Hitler, la Santa Sede e gli Ebrei, la parola agli archivi (Parte II)

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ROMA, martedì, 8 giugno 2004 (ZENIT.org).- Riportiamo di seguito la seconda parte dell’intervista al prof. Giovanni Sale, S.J., in merito al volume da lui scritto dal titolo “Hitler, la Santa Sede e gli Ebrei” (Jaca Book, 556 pagine, 29,00 Euro).



La prima parte dell’intervista è stata pubblicata nel Servizio Quotidiano di ZENIT del 7 giugno 2004.

La Mit Brennender Sorge e la mancata visita in Vaticano di Hitler nel 1938, dimostrano quanto la Santa Sede fosse ostile al regime nazista. Un suo commento sulla condotta di Pio XI nei confronti del regime nazista.

Professor G. Sale: La recente apertura degli archivi vaticani relativi alle nunziature di Monaco e Berlino (1922-39) getta nuova luce sia sulle vicende relative alla mancata visita di Hitler in Vaticano (nella visita di Stato che fece a Roma nel 1938), sia su quelle che accompagnarono la formazione e la divulgazione in Germania dell’enciclica Mit brennender Sorge (1937), cioè dell’enciclica di Pio XI contro il nazismo.

Su quest’ultima in particolare la nuova documentazione vaticana ci informa in maniera sorprendentemente puntuale, sulle vicende relative alla sua ricezione da parte degli Stati e degli ambienti della diplomazia internazionale. Dalle fonti risulta che l’enciclica fu letta a quel tempo, nella maggior parte dei Paesi occidentali non legati alla Germania, come un coraggioso atto di denuncia del nazismo e delle dottrine razziste e statolatriche da esso professate, nonché dei suoi metodi violenti di disciplinamento sociale.

La Mit brennender Sorge fu una delle prime encicliche papali che ebbe una risonanza realmente mondiale, anche se per motivi soprattutto politici; essa fu uno dei primi atti pontifici che superò le frontiere del mondo cattolico: fu letta da credenti e non credenti, da cattolici e protestanti, anzi per la prima volta questi ultimi tributarono a un documento papale riconoscimenti pubblici che erano impensabili fino a poco tempo prima.

Secondo un prestigioso giornale protestante olandese, l’enciclica “varrebbe” anche per i riformati, “perché in essa il Papa non si limita a difendere i diritti dei cattolici, ma quelli della libertà religiosa in generale”. Certamente la Mit brennender Sorge fu recepita diversamente secondo la sensibilità e la cultura politica dei tanti che la lessero.

Sta di fatto però, come abbiamo rilevato, che essa fu generalmente interpretata non soltanto come un atto di protesta della Santa Sede per le continue violazioni del Concordato da parte del Governo tedesco, o come una sconfessione dottrinale degli errori del nazionalsocialismo, ma soprattutto come un atto di denuncia del nazismo stesso e del suo Führer, e questo i gerarchi del Reich lo capirono immediatamente.

È vero, come è stato più volte sottolineato dai commentatori dell’enciclica, che essa non menziona mai né il nazionalsocialismo né Hitler, ma, andando oltre la superficie “letterale” del documento, è facile cogliervi dietro ogni periodo, dietro ogni pagina un autentico atto di accusa contro il sistema hitleriano e contro le sue teorie razziste e neopagane.

Ciò certamente sfuggì alla gran parte dei lettori del documento papale; esso rimane perciò una della maggiori e più coraggiose testimonianze di denuncia della barbarie nazista, pronunciata autorevolmente dal Vescovo di Roma quando ancora la gran parte del mondo politico europeo guardava a Hitler con un misto di ammirazione, sorpresa e paura.

Pio XII e l'olocausto. Cosa emerge dalle ricerche storiche da lei condotte? Che cosa ha fatto Papa Pacelli per difendere e salvare gli ebrei dalla persecuzione?

Professor G. Sale: Riguardo agli ebrei deportati nei territori occupati dal Reich, l’azione svolta in loro favore dalla diplomazia della Santa Sede si mosse soprattutto in direzione dei Governi dei Paesi alleati della Germania, dove esisteva una maggioranza cattolica e un episcopato “combattivo”.

In una nota della Segreteria di Stato del 1° aprile 1943 si legge: “Per evitare la deportazione in massa degli ebrei, che si verifica attualmente in molti Paesi d’Europa, la Santa Sede ha interessato il Nunzio d’Italia, l’Incaricato di affari in Slovacchia, e l’Incaricato della Santa Sede in Croazia”.

Pio XII, utilizzando i canali diplomatici vaticani, fece di tutto per ottenere da quei Governi (a volte amici) qualcosa — spesso purtroppo molto poco — in favore degli ebrei. È noto, inoltre, che egli esortava l’episcopato locale, in particolare quello tedesco, a denunciare con forza gli orrori commessi dai nazisti contro cattolici ed ebrei. Mentre non desiderava che gli interessi politici avessero il sopravvento su quelli religiosi e umanitari.

