"Guai a me se non evangelizzassi" (Prima parte)

Nell'anno della fede gli anniversari di Sant'Alberico Crescitelli, Missionario del Pime, martire per la fede in Cina

Roma, (Zenit.org) Giuseppe Buono, PIME | 477 hits

I mesi di giugno e luglio rimandano ad anniversari importanti che riguardano un missionario del PIME martirizzato barbaramente in Cina il 21 luglio 1900 durate la crudelissima persecuzione decretata dall’ultima imperatrice cinese.

Si tratta di Alberico Crescitelli, nato ad Altavilla Irpina, provincia di Avellino e diocesi di Benevento, il 30 giugno 1863: ricorrono quindi 150 anni dalla nascita.

Il 4 giugno ricorrono i 175 anni dell’ ordinazione sacerdotale, il 21 luglio i 113 anni del martirio, che Pio XII definì tra i più crudeli della storia dei martiri di tutti i tempi.

Il papà, farmacista del paese, si chiamava Beniamina e la mamma Degna Bruno, una donna forte e profondamente religiosa. Alberico era il quarto di dieci figli.

L’8 novembre 1880 Alberico lasciò Altavilla Irpina per Roma, dove veniva accolto nel Seminario dei Santi Apostoli Pietro e Paolo per le Missioni Estere fondato per desiderio di Papa Pio IX, dal sacerdote romano Pietro Avanzini il 1 giugno 1868.

Per Alberico furono sette anni di studio tra la Pontificia Università Gregoriana e quella di sant’Apollinare, tutti con ottimi risultati accademici e formativi.

Il 4 giugno 1887 venne consacrato sacerdote nella Basilica di San Giovanni in Laterano. Il giorno seguente, festa della Santissima Trinità, celebrava la prima Messa e scriveva a casa: “Stamane ho celebrato la mia prima Messa cantata. Dammi forza Iddio di celebrare con fervore in tutta la mia vita”. Fu così.

Alberico ebbe una costante corrispondenza con la sua famiglia, soprattutto con la mamma: 294 lettere, la maggior parte scritte dalla Cina. Questi scritti restano la testimonianza più familiare e più vera della santità della sua vocazione missionaria.

A Roma, fu ricevuto dal Papa Leone XIII, ricevette il crocifisso dei missionari e il 2 aprile 1888 partì da Roma per Marsiglia, dove si imbarcò sul piroscafo Sindh verso la Cina. Dopo 36 giorni in mare il piroscafo sbarcò il missionario a Shangai. Da qui, con un barcone privato e avventure incredibili, naviga sul fiume Han, dopo aver lasciato il Fiume Azzurro, arriva alla sua missione di Sijiaying (Siaochai) il 18 agosto 1888, dopo 81 giorni di barca. Il paese era allora il centro della missione, con una cristianità notevole e fedele, ma il Vicariato dello  Hanzhong (Shensì meridionale), provincia di Shaanxi, oggi diocesi di Hanchung, campo di missione di Padre Alberico, era quasi tutto non cristiano, con enormi problemi sociali e morali, tra i quali i fumatori di oppio, che contagiavano anche la minoranza cristiana se Padre Alberico constatò che il due per cento dei cristiani fumavano oppio; tra i non cristiani la percentuale saliva al cinquanta per cento. Padre Alberico si era fatto cinese nell’abbigliamento consentendo anche che il barbiere gli radesse i capelli lasciando al centro del cuoio capelluto un ciuffo, che sarebbe poi cresciuto diventando un codino. Ma, ancora più importante, si era fatto cinese nel cuore  imparando presto e bene la difficilissima lingua.

Subito Padre Alberico fa l’esperienza di disagi mai pensati nel suo spostarsi da un capo all’altro della zona affidatagli, con la barca, a dorso di mulo, a piedi, in alloggi impossibili. Ma scrive: “Ogni posto dove si possa santificare un’anima e consolarla, dove ci sia una ripugnanza da vincere, una serie di sentimenti penosi che non finisca con una ricompensa temporale, è per un missionario un posto di onore”. Ormai lui non ha più soste, di giorno come di notte. Scrive: “Mi incombe il dovere di evangelizzare e guai a me se non evangelizzassi… Ciò che si fa per la salute delle anime non è mai troppo”. Scrive alla mamma: “State di buon animo e non vi prendete pensiero di me. Io sono nelle mani di Dio e sono contento… Se Dio vorrà che le avversità mi accadano ciò avverrà perché in me si verifichi il detto: beati coloro che piangono perché saranno consolati”. Ci sembra sia la vera identità che Papa Francesco augura a ogni sacerdote: “Portare sulla propria pelle l’odore delle pecore”!

Scrive alla Congregazione de Propaganda Fide: “Chi avesse visto in che cosa avessi dovuto fare la missione il primo anno sarebbe rimasto inorridito…Nell’albergo che ci ospitava una camera di paglia, divisa per mezzo, serviva per me e pel catechista. In un’altra affumicata bisognava dir messa e nella terza abitava l’intera famiglia del padrone di casa e serviva pure di cucina. I cristiani, che venivano da lontano la notte, dormivano nella camera che serviva da cappella. Aggiungi galline, buoi, una scrofa con dodici porcellini e pensa se era un bel rito”.

Ogni tanto gli arrivavano da Altavilla Irpina inviti a tornare per un po’ a casa. L’invito si fece forte dopo la tragica morte del fratello Bruno avvenuta il 12 maggio 1893. Padre Alberico risponde alla mamma: “Giorni fa ho ricevuto la tua nella quale tu insisti perché io ritornassi a rivedere la famiglia. C’è proprio bisogno della mia presenza?…Tu mi raccomandi di pensare e pensare , pensa anche tu ai tanti e tanti i quali, per dare sollievo ai genitori, abbandonarono la vocazione alle missioni e si sono invece ridotti a dar loro grandi dispiaceri…E poi ho giurato di stare dove sarei andato… Se poi morrò, ci vedremo in Paradiso. Ti saluto…”.

(La seconda parte segue domani, venerdì 7 giugno)