Gli Oscar alla “cultura della morte”

Una “vendetta dei disabili” aleggia a Hollywood

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HOLLYWOOD (California), sabato, 23 aprile 2005 (ZENIT.org).- Ai recenti Academy Awards hanno trionfato due film che promuovono un’impostazione favorevole all’eutanasia. “Million Dollar Baby”, la storia di una pugile donna, gravemente ferita in un combattimento, ha vinto quattro Oscar, tra cui il premio di miglior regista per Clint Eastwood.



Hilary Swank vincitrice del premio come migliore attrice per la sua rappresentazione di Maggie Fitzgerald, nel film impersona una donna colpita da una lesione alla spina dorsale, la quale sceglie di essere liberata dalla sofferenza mediante la morte.

L’Oscar per il miglior film straniero è stato assegnato a “Mare dentro”, che narra della storia vera dello spagnolo Ramón Sampedro, diventato quadriplegico dopo un incidente stradale. La sua richiesta di porre fine alla propria vita è stata respinta dopo battaglie legali, ma si è poi suicidato ingerendo una miscela di cianuro.

I film vincitori degli Oscar hanno messo in evidenza la difficile situazione di persone gravemente malate o handicappate, ma hanno riscosso anche la protesta di molti che ritengono pericolose e diseducative queste versioni cinematografiche così in voga a Hollywood.

Il quotidiano British Telegraph del 23 gennaio ha riferito che il National Spinal Cord Injury Association, una delle più autorevoli organizzazioni per i disabili, ha accusato Estwood di una “vendetta dei disabili”. L’Associazione ha descritto la scena conclusiva di “Million Dollar Baby” come un “attacco alla vita danneggiata alla spina dorsale, eseguito in modo brillante”. Alcuni aderenti all’organizzazione Not Dead Yet hanno affermato a Chicago che il film “promuove l’uccisione di persone disabili come soluzione al ‘problema’ della disabilità”.

Matthew Eppinette, del Center for Bioethics and Human Dignity, ha evidenziato in un commento pubblicato dall’organizzazione il 28 febbraio, che il film ritrae esseri umani come se fossero meri animali da sopprimere al fine di liberarli dalla sofferenza.

Al contrario, ha affermato, “l’eutanasia, il suicidio e il suicidio assistito sono sbagliati perché pongono consapevolmente fine ad una vita umana – una vita che è immagine di Dio”. Inoltre, l’essere quadriplegico non impedisce alla persona di approfondire il proprio rapporto con Dio.

Le persone che si trovano in questa situazione certamente soffrono molto, ha ricordato Eppinette. Ma come ha ampiamente dimostrato l’esempio di Christopher Reeve, “anche le persone più gravemente paralizzate possono vivere una vita ricca e intensa, con un sostegno e cure adeguate”.

Testimonianze reali

In effetti, molte persone che si trovano in questa situazione, hanno pubblicato testimonianze in cui affermano la loro volontà di vivere. Daniel Timmons, scrivendo sul National Post del Canada dello scorso 8 ottobre, ha raccontato di come ha perso gran parte dell’uso delle mani e delle gambe, essendo affetto da sclerosi laterale amiotrofica (ALS), nota anche come morbo di Lou Gehrig. “Ogni giorno è una strenua lotta non solo fisica, ma anche psicologica”, ha spiegato.

“Posso dire per esperienza che è una sfida quella di scorgere il senso della vita quando il tuo corpo si deteriora così rapidamente e la paura ti riempie la mente”, ha dichiarato Timmons. Tuttavia egli si è opposto al suicidio assistito osservando che sarebbe più corretto chiamarlo omicidio assistito.

La nostra dignità non dipende da un’esistenza senza dolore, ha aggiunto. “Se la sofferenza impedisce a certe persone di vedere il valore della vita, queste meritano la nostra comprensione. Ma nessuno dovrebbe agire coscientemente al fine di procurarne la morte”.

Un altro caso di sclerosi laterale amiotrofica, quello di Jules Lodish, è stato riportato dal New York Times il 7 novembre scorso. Dopo 10 anni trascorsi nella malattia, quasi ogni muscolo del corpo di Lodish è ormai paralizzato ed egli riesce a scrivere al computer attraverso la contrazione dei muscoli della guancia.

I giornalisti che sono andati a trovarlo nella sua casa di Bethesda, nel Maryland, gli hanno chiesto cosa pensava della sua vita. Lodish ha risposto: “Ho ancora voglia di vivere ogni nuovo giorno che viene”.

