Gli schiavi del terzo millennio

Milioni di persone coinvolte nella rete dei traffici umani

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GINEVRA, sabato, 27 agosto 2005 (ZENIT.org).- La Conferenza annuale dell’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) ha preso in esame la piaga del traffico degli esseri umani destinati a lavori forzati che, secondo stime, coinvolge 12,3 milioni di persone. L’incontro dell’OIL che si è svolto dal 31 maggio al 16 giugno presso il Quartier generale dell’Organizzazione a Ginevra, ha dedicato la sessione dell’8 giugno alla discussione su un rapporto inerente questo fenomeno.



Nel comunicato stampa dell’11 maggio scorso, che annunciava la pubblicazione di questo rapporto dal titolo “Un’alleanza globale contro il lavoro forzato”, il Direttore generale dell’OIL Juan Somavia ha definito questo lavoro come “un piaga sociale che non dovrebbe esistere nel mondo moderno”. Ed ha aggiunto: “Per raggiungere una globalizzazione giusta e un lavoro dignitoso per tutti, è fondamentale sradicare il lavoro forzato”.

Il rapporto stima che almeno 2,4 milioni di persone sono vittime della tratta di esseri umani. E fornisce inoltre la prima stima mondiale dei proventi generati dallo sfruttamento del lavoro di donne, uomini e bambini vittime di questo fenomeno: 32 miliardi di dollari l’anno, pari a circa 13.000 dollari l’anno per ciascuna vittima.

Il rapporto inizia precisando la definizione del concetto di lavoro forzato, che non deve essere confuso con le cattive condizioni di lavoro o con un livello salariale inferiore al minimo. L’OIL ritiene piuttosto che il lavoro forzato debba essere identificato sulla base della sussistenza di due elementi: l’imposizione del lavoro con il ricorso alla minaccia di una pena; lo svolgimento forzato del lavoro.

Le forme che assume il lavoro forzato sono molto varie. Nel passato, la schiavitù o la schiavitù per debiti (bonded labor) era una pratica comune, e persiste ancora in alcuni Paesi, soprattutto in Asia. Forme più moderne sono spesso legate all’immigrazione e al traffico di persone per scopi commerciali, che spesso riguardano donne e bambini coinvolti in attività quali spaccio di droga, accattonaggio, o sfruttamento sessuale. Inoltre, i lavoratori migranti del Medio Oriente e di altri luoghi sono spesso costretti a consegnare i propri documenti di identità, rimanendo vincolati ad una famiglia, con pesanti restrizioni alla libertà di movimento.

“Stime minime”

Delle 12,3 milioni di persone coinvolte nel lavoro forzato, 9,8 milioni vengono sfruttate nel settore privato. Altre 2,5 milioni svolgono lavoro forzato per imposizione dei governi o di gruppi militari ribelli.

Questa è la prima volta che l’OIL ha fatto una stima delle persone coinvolte nel lavoro forzato e una parte del rapporto è dedicato alla descrizione dei metodi utilizzati. Le cifre corrispondono ad una “stima minima”, in cui i dati reali potrebbero essere più alti, afferma il rapporto.

La maggior parte delle persone coinvolte in questo fenomeno si trova in Asia, con circa 9,5 milioni di lavoratori forzati. Segue l’America latina e i Caraibi con 1,3 milioni. La restante parte è sparsa tra l’Africa subsahariana con 660.000 persone, il Medio Oriente e il Nord Africa con 260.000, i Paesi industrializzati con 360.000 e i Paesi in transizione con 210.000.

Scomponendo i dati emergono differenze regionali nella composizione del tipo di lavoro forzato. In Asia, America latina e Africa subsahariana, le vittime della tratta di persone sono meno del 20% del lavoro forzato totale. Nei Paesi industrializzati, i Paesi in transizione e nel Medio Oriente e Nord Africa, il traffico di persone assomma a più del 75%.

Il rapporto osserva che, di fatto, spesso la tratta di esseri umani e l’immigrazione clandestina si sovrappongono. Molti di coloro che poi vengono impiegati in lavori forzati sono immigrati volontariamente e ne diventano vittime durante il viaggio o una volta giunti a destinazione. I principali tipi di lavoro forzato conseguenti alla migrazione sono l’industria del sesso, l’agricoltura, il lavoro domestico e il lavoro nell’edilizia. Essi lavorano tuttavia anche nei settori della ristorazione e nelle piccole imprese che ricorrono allo sfruttamento del lavoro.

