Giuristi e scienziati fanno appello ai diritti dei nascituri

E mettono in guardia sui rischi eugenetici della fecondazione in vitro

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ROMA, martedì, 1° febbraio 2005 (ZENIT.org).- Pur partendo da scuole e concezioni diverse, giuristi e scienziati riunitisi a Roma il 31 di gennaio, hanno espresso le loro perplessità nei confronti di proposte di variazioni peggiorative della legge 40/2004 sulla Procreazione Medicalmente Assistita, oggetto di prossimi referendum abrogativi.



Organizzato dall’Istituto per la Documentazione e gli Studi Legislativi (Isle) con il Patrocinio del Presidente della Repubblica, il Convegno dal titolo “procreazione assistita: problemi e prospettive” (www.laprocreazioneassistita.it) ha visto i diversi relatori difendere con chiarezza i diritti dei nascituri, fin dal concepimento.

Il professore Giorgio Oppo, docente emerito della Facoltà di Giurisprudenza dell’ Università “La Sapienza” di Roma, facendo riferimento agli embrioni sacrificati dalla tecnica ha precisato che: “Il fatto che la distruzione del principio di vita sia opera di chi lo ha formato non è per sé, e per qualunque etica o diritto, una esimente ma una aggravante come l’uccisione o mutilazione del proprio figlio”.

In merito alla legge 40, il professore ha spiegato che “Il tentativo di avvicinamento alla natura e di rispetto della natura è apprezzabile e conforme all’ispirazione della Costituzione che privilegia la famiglia come società naturale”.

Pierangelo Catalano, professore di Diritto Romano a “La Sapienza” ha sottolineato come già nel diritto romano si riconoscessero i diritti del nascituro fin dal concepimento.

Catalano ha ricordato che già Giustiniano sosteneva che nell’interesse della res pubblica, “il pretore deve favorire colui che sta nel ventre della madre ancor più di quanto debba favorire il fanciullo”. Secondo il professore è evidente come “il diritto romano si richiama all’interesse pubblico e al vantaggio del concepito”.

Catalano ha poi rilevato come sotto gli Imperatori Settimio Severo e Antonino Caracalla “l’aborto volontario era punito con la pena dell’esilio”, e che fu lo stesso Caracalla a “far crescere la civitas conferendo la cittadinanza a tutti gli uomini liberi”.

A questo proposito il docente di Diritto Romano ha riportato il dialogo tra il Rabbi Jehudà e l’Imperatore Antonino, forse Marco Aurelio (secondo altri Caracalla), che si trova nel Talmud.
L’Imperatore chiese al Rabbi: “Da quando viene introdotta l’anima nell’uomo, dall’ora del concepimento o dall’ora della formazione (dell’embrione)?”.

Gli rispose il Rabbi: “Dall’ora della formazione”. Allora l’Imperatore replicò “è mai possibile che un pezzo di carne stia tre giorni senza sale, senza andare a male? Certo deve essere dall’ora del concepimento”.

Ed il Rabbi: “Questo mi ha insegnato Antonino e vi è un passo biblico che lo conferma, come è detto: Mi hai donato la vita e mi hai usato misericordia e la tua visitazione conservò il mio spirito”.
Sui pericoli di derive eugenetiche della fecondazione in vitro ha poi preso la parola il professore di Diritto Penale all’Università di Milano, Luciano Eusebi.

“La valutazione degli embrioni in vitro nella fase anteriore al trasferimento in utero implica uno screenig di tipo eugenetico”, ha detto Eusebi, osservando poi che le diagnosi prenatali e il patrimonio di conoscenze genetiche che si è in grado di ottenere, potrebbero essere utilizzate per operare una selezione a esistenza già avviata.

Il professor Eusebi ha rilevato come il rischio della diffusione di prassi eugenetiche precoci sia stato già stato sollevato dall’associazione Disabled People’s International – Europe, con il documento “Le persone con disabilità discutono della nuova genetica” (www.dpieurope.org ).

In proposito il professore ha ricordato che l’articolo 11 della Convenzione di Oviedo sui Diritti dell’Uomo e la Biomedicina afferma testualmente che “è vietata qualsiasi forma di discriminazione nei confronti di una persona a causa del suo patrimonio genetico”.