Hitler, la Santa Sede e gli Ebrei, la parola agli archivi

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ROMA, lunedì, 7 giugno 2004 (ZENIT.org).- A circa 60 anni di distanza dall'offensiva alleata che sconfisse il Nazismo, arriva in libreria il volume "Hitler, la Santa Sede e gli Ebrei" (Jaka Book, 556 pp., 29,00 Euro) scritto dallo storico della Pontificia Università Gregoriana, Giovanni Sale, S.J.



Il volume analizza i rapporti tra il Terzo Reich e la Santa Sede, in un arco di tempo che va dal 1933 al 1945, sulla base di un approccio tematico-interpretativo che fa riferimento ad una inedita documentazione d'archivio in particolare quello Segreto Vaticano relativo alle Nunziature di Monaco e Berlino e quello della "Civiltà Cattolica".

Secondo l'inchiesta condotta dal padre gesuita, la Santa Sede con i Pontefici Pio XI e Pio XII, contrariamente a quanto sostenuto da un certo filone della critica storiografica, fu lungimirante nel capire già nei primi anni venti i pericoli insiti nel nazismo.

Per conoscere nei dettagli le scoperte pubblicate nel libro, ZENIT ha intervistato il professor Giovanni Sale.

Riportiamo di seguito la prima parte dell'intervista. La seconda verrà pubblicata nel Servizio dell’8 giugno.

La storiografia ha trascurato quanto fatto dal clero cattolico per contrastare la presa di potere di Hitler e del nazionalsocialismo in Germania. Può spiegarci in che modo si comportò la Chiesa cattolica?

Professor G. Sale: Con la recente apertura degli archivi vaticani relativa alle nunziature di Monaco e di Berlino (1922-39) abbiamo ora la possibilità di valutare meglio come quella “fatidica svolta politica” del 30 gennaio 1933 sia stata commentata e giudicata dai vertici della Chiesa cattolica.

Una serie di Rapporti, redatti dal Nunzio Apostolico a Berlino, mons. Cesare Orsenigo, ci dà la possibilità di valutare meglio quegli avvenimenti. Il primo vescovo tedesco a prendere provvedimenti contro il nazionalsocialismo fu l’arcivescovo di Magonza, il quale già nel settembre 1930 pubblicò alcune norme che avevano come scopo di impedire che i cattolici venissero contagiati dal morbo nazionalsocialista; non tutti i vescovi tedeschi però le approvarono, considerandole troppo dure nel contenuto e in ogni caso ancora giudicavano il documento episcopale prematuro, essendo il movimento hitleriano ancora in divenire.

Alcuni vescovi inoltre erano del parere che non bisognasse dare troppo credito alle costruzioni teoriche di alcuni intellettuali del movimento hitleriano, come l’ideologo anticristiano Rosenberg, mentre bisognava invece considerare che il partito nazionalsocialista era l’unico che si opponeva con determinazione all’avanzata del bolscevismo in Europa.

Con il passare del tempo però alla linea di condotta dell’ordinariato di Magonza si associò, un poco alla volta, tutto l’episcopato tedesco, “sospintovi – scriveva il Nunzio Orsenigo - dal persistente atteggiamento irreligioso di alcuni capi del nazionalsocialismo”. Nella Conferenza episcopale dei vescovi prussiani riuniti a Fulda dal 17 al 19 agosto 1932 si decise, “avuto presente il pericolo che il movimento nazionalsocialista poteva costituire per le anime”, di emanare disposizioni che vietassero ai cattolici di appartenere al partito hitleriano. Il documento fu approvato all’unanimità.

Fu in occasione della campagna elettorale per le elezioni politiche del 5 marzo 1933, che l’opposizione tra nazionalsocialismo e mondo cattolico venne per la prima volta in piena luce. In un dispaccio del 16 febbraio 1933 inviato alla Segreteria di Stato, mons. Orsenigo trattava della gravità della situazione e della durezza dello scontro politico in corso tra i partiti, nonché dell’orientamento dei cattolici in ambito politico e della strumentalizzazione della religione a fini di partito: “La lotta elettorale in Germania – scriveva il Nunzio – è ormai entrata nel suo stadio acuto […]. Purtroppo anche la religione cattolica viene spesso adoperata ora dagli uni, ora dagli altri a scopo elettorale. Il Centro ha naturalmente con sé la quasi totalità del Clero e dei cattolici e, pur di avere la vittoria del momento, agisce senza preoccuparsi punto delle penose conseguenze, che potrebbero verificarsi per il cattolicesimo, in caso di piena vittoria avversaria”.

