio. In questo contesto, ancora durante la guerra mondiale, è nata la sua vocazione sacerdotale. Era giunto alla convinzione che su quella strada avrebbe potuto meglio servire la causa di Dio e dell’uomo, donando la sua vita.

Giovanni Paolo II portò con sé in Vaticano la sua esperienza polacca. Ne troviamo già un’eco nell’omelia da lui fatta per l’inaugurazione del pontificato. Ricordiamo le sue parole, che continuano ancora a risuonare dentro di noi: „Non abbiate paura di accogliere Cristo e di accettare la sua potestà! […]Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. […] Permettete a Cristo di parlare all’uomo. Solo lui ha parole di vita, sì! di vita eterna” (22 X 1978, n. 5).

Nel ricordare queste parole, il giorno della beatificazione di Giovanni Paolo II, lo scorso primo maggio, il Santo Padre Benedetto XVI ha sottolineato l’atteggiamento interiore e le azioni compiute dal Papa, che era arrivato a Roma „da un paese lontano”: „Quello che il neo-eletto Papa chiedeva a tutti – ha detto Benedetto XVI – egli stesso lo ha fatto per primo: ha aperto a Cristo la società, la cultura, i sistemi politici ed economici, invertendo con la forza di un gigante – forza che gli veniva da Dio – una tendenza che poteva sembrare irreversibile. Con la sua testimonianza di fede, di amore e di coraggio apostolico, accompagnata da una grande carica umana, questo esemplare figlio della Nazione polacca ha aiutato i cristiani di tutto il mondo a non avere paura di dirsi cristiani, di appartenere alla Chiesa, di parlare del Vangelo. In una parola: ci ha aiutato a non avere paura della verità, perché la verità è garanzia della libertà”.

3. Giovanni Paolo II si era reso conto che tutte le dittature costruiscono il loro potere sulla paura. Per questo riteneva che l’arma più potente contro la sottomissione delle nazioni e dell’uomo fosse la liberazione dalla paura, come anche la verità e la solidarietà.

Già dopo la caduta del Muro di Berlino e dopo i cambiamenti che sono avvenuti nel 1989 nei paesi dell’Europa orientale, il Papa condivise le sue riflessioni su questi eventi epocali nell’enciclica Centesimus annus: „Tra i numerosi fattori della caduta dei regimi oppressivi alcuni meritano di essere ricordati in particolare. Il fattore decisivo, che ha avviato i cambiamenti, è certamente la violazione dei diritti del lavoro. Non si può dimenticare che la crisi fondamentale dei sistemi, che pretendono di esprimere il governo ed anzi la dittatura degli operai, inizia con i grandi moti avvenuti in Polonia in nome della solidarietà. Sono le folle dei lavoratori a delegittimare l'ideologia, che presume di parlare in loro nome, ed a ritrovare e quasi riscoprire, partendo dall'esperienza vissuta e difficile del lavoro e dell'oppressione, espressioni e principi della dottrina sociale della Chiesa” (n. 23).

„Merita, poi, di essere sottolineato il fatto – continuò il Papa nella sua riflessione – che alla caduta di un simile ‘blocco’, o impero, si arriva quasi dappertutto mediante una lotta pacifica, che fa uso delle sole armi della verità e della giustizia. Mentre il marxismo riteneva che solo portando agli estremi le contraddizioni sociali fosse possibile arrivare alla loro soluzione mediante lo scontro violento, le lotte che hanno condotto al crollo del marxismo insistono con tenacia nel tentare tutte le vie del negoziato, del dialogo, della testimonianza della verità, facendo appello alla coscienza dell'avversario e cercando di risvegliare in lui il senso della comune dignità umana” (ibid.).

L’ingiusto sistema sociale e politico „è stato […] superato dall'impegno non violento di uomini che, mentre si sono sempre rifiutati di cedere al potere della forza, hanno saputo trovare di volta in volta forme efficaci per rendere testimonianza alla verità. Ciò ha disarmato l'avversario, perché la violenza ha sempre bisogno di legittimarsi con la menzogna, di assumere, pur se falsamente, l'aspetto della difesa di un diritto o della risposta a una minaccia altrui” (ibid.).

In questo contesto si può dire una parola sulla teologia della liberazione. Giovanni Paolo II non era contro la teologia della liberazione propriamente intesa. Diceva sempre che si doveva trattare seriamente il Vangelo e formare alla sua luce non solo l’atteggiamento di pietà personale ma anche le strutture della vita sociale e politica. Per questo il Papa non poteva accettare la teologia della liberazione in edizione marxista. Non poteva accettare la lotta di classe e la violenza. Del resto aveva l’esperienza personale che i regimi marxisti alla fine si rivolgono contro l’uomo, contro i lavoratori, contro i poveri. Il celebre motto “la dittatura del proletariato”, in realtà si dimostrava come „dittatura sul proletariato”.

