Giovanni XXIII e Palmiro Togliatti, "uomo di buona volontà"

Nel contesto storico della Guerra fredda si assiste all'apertura di un dialogo tra Chiesa cattolica e movimenti socialisti. Oggi, la deriva "radical-nichilista" della sinistra europea rende difficile riallacciare quei fili

Roma, (Zenit.org) Federico Cenci | 585 hits

Nel 1963 i feroci echi della crisi missilistica di Cuba si erano ormai propagati su tutto il pianeta. Con le ferite dell’ultimo conflitto mondiale che andavano gradatamente rimarginandosi, un nuovo scenario catastrofico appariva a molti come una realtà prossima a venire.

Fu quindi preminente l’impegno di grandi leader mondiali per evitare che tra i due blocchi, atlantico e comunista, si consumasse uno scontro frontale dagli effetti distruttivi incalcolabili.

In Italia, l’attenzione al quadro geopolitico generò convergenze fino a pochi mesi prima imprevedibili. Molti storici concordano con l’indicare che l’anno 1963 segnò l’apertura di un canale di dialogo e di intesa su alcune questioni tra il mondo della sinistra e la Chiesa cattolica.

In piena campagna elettorale, il 20 marzo 1963, Palmiro Togliatti tiene un discorso a Bergamo, dal titolo Il destino dell’uomo. Dalle parole pronunciate dal segretario del Partito Comunista sgorga l’intento di costruire un ponte con quel mondo cattolico che vive sotto il pontificato di Giovanni XXIII una svolta riformatrice. Pochi giorni dopo, l’11 aprile, il Santo Padre promulga l’Enciclica Pacem in Terris, nella quale si rivolge “a tutti gli uomini di buona volontà” e li richiama a uno sforzo comune al fine di attuare il valore supremo della pace. Testo, quello di papa Roncalli, che riceve anche l’apprezzamento di Pietro Nenni, leader del Partito Socialista Italiano.

Quella che si respira in Italia è finalmente un’aria leggera, non più gravida di diffidenze e livori maturati nei decenni precedenti. “Per comprendere questo dialogo senza fare confusioni - avverte il sociologo Paolo Sorbi - è bene capire lo scenario storico in cui si collocano questi eccezionali leader”.

“Gli anni ’60 su scala internazionale intrecciano una grande speranza di futuro che si vede concretizzata per l’enorme crescita economica e per le ampie manifestazioni operaie, sindacali e studentesche”, prosegue il professore, ex sessantottino e oggi alfiere dei valori cristiani. “Per non scadere in dinamiche complottiste - precisa inoltre Sorbi - va capito il grande ottimismo diffuso in quegli anni”.

Oltre alla fiducia nel futuro, va però considerato un altro aspetto che determina l’avvicinamento tra Santa Sede e mondo della sinistra. “Tutto il movimento socialista di quell’epoca - spiega il prof. Sorbi - aveva coscienza dell’esistenza di una sintesi antropologica tra credenti e non credenti”. È in questo quadro che si sviluppa “la riflessione sulla pace e sui destini dell’uomo”, che ha nella figura di don Giuseppe De Luca - che Sorbi definisce “il prete più colto di tutto lo scorso secolo” - un elemento di mediazione fondamentale.

Alcuni osservatori hanno provato a strumentalizzare quei tentativi di dialogo “tra uomini di buona volontà”, tanto da arrivare ad accusare Giovanni XXIII di esser stato un “Papa socialista”. Il prof. Sorbi rifiuta questa etichetta, poiché - spiega - “il comune umanesimo tra i due ‘avversari’ (Roncalli e Togliatti) elimina a priori il concetto di strumentalizzazione”. Il sociologo traccia il profilo di due leader “alla ricerca di un’amicizia per aprire un mondo di convergenza tra la Chiesa e il movimento operaio internazionale, dopo l’impressionante rottura del 1917”.

Convergenza che tuttavia finisce per incrinarsi. Le responsabilità sono da ricercare, secondo Paolo Sorbi, in entrambi gli schieramenti. “All’interno della Chiesa del post-concilio - spiega - vengono abbandonati i riferimenti formativi come Giovanni Montini e Jacques Maritain per rincorrere un estremismo senza scopo. Mutuando il filosofo tedesco Wilhelm Wundt, il professor Sorbi parla di una “eterogenesi dei fini” in seno alla Chiesa uscita dal Concilio Vaticano II. Nel movimento comunista italiano, invece, il prof. Sorbi rileva l’incapacità di “abbandonare il rapporto storico con l’Unione sovietica”, patria dell’ateismo di Stato.

È possibile riallacciare oggi, con la Guerra fredda alle spalle, quei fili di dialogo raccordati negli anni ’60? Per il prof. Sorbi è molto difficile. “La sinistra italiana ed europea - afferma - è percorsa da fenomeni che definirei di carattere radical-nichilistico”. Del resto, slegati dalla verità e da ogni relazione sociale, i diritti civili decantati dalle sinistre rinchiudono la persona nell’isolamento triste dell’individualismo e nell’oblio della dissoluzione. “Se si vuole dialogare con la Chiesa e con le altre istituzioni confessionali, va accettata quella comune natura che Palmiro Togliatti aveva capito ed assumersi l’impegno a contrastare l’emergenza antropologica che viviamo oggi”, chiosa Paolo Sorbi, il “marxista-ratzingeriano”.