Il rapporto dell’OIL osserva inoltre che mentre il lavoro forzato imposto dallo Stato non rappresenta il problema più rilevante in termini numerici, esso rimane tuttavia motivo di grande preoccupazione. Il tipo di lavoro che esso coinvolge riguarda attività di carattere “antisociale”, come avviene in particolare in Cina attraverso il suo sistema di “rieducazione attraverso il lavoro”. I dati ufficiali del Ministero della giustizia cinese indicano che circa 260.000 persone sono state arrestate grazie a questo sistema, sin dagli inizi del 2004.

Anche il regime militare del Myanmar è noto per i suoi programmi di lavoro forzato, con numerose denuncie che giungono all’attenzione dell’OIL. Il rapporto accusa il regime di permettere una situazione “in cui le politiche statali consentono alle autorità locali di fare uso e di trarre vantaggio dal lavoro forzato dei poveri”. In Africa, prosegue il rapporto, vi è la preoccupazione per la possibile imposizione del lavoro forzato a scopo di sviluppo.

Cause e cure

Il rapporto osserva che non vi è unanimità di vedute su quali siano le cause del lavoro forzato. Riguardo ai Paesi in via di sviluppo, dove nel settore rurale esistono forme di lavoro forzato e di schiavitù per debiti, il dibattito sulle possibili cause che ne spieghino la persistenza prosegue. Tra le motivazioni addotte vi è il fallimento dei mercati finanziari e creditizi, il sistema agrario e gli iniqui rapporti di potere. Risulta poi ancora poco chiaro fino a che punto il fenomeno della globalizzazione possa aver contribuito al sorgere delle nuove forme di lavoro forzato.

Nei Paesi in via di sviluppo, la stragrande maggioranza delle vittime del lavoro forzato sono povere. E in molti casi l’imposizione del lavoro forzato può essere legato a forme di discriminazione.

Negli ultimi anni la comunità internazionale ha tentato di coordinare la propria azione di contrasto allo sfruttamento delle persone. Il 25 dicembre 2003 è entrato in vigore il Protocollo sul traffico di persone, annesso alla Convenzione ONU sulla criminalità organizzata transnazionale.

A livello regionale, organizzazioni come l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) o la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale, hanno fatto dichiarazioni ed elaborato programmi diretti a contrastare il problema.

Tuttavia, una serie di difficoltà hanno ostacolato questi tentativi. Le definizioni di lavoro forzato e di traffico di esseri umani sono spesso così generiche che i procuratori e i tribunali hanno difficoltà ad identificare queste situazioni nella realtà. Inoltre, leggi diverse talvolta definiscono in modi diversi il lavoro forzato, la schiavitù e la tratta. In altri casi, dove la costituzione dello Stato vieta questo tipo di pratiche, spesso è estremamente difficile riuscire a portare le violazioni in tribunale, a causa della mancanza di leggi specifiche di attuazione dei principi costituzionali.

In aggiunta, gli immigrati clandestini vittime di queste pratiche sono spesso riluttanti a denunciarle nel timore di essere rispediti nel proprio Paese o comunque di essere licenziati o perdere il salario loro dovuto.

Il piano d’azione

Il rapporto dell’OIL conclude con una serie di proposte per il contrasto al lavoro forzato. Anzitutto esso raccomanda di affrontare il problema alla radice, concentrandosi sui problemi di discriminazione, di deprivazione e di povertà. Invita poi a porre rimedio a talune deficienze come la presenza di normative inadeguate e di ispezioni del lavoro troppo deboli o inesistenti. Inoltre esso auspica l’adozione di una normativa chiara e la delega di poteri effettivi agli agenti di polizia.

Un’altra raccomandazione riguarda la necessità di migliorare il coordinamento, costituendo una sorta di alleanza trasversale contro il lavoro forzato, tra le organizzazioni dei lavoratori e quelle dei datori di lavoro, le agenzie governative, e altri enti internazionali.

Il rapporto invita infine i Paesi ad adottare programmi globali di riabilitazione delle vittime del lavoro forzato. Senza questo sostegno, avverte l’OIL, le vittime liberate potrebbero ricadere nuovamente in situazioni di lavoro forzato.