Di fatto, durante la campagna elettorale, l’elemento religioso fu molto sfruttato per motivi di propaganda politica sia dai partiti governativi sia da quello del Zentrum. Questo, considerato da molti come un “partito confessionale”, faceva appello ai valori cristiani per condannare e combattere i princìpi del nazionalsocialismo, quest’ultimo invece faceva appello alla lotta contro il comunismo per mobilitare le forze cattoliche contro il nemico comune. E sappiamo che anche molti uomini di chiesa non erano per nulla insensibili a tale richiamo.

In generale il contegno tenuto dalla gerarchia cattolica tedesca durante tutto il tempo della campagna elettorale fu improntato a grande prudenza e senso di responsabilità, essa in generale fece di tutto per non alimentare, con dichiarazioni partigiane o improvvisate, il conflitto esistente tra nazionalsocialismo e Zentrum.

Altrettanto fece la Santa Sede. Dalla documentazione che abbiamo consultato risulta infatti che né la Santa Sede né il Nunzio a Berlino intervennero in nessun modo per influenzare i vescovi o i capi del partito del Centro in una determinata direzione. La Segreteria di Stato in quei mesi si limitò soltanto a prendere visione di ciò che stata avvenendo in Germania, e cercò in tutti i modi di tenersi fuori dalle complicate questioni politiche tedesche; ciò non significa però che non guardasse con apprensione a quanto in quei mesi stava accadendo in quella nazione così importante per i destini dell’Europa.

Pur condividendo il punto di vista dei vescovi tedeschi sulla condanna dell’ideologia nazionalsocialista e pur nutrendo vive preoccupazioni per il destino della Chiesa cattolica in quel Paese, in Vaticano si era pure consapevoli del pericolo di un’eventuale “bolscevizzazione” della Germania, che avrebbe trascinato tutta l’Europa continentale nel caos, consegnandola inerme al comunismo. Questo spiega perché in Vaticano in quel periodo non si giudicasse con eccessivo rigore l’ascesa di Hitler al potere, tanto meno il suo progetto politico di creare in Germania un Governo forte, autoritario, sul modello di quello mussolinano.

Il punto più dibattuto in sede storica riguarda però l’appoggio determinante dato dal Zentrum al consolidamento della dittatura hitleriana, attraverso la votazione della legge sui pieni poteri del 23 marzo 1933. Va ricordato che il passaggio dei pieni poteri legislativi dal Reichstag al Cancelliere era un procedimento, sebbene eccezionale, previsto dalla Costituzione, e quindi legittimo.

La responsabilità del Zentrum in ordine al consolidamento del potere del nazionalsocialismo va a nostro avviso limitata al solo fatto che attraverso il suo voto fu reso possibile l’ampliamento dei poteri del Cancelliere; ciò non significava però ancora l’assunzione del potere assoluto (che restava in mano all’esercito e al presidente della Repubblica) da parte di Hitler, di cui invece fu successivamente investito, con un semplice decreto da lui stesso sottoscritto, dopo la morte del presidente Hindenburg.

Per cui, caricare sul Zentrum la responsabilità dell’avvento della dittatura hitleriana, come spesso viene fatto da certa pubblicistica, ci sembra oltre che ingiusto anche errato sul piano della verità storica.

Furono le forze reazionarie e conservatrici dello Stato a permettere che il nazionalsocialismo andasse al potere in Germania e furono sempre queste a permettere che Hitler – sebbene ne conoscessero le idee e il progetto politico – fosse investito dei pieni poteri, illudendosi di poterlo dominare e strumentalizzare a proprio vantaggio; non va neppure dimenticato, inoltre, che furono poi gli elettori nelle elezioni del 5 marzo 1933 a confermare tale scelta, concedendo al partito hitleriano un’alta percentuale di suffragi.

Se il partito di Centro il 23 marzo si fosse rifiutato di votare i pieni poteri i nazionalsocialisti – che allo scopo di intimorire i deputati avevano fatto circondare l’edificio dove si teneva la seduta dalle SA – avrebbero utilizzato la forza per ottenere questo risultato, facendo anche scorrere del sangue innocente.

A nostro avviso, i deputati del Centro che votarono nel marzo 1933 la legge delega agirono in buona fede, pensando in questo modo di rendere un buon servizio alla Patria, di preservare la pace sociale e politica e salvare la Costituzione, e non ebbero certo davanti agli occhi tutti gli effetti negativi, molti dei quali a quel tempo erano imprevedibili, che sarebbero poi seguiti a quell’assunzione di poteri.

