Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, Francesco: 35 anni di papato alle periferie

Il fondamentale tratto comune degli ultimi tre pontefici è l'auspicio di una Chiesa sempre più apostolica ed evangelizzatrice

Roma, (Zenit.org) Luca Marcolivio | 548 hits

Giovanni Paolo II ha stabilito un nuovo record: sarà il primo papa ad essere beatificato e canonizzato dai suoi due immediati successori. Qual è tuttavia il filo rosso che unisce gli ultimi tre pontefici? Il denominatore comune è da rintracciare in modo particolare nel concetto di periferia.

Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo”. Oggi, a 35 anni esatti di distanza, quelle parole di papa Wojtyla, alla luce dell’esperienza successiva, risultano sempre più chiare. Di più: sono state il vero programma degli ultimi tre pontificati.

Spalancare le porte a Cristo rappresentava il vero messaggio speculare allo spirito del Concilio Vaticano II. Se per quindici anni la Chiesa - con molta fatica e non senza tentennamenti ed errori – aveva cercato una sua strada per aprirsi al mondo, il neoeletto papa Giovanni Paolo II indicava un obiettivo nuovo e, al contempo, antichissimo: evangelizzare l’umanità, invitandola a non avere paura di Cristo.

I due messaggi non erano in contraddizione tra loro, bensì entrambi profondamente coerenti con la realtà dei cristiani “nel mondo ma non del mondo”.

Soltanto un papa che aveva fatto esperienza della persecuzione anticattolica comunista, poteva risvegliare nei cuori il vero amore per Cristo, fondato sul trionfo della Sua Croce e Resurrezione, non il Cristo addomesticato ed ideologizzato, ridotto ad “icona pop”, nell’effimero pantheon dei miti secolari di ogni tempo.

C’era bisogno di ricordare al mondo l’esistenza di una Chiesa senz’altro periferica: quella dell’Est dell’Europa e del pianeta che pativa e non mollava mai. Uno schiaffo morale e un segno di contraddizione per chi, al di qua della cortina di ferro, figlio di una Chiesa “intellettualizzata”, pontificava di tante discutibili sperimentazioni a braccetto con lo “spirito dei tempi”.

Durante il papato di Wojtyla sono quindi emerse le periferie “geopolitiche” e, più genericamente, geografiche della Chiesa. Da circa un secolo la barca di Pietro era intrappolata nell’angusto molo di una “Porta Pia morale”, dentro il quale, il suo equipaggio si era asserragliato, dopo lo choc di numerose sconfitte.

Da quella prigione più o meno dorata era necessario uscire, e serviva un pontefice non italiano per rammentare al mondo la cattolicità, ovvero l’universalità dell’istituzione.

In fin dei conti toccava fare quello che aveva fatto il primo papa, assieme agli altri Undici e a San Paolo. Ecco allora il successore di Pietro intento a portare Cristo in ogni periferia del mondo, “ai confini della terra”.

C’era tuttavia un’ulteriore periferia che il papa polacco aveva avuto la lungimiranza di esplorare, facendovi discernimento: quella dei tanti movimenti e nuovi carismi ecclesiali, nati a partire dal Concilio, che attendevano soltanto l’abbraccio e la benedizione del Vescovo di Roma.

Con il pontificato di Benedetto XVI è emersa una nuova frontiera ecclesiastica: quella delle “periferie intellettuali”. Da raffinato teologo quale è, papa Ratzinger ha avviato un dialogo con la cultura laica e con le altre religioni, a partire dalla verità sull’uomo e dalla ragione.

Anche questo assunto è un frutto del Concilio Vaticano II che il pontefice emerito ha portato a piena maturazione. “Chi è l’uomo perché te ne curi?” (cfr. Sal 8) è una domanda che tocca il profondo del cuore e stimola la mente di credenti e non credenti, in quanto essa può essere rivolta tanto all’uomo, quanto a Dio.

In tal senso i “valori non negoziabili” e il rispolvero del concetto di “legge naturale” rappresentano una matrice comune a due mondi apparentemente inconciliabili e sono ciò che, di fatto, ha permesso l’evangelizzazione del mondo in ogni epoca.

Laddove ci sono dei valori fondanti di una società e di una civiltà, c’è sempre qualcosa che li trascende e che li supera e, in tal modo, gli uomini saranno portati a cercare Dio.

Benedetto XVI ha poi portato alle sue estreme e virtuose conseguenze il dialogo interreligioso, già avviato dal suo predecessore: forte riavvicinamento con gli ortodossi, riconciliazione completa con una parte degli anglicani e dei luterani, una trattativa sofferta e piena di incognite ma più che mai legittima con la Fraternità San Pio X.

Per non parlare del memorabile (e oltremodo frainteso!) discorso di Ratisbona, cui è seguito, poco dopo, il non meno epocale viaggio ad Istanbul con la preghiera alla Moschea blu che ha segnato il punto più alto dell’amicizia tra mondo cristiano e mondo islamico.

Venuto “quasi dalla fine del mondo”, papa Bergoglio ha introdotto un’ulteriore tipologia: le periferie esistenziali e della fede.

Il messaggio di Francesco è all’insegna dell’evangelicità allo stato puro: Cristo va portato in primo luogo nelle situazioni di marginalità, di disperazione, di lutto, di malattia, che - beninteso – non riguardano soltanto i “poveri” o gli “ultimi della terra” ma chiamano in causa la povertà spirituale insita in ognuno di noi, la nostra più o meno vistosa “perifericità” rispetto alla centralità di Dio.

Poiché tutta l’umanità è degna di essere salvata, papa Francesco invoca una Chiesa finalmente inclusiva, definitivamente fuori dal proprio guscio clericale, intellettualista o autoreferenziale; una Chiesa pronta a mettersi in gioco e ad evangelizzare una volta per tutte, anche a costo di trovarsi “incidentata”.

Un obiezione che viene spesso posta al Papa regnante è quella di trasmettere un’immagine troppo “popolare”, quando non addirittura di cercare il consenso dell’opinione pubblica, il che, per il vicario di Cristo in terra, sarebbe imperdonabile.

Eppure telefonare ogni giorno a persone che hanno visto un loro caro assassinato, a mamme alla prese con figli tossicodipendenti o disabili, a donne che meditano di abortire il loro bambino, e trovare per loro parole di conforto o di incoraggiamento, non è semplice, né è cosa da tutti. Così come non è scontato interloquire con il fondatore del più grande giornale laico ed anticlericale d’Italia.

Papa Francesco, tuttavia, si sta rivelando un pontefice profondamente attento anche al “centro” della Chiesa: la sua riforma della Curia Romana, a partire dal Consiglio degli Otto Cardinali, è un segno di come oggi la Chiesa sia vista dal suo più alto rappresentante in terra, come un vero e proprio corpo umano e divino (come umano e divino è Gesù Cristo), in cui se un membro soffre, tutto l’organismo patisce in qualche modo.

Dal centro verso le periferie, portando la Verità rivelata di Dio fattosi uomo, morto e risorto per amore dell’umanità: come Gesù fece, portando l’amore del Padre laddove non c’era, così i suoi vicari in terra e così ogni cristiano. Fino alla fine dei tempi.