Linda Ganzini, docente di psichiatria presso la Oregon Health and Science University di Portland, ha riferito al New York Times che molti pazienti hanno le loro profonde convinzioni religiose ad aiutarli ad andare avanti e a “nutrire speranza nel futuro, a dare un senso al progressivo deterioramento che stanno vivendo”.

Vivere una vita difettata

Da Londra, Jane Campbell, membro della Disability Rights Commission, ha parlato della sua sofferenza vissuta a causa di una atrofia muscolare spinale. Scrivendo sul Times del 2 dicembre, ha raccontato di come nel gennaio del 2004 era stata ricoverata in ospedale per una grave polmonite.

Il medico specialista che l’aveva in cura le aveva insinuato che qualora fosse subentrata una deficienza respiratoria “a suo avviso, sarebbe stato meglio per me non essere resuscitata tramite la ventilazione artificiale”. Ma lei le aveva risposto: “certo che vorrei essere ventilata”. Analogo scenario si era ripetuto il giorno successivo con un altro medico specialista, tanto che Campbell temeva ormai per la propria vita. Presa dal timore che i medici l’avrebbero lasciata morire, si era imposta di non dormire per le successive 48 ore.

“Questo evento ed altri simili che vengono sottoposti all’attenzione della Disability Rights Commission, rispecchiano la tendenza attuale nella società, secondo cui per le persone che come me vivono una vita difettata e insostenibile, è preferibile la morte rispetto ad una vita affetta da gravi menomazioni”, ha spiegato nell’articolo.

Ha poi proseguito osservando che il concetto di malattia terminale non è facile da definire. Più di un quarto dei medici che autorizzano la morte assistita nell’Oregon hanno affermato di non essere sicuri di poter dare una attendibile prognosi semestrale.

Un’altra testimonianza recente proviene dalla Spagna. Un campione dei Giochi Paraolimpici di Atene, José Javier Curto, ha raccontato al quotidiano La Razón che nei suoi 11 anni vissuti su una sedia a rotelle a causa di una malattia muscolare, egli si è sempre opposto all’eutanasia.

La nostra vita appartiene a Dio, ha affermato, con o senza la sofferenza. Ha poi aggiunto che a suo avviso il caso di Ramón Sampedro non è un caso tipico. Infatti secondo lui, la stragrande maggioranza dei paralitici vuole continuare a vivere e si oppone all’eutanasia.

Dall’Inghilterra proviene un altro caso, riportato dal Telegraph del 6 febbraio. Si tratta di quello relativo alla Baronessa Chapman di Leeds, la quale siede nella Camera Alta, dove il “Mental Capacity Bill” (il disegno di legge governativo sulla capacità di intendere e di volere) era in quei giorni in discussione; un provvedimento che aprirebbe le porte all’eutanasia.

La Baronessa è nata affetta dalla malattia della ossa fragili. Alla nascita i medici sostenevano che non sarebbe stata in grado di comunicare e che non avrebbe avuto una funzione mentale esternamente visibile. Eppure, lo scorso ottobre si è insediata nella House of Lords, e nel suo primo discorso ha condannato il “Mental Capacity Bill” constatando che “se questo disegno di legge fosse stato approvato 43 anni fa, io adesso non sarei qui”.

Dopo qualche mese dalla sua nascita, nel 1961, i medici la lasciarono andare a casa, dicendo che non c’era null’altro che loro potessero fare per lei. “Mi mandarono a casa a morire”, ha raccontato, “e io sto ancora aspettando”.

Nata con 50 fratture alle ossa, ha subito in totale circa 600 fratture e, con un’altezza di circa 84 centimetri, ha dovuto e continua a dover far fronte a notevoli ostacoli. Tuttavia, “credo che in qualunque situazione una persona venisse a trovarsi, gli deve essere data ogni possibilità per sopravvivere”, ha sostenuto.

Vera compassione

In un discorso pronunciato il 12 novembre 2004, Giovanni Paolo II aveva evidenziato i principi etici che devono guidare la cura medica. “La medicina si pone sempre al servizio della vita”, aveva detto rivolgendosi ai partecipanti della Conferenza internazionale del Pontificio Consiglio per la Pastorale della Salute.

E, qualora le cure mediche non sono in grado di sanare una malattia, allora ogni sforzo deve essere diretto ad alleviare le sofferenze derivanti da essa. In ogni caso è importante ricordare “l’inalienabile dignità di ogni essere umano, anche nelle estreme condizioni dello stato terminale”, aveva affermato il Papa.

L’eutanasia potrà essere motivata da sentimenti di compassione, o da una distorta idea di preservare la dignità. Ma, anziché alleviare la sofferenza, essa invece elimina la persona, aveva evidenziato il Santo Padre. Una lezione che Hollywood farebbe bene ad imparare.