L'ideologia nazionalsocialista risultò pagana e decisamente anticristina. Ma lo scontro più duro tra nazisti e Chiesa cattolica avvenne in occasione della legge sulla sterilizzazione obbligatoria del 1933. Fu con questa legge che i nazisti cominciarono ad applicare in maniera criminale la selezione della razza. Può illustrarci in che modo reagì la Chiesa cattolica?

Professor G. Sale: In realtà i dissapori tra Santa Sede e Nazionalsocialismo iniziarono già all’indomani della stipulazione del Concordato del luglio 1933, quando Hitler iniziò senza troppi complimenti a violarne non soltanto lo spirito ma anche la lettera, limitando a suo piacimento i diritti della Chiesa in materia di associazione, formazione ecc.

La Santa Sede però già nell’aprile 1933 aveva fatto sapere a Hitler, sia attraverso i canali della diplomazia pontificia sia attraverso la mediazione di Mussolini, di disapprovare la legislazione antisemita adottata dal nuovo Governo, poiché in violazione del diritto naturale e fece di tutto per attenuarne il rigore.

Va anche detto, ad ogni modo, che fu la legge sulla sterilizzazione obbligatoria che entrò in vigore all’inizio del 1934 a rappresentare il primo terreno di scontro tra le autorità vaticane e quelle del nuovo Reich germanico, ormai risoluto a dare attuazione alle sue teorie eugenetiche in materia di selezione razziale: teorie che Pio XI aveva apertamente condannato nell’enciclica Casti Connubii del 1931.

Su richiesta della Santa Sede l’episcopato tedesco fece di tutto (anche attraverso lettere pastorali, contatti personali con dirigenti del regime ecc.) per ottenere la modifica della legge sulla sterilizzazione. Tale mobilitazione del mondo cattolico tedesco portò infatti alla modifica del regolamento di applicazione della legge, che fu pubblicato il 5 dicembre 1933.

Esso conteneva due clausole importanti, fatte inserire nel testo definitivo dai rappresentanti dei vescovi dopo faticosi incontri con le autorità governative e contro le resistenze dell’ala radicale del partito nazionalsocialista: la prima permetteva alle persone affette da malattie ereditarie che non volevano essere sterilizzate di ricoverarsi presso una clinica o casa di salute; la seconda garantiva al personale sanitario che per motivi di coscienza non voleva eseguire o assistere a operazioni di sterilizzazione, di esserne esentati.

Maggiore fortuna ebbe nel 1941 la coraggiosa denuncia fatta da alcuni vescovi tedeschi contro il programma (segreto) di eutanasia dei soggetti portatori di malattie ereditarie, in particolare i malati di mente – quegli stessi cioè su cui era stata praticata la sterilizzazione in base alla legge del 1933 – il cui mantenimento era considerato troppo oneroso per lo Stato.

Fu il vescovo di Münster, Clemens August Graf von Galen, in un’omelia del 3 agosto 1941, che raccontò nei particolari come venivano uccisi i malati che venivano portati in alcune case, appositamente predisposte a questo scopo, e come ai familiari venissero comunicate notizie false sul decesso dei loro cari.

Il vescovo condannò con forza questi fatti, definendoli veri e propri delitti, e chiedendo che venissero puniti coloro che ne erano i responsabili. Il mancato rispetto per la vita umana - continuò - avrebbe portato alla fine alla eliminazione fisica di tutte le persone ritenute inabili al lavoro, come i malati gravi, i vecchi, i soldati feriti che ritornavano dal fronte.

Guai al popolo tedesco, ammoniva von Galen, se permette l’uccisione di innocenti, lasciando impuniti coloro che perpetrano tali delitti. L’omelia fece un’impressione profonda tra la popolazione civile e anche tra i soldati tedeschi che combattevano al fronte. I capi nazisti, presi in contropiede dalla denuncia del vescovo, reagirono con violenza: alcuni chiesero addirittura l’impiccagione di von Galen, accusato del reato di alto tradimento.

Hitler, però, sebbene a malincuore, decise - per non creare malumore tra la popolazione civile di quella importante regione, nonché tra i numerosi soldati cattolici - di rimandare la resa dei conti con la Chiesa a quando fosse finita la guerra.

In ogni caso, un ordine del Führer dello stesso 3 agosto 1941 bloccò ufficialmente l’esecuzione del programma di eutanasia. Negli anni successivi, nonostante l’ordine di Hitler, essa continuò ad essere praticata in alcune situazioni particolari; ma il programma ufficiale su larga scala non fu più ripreso.