Durante la visita del 12 giugno 1987 a Danzica, la città dove, sette anni prima, aveva avuto origine la polacca „Solidarność”, il Papa aveva detto le significative parole di commento alla frase dell’Apostolo Paolo della Lettera ai Galati: „Portate i pesi gli uni degli altri” (6, 2). „Questa concisa frase dell’Apostolo è il programma della solidarietà interumana e sociale. Solidarietà vuol dire: l’uno e l’altro, e se c’è peso, allora questo peso è portato assieme, in comunità. E dunque: mai l’uno contro l’altro. Mai gli uni contro gli altri e mai «un peso» portato da uno solo, senza l’aiuto altrui. Non ci può essere una lotta più efficace della solidarietà. Non ci può essere un programma di lotta migliore di quello della solidarietà. Altrimenti, i pesi diventano troppo pesanti. E la distribuzione di questi pesi aumenta in modo sproporzionato. Peggio ancora, quando si dice: «prima la lotta» (per esempio nel senso della lotta di classe), è molto facile che l’altro o gli altri restino sul «campo sociale» anzitutto come avversari. Come coloro che bisogna combattere. Distruggere. Non come coloro con cui bisogna cercare l’accordo, con i quali bisogna pensare insieme a come «portare i pesi»” (n. 7). Ecco come Giovanni Paolo II ha visto le grandi questioni e i problemi del mondo, del quale si sentiva responsabile.

4. Il mondo della scienza e della cultura era un significativo campo degli interessi del Santo Padre e della sua azione apostolica. Si incontrava volentieri con gli ambienti universitari, essendo lui stesso un grande intellettuale, professore e fecondo scrittore. Si trattava del suo ambiente. In esso si espresse su questioni di principio. Ricordo solo uno dei suoi incontri con i Rettori delle Università polacche a Cracovia, l’8 giugno 1997. Egli allora disse: „Se oggi, come Papa, sono qui con voi, uomini di scienza, è per dirvi che l'uomo di oggi ha bisogno di voi. Ha bisogno della vostra curiosità scientifica, della vostra perspicacia nel porre le domande e della vostra onestà nel cercarne le risposte. Ha bisogno anche di quella specifica trascendenza che è propria delle Università. La ricerca della verità, anche quando riguarda una realtà limitata del mondo o dell'uomo, non termina mai, rinvia sempre verso qualcosa che è al di sopra dell'immediato oggetto degli studi, verso gli interrogativi che aprono l'accesso al Mistero. Come è importante che il pensiero umano non si chiuda alla realtà del Mistero, che non manchi all'uomo la sensibilità al Mistero, che non gli manchi il coraggio di scendere nel profondo!” (n. 4).

Per me personalmente, queste parole rivelano un elemento molto caratteristico della personalità di Giovanni Paolo II. Il Papa capiva il mondo della scienza. Il Papa solidarizzava con gli uomini di scienza, perché era uno di loro. Nello stesso tempo – come Papa – li accompagnava verso il mistero, apriva loro la dimensione del trascendente. E dunque indicava il senso ultimo dei risultati scientifici, della ricerca e della condivisione della verità, specie con le nuove generazioni. Voleva una Chiesa più vicina al mondo e un mondo più vicino alla Chiesa. Voleva che la Chiesa evangelizzasse la cultura contemporanea, perché è essa che determina i modi di pensare, che propone alla gente modelli di comportamento, modi di guardare alla realtà circostante.

Giovanni Paolo II si rendeva conto quanto siano importanti le relazioni tra fede e ragione e quanti siano i malintesi da questo punto di vista. Sappiamo che ha dedicato a tale questione un’enciclica a parte, la Fides et ratio. In essa proprio al principio ha scritto: “La fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano s'innalza verso la contemplazione della verità. È Dio ad aver posto nel cuore dell'uomo il desiderio di conoscere la verità e, in definitiva, di conoscere Lui perché, conoscendolo e amandolo, possa giungere anche alla piena verità su se stesso”.

Giovanni Paolo II ci ha lasciato un vastissimo patrimonio intellettuale. Ci ha lasciato testi che continueranno ancora per molti anni ad ispirare tutti coloro a cui stia a cuore il bene dell’uomo. Il Santo Padre lavorava in modo molto intenso. Spesso uscivano dalle sue mani importanti testi, scritti da lui in un tempo molto breve. Ne sono stato testimone. La stesura in quanto tale, era certo preceduta da studio e preghiera. Gli era di aiuto la sua ampia cultura e la profonda, personale visione delle cose di Dio, del mondo e dell’uomo. In questo contesto era in grado di valutare con perspicacia svariate questioni e dettagliati problemi.

