Gli scheletri nell'armadio della Turchia

La reticenza del Paese ad ammettere la storicità e la responsabilità dello sterminio del popolo armeno costituisce un profondo vulnus per le ambizioni di potenza a cui aspira

Roma, (Zenit.org) Filippo Romeo | 250 hits

La scorsa settimana il Primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan si è recato a Berlino per cercare di migliorare la sua immagine e ottenere consensi in vista delle consultazioni presidenziali che si terranno in Turchia la prossima estate. La ragione di questo viaggio in Germania che, com'è noto, ha rappresentato per milioni turchi una meta privilegiata, ben si coglie alla luce della modifica della legge elettorale turca intervenuta nel 2012 che ha ufficialmente riconosciuto a tutti i cittadini turchi residenti all'estero il diritto di votare.

Il delicato periodo che il Premier turco sta vivendo all'interno del suo Paese non gli ha, tuttavia, impedito di presentarsi all'appuntamento con atteggiamento di sfida e con piglio esuberante. All'incontro con Angela Merkel, Erdogan ha lanciato, seppure celate dal contegno diplomatico,  una serie di invettive che hanno lasciato tutt'altro che indifferente la cancelliera, costretta a dover rispondere per le rime. Dopo aver rivendicato i progressi fatti dal suo Paese in termini di crescita economica e di calo della disoccupazione, il Primo Ministro turco, nell’auspicarsi che in futuro Ankara entri a far parte dell’Unione ha, senza mezzi termini, precisato che «non è la Turchia ad aver bisogno dell’Europa, piuttosto è l’Unione europea ad aver bisogno della Turchia».

Nonostante il fatto che nel delicato momento storico una tale affermazione potrebbe risultare veritiera per il vecchio continente, il passaggio del suo discorso su cui occorre soffermarsi è quello relativo all'annosa e controversa questione del genocidio degli armeni circa il quale, senza troppi giri di parole, Erdogan ha "invitato" la cancelliera e il suo partito (CDU) ad una maggiore prudenza nell’affrontare il tema del centenario del genocidio che gli Armeni definiscono “Metz Yeghérn”, il "grande male"; invito a cui la Cancelliera tedesca ha prontamente replicato esortando la Turchia a venire a patti con la storia. Ciò in quanto, com'è noto, il governo turco continua tutt'oggi in maniera inesorabile a negare quello che fu il primo genocidio del XX secolo, e che costò la vita a un numero non ben definito di armeni che, tuttavia, dovrebbe aggirarsi intorno a 1.800.000.

Per capire il contesto in cui si è consumato questo efferato genocidio è importante fissare, seppur per sommi capi, alcune tappe storiche per mettere in luce il ruolo strategico che la storia ha conferito a questo popolo che fino ai primi anni del novecento abitò una vasta area che si estendeva ben oltre i confini dell'attuale Repubblica Armena, inglobando il lembo nord-occidentale dell'Iran, tutta la parte orientale della Turchia, le regioni occidentali dell'Azerbaigian ed una parte del sud della Georgia.

Il popolo armeno, la cui storia è caratterizzata dalla conversione al Cristianesimo avvenuta intorno al IV Sec. che lo rese il primo ad adottare la fede cristiana come religione di Stato, più di duemila anni fa aveva già costituito un proprio Stato unitario che nel corso dei secoli ha perso, e più volte riconquistato la propria indipendenza, subendo a più riprese invasioni e dominazioni straniere fino a quella ottomana del 1514. Quest'ultima, stando ad autorevoli ricostruzioni storiche, non fu affatto tenera con la popolazione di quell'area che sin da subito fu destinataria di ogni tipo di sopruso, vessazione e conversione forzate alla fede islamica.

Una condizione che perdurò fino alla fine del diciannovesimo secolo, precipitando allorquando nel 1895-1897 il sultano Abdul Hamid II decise di punire la popolazione in rivolta attuando violentissime repressioni che costarono la vita a 300.000 armeni (da cui il termine “massacro hamidiano”). Il tragico periodo è ascrivibile al contesto geopolitico dell'epoca. Nell'area interessata, infatti, si estendevano le mire espansionistiche della Russia che puntava a far ricadere il territorio popolato dagli armeni sotto la propria sfera di influenza, con la finalità sia di indebolire ulteriormente il già instabile Impero Ottomano che di acquisire nuove porzioni di territorio.

Dopo la guerra russo-turca del 1877-78, gli armeni iniziarono a intravedere nella Russia cristiana un nuovo protettore in grado di difenderli dal pressante nazionalismo turco. La violazione del trattato di Berlino del 1878, che obbligava gli ottomani a garantire un maggior numero di diritti ai sudditi armeni, fu la goccia che fece traboccare il vaso. Intorno al 1890 la popolazione armena si sollevò in tutta l’Anatolia chiedendo all’Impero più riforme, la fine della  discriminazione, il diritto di voto e un governo costituzionale. La risposta del sultano Abdul Hamid II fu, come già descritto, durissima.  Vennero praticati nei confronti dei “nemici dell’Islam” - così venivano appellati gli armeni dissidenti - i peggiori delitti tra i quali il più cruento fu quello consumato nella città di Urfa dove circa 3.000 armeni morirono bruciati vivi all’interno della cattedrale nella quale si erano rifugiati.

La persecuzione degli armeni non si placò con la fine dell'impero ottomano, essendo, al contrario destinata a conoscere tutta la sua ferocia sotto i "Giovani Turchi" che succedettero al potere. Anche loro, animati da un forte spirito nazionalista, rintracciarono negli armeni un ostacolo per la realizzazione di un grande impero panturco che inglobasse tutte le popolazioni turche dal Mar Egeo ai confini della Cina. Convinzione che si acuì con l'approssimarsi della primo conflitto mondiale per il timore che il popolo armeno potesse allearsi con il nemico russo, mettendo in serio pericolo la già precaria stabilità del Paese. 

Ne seguì il rastrellamento degli intellettuali, prima, il disarmo e l'arresto dei militari in un secondo momento, per concludere, infine, con l'organizzazione del grande esodo di massa della popolazione civile costretta a migrare dai territori dell'Anatolia verso la Mesopotamia, dove venne deportata con l’iniziale e fatale scusa di dover evacuare le zone di guerra. Quel tragitto fu una carneficina che costò la vita di centinaia di migliaia di armeni ai quali, ancora oggi, la Turchia non intende rendere giustizia.

Ebbene, non può negarsi che la reticenza della Turchia ad ammettere la storicità e la responsabilità dello sterminio del popolo armeno costituisca un profondo vulnus per le ambizioni di potenza a cui aspira il Paese. Questo elemento, aggravato dalla pervicace arroganza di chi, come Erdogan, si ostina a disconoscere la propria storia, non rappresenta di certo un buon biglietto da visita sulla responsabilità e affidabilità di un Paese.