"Grazie cancro, perché mi hai insegnato a vivere"

Fabio Salvatore racconta in un libro l'esperienza della malattia alla luce della fede

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di Luca Marcolivio

ROMA, sabato, 5 maggio 2012 (ZENIT.org) – Un giovane di 22 anni, di grande talento e con un futuro radioso davanti. Improvvisamente malato di cancro. Crudele, molto crudele come destino. Eppure, come testimonia l’esperienza di vita di Fabio Salvatore, nella disgrazia di una malattia grave, non solo la morte non ha necessariamente il sopravvento, ma si possono scorgere i sintomi di una rinascita.

Le 223 pagine del volume autobiografico A braccia aperte tra le nuvole (Piemme, 2012) si sfogliano ad una velocità impressionante, tanta è la verve che Salvatore imprime nella narrazione della sua storia.

Da attore quale è, Salvatore racconta il suo dramma con un linguaggio teatrale. Non si perde in lunghe e tediose autoanalisi, prediligendo il tocco del monologhista: frasi scarne e scenari più che mai carichi di espressività.

L’irruzione improvvisa della malattia viene descritta di volta in volta attraverso brevi flash, ricchi di metafore, a partire da quella dello scarafaggio, di kafkiana memoria, che devasta corpo e anima con le sue “luride zampette”.

L’Autore personalizza il suo nemico nascosto con queste parole: “Se mi uccidi morirai con me. Se sopravvivo sarai cenere. Sei già condannato ma questo non ti ferma. Sei morte e rispondi a quella sola chiamata”.

Tra il 1998 e il 1999, Fabio si ammala di cancro, viene operato e guarisce. Lo aiutano i medici, l’affetto della mamma, del papà, del fratello Alessandro, della fidanzata Rossana. Ma ancora di più lo aiuta la fede, in particolare la preghiera a Maria Santissima.

Il 25 è il numero chiave nella sua storia. È infatti il 25 giugno 1998, anniversario della prima apparizione della Madonna a Medjugorie, il giorno in cui Fabio, in un momento di sconforto (ma non ancora malato), scorge abbandonata per strada una Medaglia Miracolosa, popolarissimo simbolo di devozione mariana.

Fabio interpreta ciò come un segno della Provvidenza. È ancora un giorno 25, per l’esattezza il 25 settembre dello stesso anno, che al giovane artista viene diagnosticato il cancro.
Fede e malattia sono le due medicine che hanno permesso a Fabio Salvatore di guarire da un cancro più grande: quello dell’anima. La malattia lo mette di fronte all’ineluttabilità della morte del corpo ma gli fa comprendere anche “la forza dello spirito che non può morire”.

L’Autore descrive la sua vita precedente come superficiale, edonistica, simile a quella di tanti ragazzi della sua età: “Godere. L’unico principio da emulare e rispettare. Senza una ragione manifesta a motivare quell’inutilità e miseria. Schiavo inconsapevole di una vita senza regole e principi. […] Provavo vergogna. E rabbia. Nell’essere posseduto da qualcosa di lontano da me, ma che viveva in me”.

Fabio Salvatore entra poi nel gruppo di preghiera di Nuovi Orizzonti: la fondatrice Chiara Amirante diventa per lui una sorella maggiore, accompagnandone ogni passo del nuovo cammino. Pellegrino a Medjugorie, Fabio si sente rinato a vita nuova. In Gesù scopre “la porta dell’Amore degli Amori” che dà pieno senso all’esistenza.

“Mi ha salvato l’incontro con Nuovi Orizzonti – scrive -. Da questa famiglia ho ricevuto tutto l’amore a cui anelava il mio cuore, offerto con una gratuità inimmaginabile. Mi sono reso conto che nella continua e affannosa ricerca di qualcosa che non riuscivo a individuare, l’unico vero bisogno era amare e sentirmi amato”.

Eppure le prove per lui non sono finite. Verso la fine dello scorso decennio, alla rottura del fidanzamento con Rossana, segue la sinistra rivincita dello scarafaggio, “bestia feroce, pronta ad azzannare nel buio, dopo una lunga caccia silenziosa”.

Proprio alla vigilia di un nuovo ciclo di radioterapia, nella vita di Fabio si abbatte l’ennesimo terribile fendente: l’improvvisa morte del padre, investito da un pirata della strada, all’uscita di una discoteca, alle prime ore della mattina del 20 gennaio 2008.

Seguono mesi durissimi ma ormai Fabio è un uomo temprato dalle vicissitudini della vita. È pronto a tutto. Il cancro gli ha rubato il tempo, la salute, i sogni di gloria ma gli ha restituito la fede in Dio, la fiducia negli uomini ed un’esistenza più autentica.

Toccanti sono le pagine in cui l’Autore descrive i suoi colloqui con i compagni di sventura, gli altri malati oncologici conosciuti durante i numerosi ricoveri. Nella disgrazia, Fabio riscopre il vero senso dell’amicizia disinteressata.

Prosegue ed approfondisce il suo cammino di fede in Nuovi Orizzonti, che culmina in un nuovo emozionante pellegrinaggio a Medjugorie, dove, sfidando i postumi della malattia, si lancia in un epica scalata del monte Krizevac.

L’Autore esprime poi parole di gratitudine per i tanti amici conosciuti nel movimento di Chiara Amirante, che, con la loro presenza, lo hanno umanamente arricchito: i sacerdoti don Giacomo Pavanello e don Davide Banzato, la giornalista Silvia Piasentini, il cantautore Nek.

A braccia aperte tra le nuvole si chiude con un’insolita postfazione, affidata alla sedicenne Martina Imarisio Neviani, conosciuta da Salvatore durante un nuovo pellegrinaggio a Medjugorie. “Fabio ha avuto la fortuna di conoscere l’amore di Dio e di testimoniarlo nonostante la sofferenza, questo è il vero miracolo attuale”, scrive Martina.

Ed è proprio Dio e la Madonna, assieme ai familiari e agli amici più cari, che l’Autore ringrazia al termine del libro. Senza trascurare un omaggio al suo “antagonista”, dapprima odiato, poi, sorprendentemente rivalutato: “Grazie scarafaggio, perché mi hai insegnato la vita, ad amarla come il bene più prezioso”.

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