Giovanni Paolo II non solo scriveva e faceva discorsi. Egli soprattutto ascoltava. Prestava grande attenzione ai problemi dell’uomo contemporaneo. Incontrava gente viva di tutte le parti del mondo. Leggeva molto. Disponeva di uno sguardo profondo sulla realtà circostante. Arrivavano a lui varie voci, varie attese e postulati, talora in contraddizione fra loro. Gli era quindi necessario il dono del discernimento. Ma il Santo Padre disponeva di questo dono in grado eminente. Sapeva distinguere quello che era importante, autentico, divino, da quello che era fittizio, illusorio, incapace di condurre a qualcosa. Per questo ha potuto guidare la barca della Chiesa con mano ferma, con fedeltà alla tradizione ma con apertura alle nuove necessità, opportunità e sfide del mondo e della cultura odierna.

5. Un capitolo a parte nella vita di Giovanni Paolo II sono stati i giovani. Egli era diventato per loro una figura significativa, un importante punto di riferimento. Era diventato guida, compagno di viaggio, maestro, testimone, amico. Era diventato padre, e in un contesto culturale in cui la paternità perdeva la sua forza espressiva. Dai primi anni di sacerdozio Karol Wojtyła era unito all’ambiente giovanile e studentesco di Cracovia. Era questo il suo ambiente; per quei giovani egli era il “loro cappellano”, il pastore delle loro anime, il loro amico. Lo era all’altare, nel confessionale, nelle riunioni formative e personali, nelle uscite delle vacanze.

L’assunzione del servizio petrino a Roma, Giovanni Paolo II ha abbondantemente moltiplicato le possibilità di influenza sulla gioventù, e questo in misura globale. Suonavano profetiche le sue parole rivolte ai giovani alla fine dei festeggiamenti dell’inaugurazione del pontificato, il 22 ottobre 1978: „Voi siete la speranza della Chiesa. Voi siete la mia speranza”.

Quanti sono stati, nei lunghi anni del suo pontificato, gli incontri coi giovani: nelle parrocchie romane, con gli studenti delle università romane, nelle diocesi italiane, nei viaggi apostolici di tutto il mondo! Una pagina a parte del pontificato sono le Giornate Mondiali della Gioventù, iniziate nel 1985 a Roma e continuate poi in varie città del mondo. L’iniziativa delle Giornate Mondiali della Gioventù, tanto bene indovinata, ha favorito l’integrazione dei giovani cristiani di tutto il mondo. Ha dato loro il senso di appartenenza alla grande comunità internazionale della Chiesa e alla famiglia umana. Ha infranto l’isolamento, ha costruito ponti, ha trasmesso ai giovani spirito di universalismo.

Ai ventimila giovani riuniti nel Palazzo dello Sport di Genova, nel settembre 1985 Giovanni Paolo II ha detto: „Questa città, così intrepida nelle sue iniziative e prosperosa nei suoi commerci, da secoli alla ribalta e attualmente non immune da difficoltà e da tentazioni disgreganti; questa città ha in voi il suo futuro e oggi la sua speranza più cospicua. Per questo ripeto specificamente per voi ciò che scrissi […] a tutti i giovani del mondo: «La vostra giovinezza non è solo proprietà vostra, proprietà personale o di una generazione: essa è un bene speciale di tutti, un bene incalcolabile e irripetibile nella storia della vostra città e per il suo stesso domani»” (n. 1). Può darsi che oggi siano con noi coloro che ascoltarono queste parole, ventisette anni fa; oggi sono meno giovani ma hanno dietro di loro l’importante esperienza della vita e del servizio al prossimo, alla città, alla patria...

Giovanni Paolo II parlava ai giovani con un linguaggio semplice. Proponeva, senza imporre nulla, anche se era esigente. Condivideva con loro l’esperienza sua e di quella plurisecolare della comunità della Chiesa. Mostrava una visione chiara, integrata della realtà – Dio, mondo e uomo. Il Papa presentava ai giovani, ideali grandi. Puntava alto. Invitava alla profondità. Accendeva grandi desideri. Indicava i valori superiori, per i quali vale la pena vivere e dare la vita. Presentava la strada della vita cristiana come attraente, anche se difficile, corrispondente alle aspirazioni più profonde del cuore umano. Giovanni Paolo II conosceva il mondo e anche la gioventù. Sapeva che essa si trovava davanti alle scelte difficili del mondo di oggi, che offre valori apparentemente attraenti ma in ultima analisi infecondi, collegati con uno stile di vita riduzionista, con un’egoistica chiusura in se stessi, con una mancanza di sensibilità verso gli altri, specie se poveri e bisognosi di umana solidarietà.

