"He is here": un omaggio a Claudio Chieffo

Le canzoni del cantautore forlivese rivivono nella voce del figlio Benedetto

Roma, (Zenit.org) Luca Marcolivio | 384 hits

A sette anni di distanza dalla morte, un omaggio a Claudio Chieffo (1945-2007) è arrivato con il disco He is here (Galletti-Boston, 2014), interpretato da Benedetto Chieffo, figlio del cantautore forlivese.

Realizzato assieme al chitarrista Paolo Forlani, che ha arrangiato la maggior parte dei brani, l’album raggruppa 14 canzoni, di cui sette inedite e sette reincise, e ripercorre le tappe salienti di una produzione artistica ultratrentennale, includendo la prima e l’ultima canzone mai scritte da Chieffo: Abbiamo suonato e La sorgente.

Etichettato per anni semplicemente come “cantautore cattolico” di nicchia e compositore di canzoni “da oratorio”, Claudio Chieffo è stato in realtà un artista di altissimo livello, che musicalmente si è mosso nel solco dei grandi della sua generazione, con uno stile che richiama in particolare Guccini, De André, Branduardi e Dylan.

Le composizioni di Chieffo tradiscono l’inquietudine di chi è diventato adulto negli anni ’60-’70, la sofferta ricerca di senso alla vita, che - tratto originale per quella generazione di cantautori - trova sbocco nell’“Uomo della Croce”.

I 14 brani scelti da Benedetto Chieffo sono una fedele sintesi della vis poetica del padre, con i temi ricorrenti della sua produzione: la nostalgia per l’infanzia, l’amore per la natura, per la campagna, per le gioie semplici, così come lo smarrimento di fronte alla morte e ai grandi cambiamenti della vita.

Non devono ingannare il tocco lieve e sussurrato e i delicati arpeggi acustici: ogni nota è il contrappunto di un’anima irrequieta, talora angosciata, che trova però il suo senso nel mistero della Morte e della Resurrezione, nella certezza che “Egli è qui”.

Quelle di Claudio Chieffo non sono affatto canzonette, né sono orecchiabili o “radiofoniche”. È una musica discreta ed elegante che non irrompe e non si impone ma che bussa in modo timido ed irresistibilmente dolce alle porte del cuore e, dopo il terzo o quarto ascolto, diventa una compagna fidata ed irrinunciabile.

Ogni brano è segnato da una dedica speciale: a don Luigi Giussani e don Francesco Ricci, figure spirituali di riferimento per l’artista romagnolo; a Van Morrison e ai Chieftains (Irish Song); a Francesco De Gregori (in La nave, Chieffo rovescia la prospettiva puramente umana per la quale “la Storia siamo noi” e ricorda al cantautore romano che la storia è “Chi ha inventato il gioco”, un nave in cui “cantano felici i marinai”, guidati da un Capitano sereno e sicuro della rotta da solcare).

A Giorgio Gaber è dedicato il brano che, probabilmente, vale l’intero disco: Canzone del melograno. Scritta l’11 febbraio 2003, circa un mese dopo la scomparsa del cantautore milanese è una supplica all’amico a mostrargli la “casa dei fiori”, dove “c’è sempre il sole e la brezza ti fa sentire il mare”.

È la stessa “casa davanti al mare”, che quattro anni dopo Chieffo, sentendosi lui stesso in punto di morte, evoca ne La sorgente, nelle cui acque “ognuno trova /  musica grande che si rinnova, / pace infinita, grazia fluente”.