Guercino, "il ritorno del figliol prodigo" e l'attualità del padre misericordioso

La mostra romana dell'artista di Cento come spunto per una riflessione

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di Antonio D’Angiò

ROMA, sabato, 3 marzo 2012 (ZENIT.org).- Sino a domenica 29 aprile sarà possibile visitare a Roma, nelle sale di Palazzo Barberini adibite per la prima volta a spazio espositivo, la mostra “Capolavori da Cento e da Roma: Guercino 1591 – 1666”.

Sono trentasei le opere esposte di Francesco Barbieri, detto il Guercino, che attraversano tutto il tempo del suo percorso artistico, con una particolare attenzione anche a quelle realizzate tra il 1621 ed il 1623, durante la sua permanenza romana, sotto l'ala protettiva del suo mecenate Gregorio XV.

L'esposizione, curata da Rossella Vodret (per Roma) e da Fausto Gozzi (per Cento), rappresenta, oltre che un tributo a Guercino, anche un omaggio a Sir Denis Mahon, da poco scomparso,il quale ha dedicato al maestro emiliano gran parte dei suoi studi.

Molte le opere che meriterebbero più di un approfondimento. Ad esempio, tutte quelle nelle quali compare la figura di San Carlo Borromeo; oppure le diverse immagini della Sibilla, la più intrigante, quella Persica “impegnata nella scrittura, che sembra interrogarsi per la presenza dell'osservatore, cui rivolge lo sguardo velato di malinconia” o, ancora, la tela che fa da copertina alla mostra, cioè “Saul tenta di uccidere David con la lancia”.

C'è però un quadro, dipinto dal Guercino dopo il suo ritorno a Cento, che ben rappresenta il periodo di transizione del pittore emiliano, ed è “Il ritorno del figliol prodigo”, tema ripreso più volte da Guercino e spesso soggetto di altri grandi maestri, tra i tanti Bosch, Rembrandt, De Chirico.

L'immagine in mostra è quella che ritrae il figliol prodigo mentre si cambia la veste, ovvero quell'attimo dopo che San Luca, unico, così descrive nel suo Vangelo: “Ma il padre ordinò ai servi: Presto, portate qui la veste migliore e fategliela indossare (...)”. Passando da una lacera veste bianca ad una preziosa di colore blu, all’ombra di quei gesti premurosi del padre verso il figlio ed esortativi verso il servo.

Ammirando la tela e riflettendo contemporaneamente sulla parabola “del figliol prodigo”, due sembrano gli elementi di “inattualità”. Il primo si riferisce, dal punto di vista demografico, al fatto che sempre più famiglie si compongono di un solo figlio oppure non ne hanno affatto.

L’altro elemento è dato dal meccanismo di decisione ereditaria tra fratelli, nel quale non si contempla il ruolo del notaio. Un ruolo che, come scriveva Severgnini qualche mese addietro sul Corriere della Sera, dovrebbe essere quello di “assistere padre e madre e aiutarli a scrivere testamenti buoni e saggi. Lasciando un mondo migliore e una famiglia in pace”.

E, tra queste che sembrano due inattualità, il valore che permane e che rispetta peraltro il vero titolo della Parabola, cioè del “Padre misericordioso”, è quello della misericordia di un genitore, a prescindere dalla composizione delle famiglie, dai ravvedimenti dei figli erranti, dai risentimenti di quelli ossequiosi o dalla modernità delle professioni notarili liberalizzate.

Quel padre misericordioso che nel quadro del Guercino si mostra con quella mano sinistra posata sulla spalla del figlio a testimonianza di un ritrovata vicinanza.