6. Ho presentato con la massima brevità e in modo selettivo alcuni aspetti del lungo pontificato di Giovanni Paolo II. Non ho neppure toccato altri grandi temi, come il coinvolgimento del Santo Padre nella promozione dell’ecumenismo o del dialogo interreligioso. Il Papa cercava in tutti i modi di avvicinarsi ai nostri fratelli cristiani delle altre Chiese e comunità ecclesiali. Riteneva che di fronte agli enormi problemi e sfide del mondo contemporaneo, le grandi religioni debbano parlare ad una voce sola, specie in difesa della pace e della dignità umana. Simbolo di questo coinvolgimento di Giovanni Paolo II rimane Assisi.

Alla fine possiamo domandarci: dove attingeva, Giovanni Paolo II, le forze per questa sua grandissima attività? La risposta è semplice. Egli era tutto di Dio. Totus Tuus. Era tutto di Gesù Cristo, che egli aveva seguito fin dalla sua giovinezza. Fedele a questa scelta, a questa decisione, egli è stato coerente sino alla fine. Col passare degli anni, la Chiesa ha posto sulle sue spalle una responsabilità pastorale sempre maggiore, ed egli ogni volta ha risposo di sì a Dio.

Ho avuto il privilegio di conoscere da vicino la sua vita di preghiera. Al centro della sua vita spirituale c’era l’Eucaristia quotidiana. E al centro del suo lavoro quotidiano c’era la cappella col Santissimo Sacramento, sia a Cracovia, sia in Vaticano. Questo era il suo punto di riferimento fondamentale. Stava in un ininterrotto dialogo con l’Onnipotente, sia nella preghiera personale, sia in quella con i suoi più vicini collaboratori, ma anche presiedendo le grandi celebrazioni liturgiche a Roma, in Italia e in numerosi paesi del mondo.

Giovanni Paolo II ha tenuto discorsi e insegnato per molti anni. Ha lasciato alla Chiesa molti documenti pieni di ispirazione: encicliche, esortazioni e lettere apostoliche, catechesi, omelie e discorsi. Alla fine ha parlato al mondo nel modo più significativo con le sue sofferenze e la sua santità. È questo il dono che ha lasciato alla Chiesa di oggi. Per questo siamo tanto grati al Santo Padre Benedetto XVI perchè l’anno passato, attraverso l’atto della beatificazione ha posto il sigillo dell’autenticità sulla vita e la santità del suo Predecessore. Adesso preghiamo per la sua canonizzazione.

7. Cari amici, all’inizio ho ricordato le parole di Giovanni Paolo II, dette da lui a Genova, all’inizio della visita alla vostra città. Il discorso venne terminato con le seguenti parole: „potenziate le vostre risorse e le vostre energie, costruite il vostro futuro, come avete fatto per il passato, sul fondamento sempre vitale del Vangelo, sulla sicurezza della sua morale, che non degrada ma eleva l’uomo, la famiglia, la società. Contribuirete così all’affermarsi di un’autentica civiltà e continuerete a donare al mondo in attesa ricchezze più alte e più vere” (n. 4).

Oggi faccio mie queste parole; siano esse i miei auguri per voi, per i vostri cari e per l’intera Chiesa di Genova. Condividete la testimonianza della vostra fede. Condividete la vostra testimonianza nell’ambito della nuova evangelizzazione, di cui hanno grande bisogno l’Italia, la Polonia e l’Europa, di fronte al progredire del secolarismo, cioè di una concezione di vita in cui è come se Dio non esistesse. Sappiamo che una simile concezione di vita non conduce da nessuna parte, ma sappiamo anche che le persone che si trovano lontani dalla Chiesa cercano il senso della vita, cercano l’Amore, l’Assoluto.

Ringrazio nuovamente per l’invito. A mia volta vi invito a Cracovia, dove sorge il santuario della Divina Misericordia vicino alla tomba di santa Suor Faustina e dove stiamo costruendo il Centro Giovanni Paolo II «Non abbiate paura!». Vogliamo consolidare e sviluppare in modo creativo il suo pensiero, il suo insegnamento, la sua eredità, per trasmetterli alle generazioni future. È per noi un privilegio e un dovere.

Grazie per avermi ascoltato!