"Giulio I in preghiera" di Rodolfo Papa. Analisi e riflessioni sull'opera

La nuova tela è stata inaugurata sabato 13 aprile scorso presso la Chiesa Parrocchiale di San Giulio a Roma

Roma, (Zenit.org) Tommaso Evangelista | 468 hits

Dopo la conclusione del ciclo pittorico della cattedrale di Bojano, inaugurato ufficialmente il 25 settembre 2011 alla presenza del cardinal Bagnasco, e la collocazione del ciclo sull’Eucarestia nella cripta della Cattedrale della diocesi di Karaganda in Kazakistan1, Cattedrale consacrata alla presenza del cardinale Sodano il 9 settembre 2012, l’artista Rodolfo Papa apre il nuovo anno con la realizzazione di una pala d’altare per la Chiesa Parrocchiale di San Giulio a Roma, pala inaugurata lo scorso 13 aprile alla presenza di Mons. Zuppi, Vescovo Ausiliare di Roma.

La tela che ha per soggetto San Giulio I è la prima autentica opera d’arte commissionata dalla chiesa, una chiesa costruita negli anni Sessanta nel quartiere Gianicolense ma rimasta incompiuta in quanto ferma alla sola cripta. La parrocchia, gestita dai Canonici Regolari della Immacolata Concezione, con questa significativa commissione ha voluto dare un forte segnale di rinnovamento nel solco della tradizione per la volontà di aver voluto fornire ai fedeli un segno importante di bellezza e decoro, stimolo per la preghiera e per la catechesi. La dotazione di una chiesa, soprattutto contemporanea, non dovrebbe mai prescindere da opere che, quantomeno, oltre a rappresentare la Vergine Maria e il Crocifisso, raffigurino e raccontino la storia o il martirologio del proprio santo titolare poiché la prima idea di appartenenza e unità passa sicuramente per la venerazione di tali figure. L’arte è carità nella misura in cui per prima cosa rispetta il sensus fidei, sostiene la preghiera aiutando la redenzione dell’uomo e difende il valore delle immagini da spinte aniconiche, che sempre più frequentemente arrivano a lambire anche l’arte sacra.

Pensare ad una pala d’altare che segue le norme e cerca il decoro delle forme, che ritrae il santo titolare difendendone la memoria, che si innesta, vivificandolo, in uno spazio architettonico fortemente caratterizzato da soluzioni architettoniche razionaliste che a volte rischiano di spegnere il senso del sacro, non può che essere un fattore positivo e un’iniziativa da lodare e comunicare. L’opera quindi come testimonianza e racconto, strumento di evangelizzazione, di conoscenza o anche solo semplicemente di bellezza poiché, spesso, per chi è distante dalla fede un esempio di una forte pregnanza estetica e concettuale capace di coltivare tutta la “persona” può essere il primo momento di riflessione e meditazione sull’esistenza di una realtà oltre, che sfugge dalla tela. Le opere di Papa vanno esattamente in tale direzione e, dato che l’artista è anche un affermato storico dell’arte, ci permettono analisi impensabili in altre opere contemporanee appunto perché frutto di una varietà di citazioni, rimandi, reminescenze che concorrono a formare un testo al tempo stesso colto e immediato, palinsesto di memorie e citazioni ma soprattutto segno autorevole di creazione artistica. Analizziamo quindi l’opera.

La tela, di grandi dimensioni, è divisa sostanzialmente in due settori, quasi a metà, dall’architettura. Sulla sinistra si apre un ampio panorama cittadino perso in un suggestivo notturno sulla destra papa Giulio I, in ginocchio, volge lo sguardo verso il cielo mentre due canonici dietro di lui lo accompagnano reggendo la croce astile. La figura del pontefice, che sembra affacciarsi da una loggia, è compresa quasi integralmente dal severo basamento in secondo piano e con l’ampio manto dorato va ad assumere la classica forma triangolare; emergono solamente le mani strette in invocazione, stagliate direttamente contro il cielo, che da una parte si pongono come elemento centrale della composizione, una sorta di dextera dei al contrario, e dall’altra guidano lo sguardo verso uno squarcio luminoso tra le nubi, squarcio che assume i connotati di epifania del divino.

Sotto la luce celeste il triregno, la tiara che simboleggia nelle tre corone il triplice potere del papa come Padre dei Principi e Re, Rettore del mondo e Vicario di Cristo in terra, ricorda l’autorità del vescovo di Roma mentre il libro, un Vangelo, rimanda per riflesso a tutto il magistero della Chiesa. Un riferimento, naturalmente, è al ruolo avuto da Giulio I nella controversia ariana per la fermezza dimostrata nell’affermare il ruolo prioritario della Chiesa e del papato nella difesa della fede nicea. A riguardo convocò prima un sinodo a Roma, nel 341, e due anni dopo il Concilio ecumenico a Sardica, in Bulgaria. Circa la vita interna della Chiesa romana papa Giulio I fu anche un importante riformatore in quanto fece erigere due importanti basiliche, l’odierne Santa Maria in Trastevere e Santi Apostoli, e tre chiese cimiteriali fuori dalle mura di Roma. Sul gradino in basso Papa ha inserito una scritta che recita “MULTAS FABRICAS FECIT”, tratta dal Catalogo Liberiano, e che si riferisce proprio a questo importante aspetto, aspetto sottolineato naturalmente anche dal panorama sullo sfondo.

La veduta sulla sinistra, infatti, oltre ad essere uno splendido brano descrittivo ha anche una pregnanza filologica e simbolica. Vediamo la chiesa di Santa Maria in Trastevere, istituita col titolo di Iulii, come doveva apparire ai tempi della sua fondazione, ovvero con l’assetto e la facciata paleocristiana, circondata da una serie di abitazioni che a quel tempo facevano tutte parte della quattordicesima regione dell’Urbe, chiamata regio transtiberina; in secondo piano, nella bruma, si sviluppa il resto della città col celebre tempio di Giano in alto a sinistra e che dette poi successivamente nome al Gianicolo.

A livello simbolico, invece, possiamo notare una contrapposizione tra la Roma pagana, ormai destinata a diventare rovina, e la Roma cristiana che proprio in quel periodo stava finalmente uscendo dalle catacombe con largo seguito di fedeli e che stava fondando le sue basiliche più importanti; contrapposizione sottolineata anche dai colori con la chiesa che riprende i toni dorati dal manto del papa, illuminata all’improvviso da uno squarcio d’azzurro nel cielo nuvoloso. A livello stilistico possiamo ritrovare, come engrammi, echi di tutta la storia dell’arte, stilemi e forme che Papa, forse inconsciamente, trasferisce sulla tela e che danno spessore alla composizione in quanto vanno ad inserirla in un percorso coerente di riflessione e speculazione sulla rappresentazione, percorso che per l’arte sacra non dovrebbe trovare quelle interruzioni che, attraverso le avanguardie, hanno portato di fatto alla perdita, o meglio all’abbandono, di tutta la tradizione artistica precedente. Rinveniamo nella composizione di certo qualcosa del Raffaello nelle stanze vaticane mentre l’impaginato e la messa in posa delle figure richiama Tiziano, ma c’è sicuramente anche Guercino, Carracci e la scuola romana del Seicento. Tale varietà di analisi arricchiscono la fruizione dell’immagine e la lettura da parte del fedele tanto che, a giusto diritto, possiamo inserire l’opera tra i lavori su tela stilisticamente e simbolicamente più maturi del pittore, un vero equilibrio di forme, composizione e metafore.

Il lavoro, comunque, oltre che di un lungo studio tecnico preparatorio, è frutto anche di una puntuale riflessione teoretica dato che Papa, da storico dell’arte, da diverso tempo sta affrontando l’argomento dei fondamenti dell’arte sacra. Questa, come illustrato nel suo ultimo saggio Discorsi sull’arte sacra, deve caratterizzarsi per l’universalità, la bellezza, la figuratività e la narratività2, elementi che ritroviamo tutti nel Giulio I3.

Tra i quattro ci soffermiamo, per concludere, un attimo sulla bellezza riprendendo le stesse riflessioni dell’artista il quale, leggendo il pontificato di papa Francesco in continuità col magistero di Benedetto XVI, ha tratto preziosi spunti dalle sue prime omelie4. Papa Francesco, infatti, sembra insistere sul concetto della bellezza come misura riprendendo la triade Verità, Bontà, Bellezza quali attributi trascendentali dell’essere, caratteristiche proprie e fondamentali del creato in quanto dono e creazione di Dio e, per riflesso, dell’opera d’arte in quanto creazione dell’uomo. Solo coltivando questa triade per papa Francesco si può custodire il creato, solo attuando un’arte sacra autentica risponde Papa con la sua opera si può confessare degnamente Gesù Cristo.

Tommaso Evangelista è Storico dell’arte

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NOTE

1 T. Evangelista, L’arte cristiana e il messaggio di salvezza, (http://www.zenit.org/it/articles/l-arte-cristiana-e-il-messaggio-di-salvezza)

2 Cfr. R. Papa, Discorsi sull’arte sacra, Siena 2012. Recentemente Papa è tornato da una serie di conferenze alla prestigiosa università di Uppsala in Svezia dove ha relazionato proprio su Caravaggio e il sistema cristiano dell’arte.

3 Rodolfo Papa sta proseguendo le riflessioni sull’arte sacra in una rubrica su zenit e proprio gli ultimi contributi segnano un avanzamento nella ricerca in quanto indagano l’arte sacra in relazione al concetto di morale e carità, con una sottolineatura dell’aspetto giuridico.

4 Cfr. R. Papa, Papa Francesco. La bellezza come misura (http://rodolfopapa.blogspot.it/2013/04/papa-francesco-la-bellezza-come-misura.html)