Va anche ricordato che la maggior parte degli interventi pontifici avevano come obiettivo principale quello di difendere gli ebrei cattolici e garantire l’indissolubilità dei matrimoni misti, facendo riferimento ai Concordati stipulati con questi Stati. In verità la Santa Sede non poteva chiedere o fare di più attraverso i canali diplomatici ufficiali.

La Germania, dopo l’occupazione della Polonia, aveva replicato alla Santa Sede, che chiedeva l’applicazione del Concordato tedesco ai territori polacchi “inglobati” nel Reich, che esso non poteva essere applicato fuori della Germania. La verità era che neppure in territorio tedesco esso veniva rispettato.

Gli archivi del Ministero degli Esteri del Reich attestano periodici interventi del nunzio C. Orsenigo riguardanti gli ebrei. Ma i dispacci da lui inviati alla Segreteria di Stato segnalano tutta la difficoltà dell’impresa.

Uno, del 19 ottobre 1942, dice: “Nonostante le previsioni, ho tentato di parlare al ministro degli Affari Esteri, ma come sempre, specie quando si tratta di non ariani, mi fu risposto ‘non c’è nulla da fare’”. Ogni incartamento riguardante gli ebrei, egli continua, “viene sistematicamente o respinto o deviato”.

Nelle parole dei diplomatici vaticani si coglie spesso un senso di impotenza e di sconforto a questo riguardo. L’attività diplomatica svolta dalla Santa Sede in favore degli ebrei non fu però, come a volte si dice, totalmente inutile o inefficace. A volte essa riuscì a “rallentare” le operazioni di deportazione o, quando non poté fare diversamente, a escludere da essa alcune categorie di soggetti.

Una parte della storiografia recente, soprattutto quella statunitense, disconosce tale attività svolta dalla Santa Sede in favore degli ebrei. Essa denuncia i “silenzi” di Pio XII, giudicandoli “colpevoli”. Secondo essi il Papa aveva il dovere di denunciare ciò che stava accadendo in Europa, a costo di mettere a repentaglio la propria vita.

La verità è che questo avrebbe esposto alla rappresaglia nazista non solo la vita del Papa (che in diverse occasioni egli disse di essere pronto a donare), ma quella di tutti i vescovi, preti e religiosi/e che vivevano nei territori occupati, nonché la sicurezza di milioni di cattolici.

Circa la cosiddetta “soluzione finale” dalle fonti da me consultate, alcune delle quali conservate presso il nostro archivio di Civiltà Cattolica, risulta che il Papa sapeva “non molto”: in base però a notizie un po’ fumose e a volte perfino contraddittorie egli sapeva che moltissimi ebrei, senza colpa alcuna e soltanto a motivo della loro stirpe, venivano trucidati dai nazisti in vario modo, come, del resto, poco tempo prima, era avvenuto nei confronti di molti cattolici polacchi e soltanto a motivo della loro nazionalità.

Ma egli non sapeva nulla della “soluzione finale”; fino al 1944 in Vaticano si ignorava perfino dell’esistenza di Auschwitz. La stessa propaganda alleata, che pure si soffermava diffusamente a descrivere le atrocità tedesche, le rappresaglie selvagge e altro, non diceva nulla sui campi di sterminio.

Le prime notizie certe si ebbero soltanto con il famoso Protocollo di Auschwitz, nel quale due giovani ebrei, fuggiti dal campo di concentramento di Auschwitz nella primavera del 1944, denunciarono al mondo lo sterminio dei loro correligionali nelle camere a gas. Il testo, conosciuto in parte già nel giugno dello stesso anno, fu integralmente pubblicato soltanto nel mese di novembre.

Che cosa sapevano, invece, gli Alleati sulla soluzione finale? Certamente più del Papa. Secondo lo storico Richard Breitman sia Roosevelt sia Churchill sapevano molte cose intorno allo sterminio sistematico degli ebrei, anche perché i loro servizi segreti decifravano le comunicazioni in codice delle SS.

Una tempestiva denuncia dei crimini da parte degli Alleati, secondo Breitman, avrebbe costituito un serio ostacolo all’attuazione della “soluzione finale”, ma ciò non venne fatto (cfr. “Il silenzio degli alleati: La responsabilità morale di inglesi e americani nell'Olocausto ebraico”, Mondadori, 1999).

Nel suo libro lei dedica due capitoli al radiomessaggio di Pio XII nel 1942. Ci spiega perchè questo radiomessaggio fu così importante?

Professor G. Sale: Il radiomessaggio natalizio di Pio XII del 1942, che tratta della pacificazione tra gli Stati, indicando anche criteri per la rifondazione di un nuovo ordine interno delle nazioni basato sulla legge morale e naturale, è tra gli atti più significativi e allo stesso tempo più controversi del pontificato pacelliano.

Esso, al tempo in cui fu pronunciato, ebbe un’eco enorme in tutti i continenti e fu ascoltato e apprezzato anche al di fuori del mondo cattolico. Giornali e periodici di diverso orientamento culturale e politico ne riportarono ampi stralci e commenti, il più delle volte benevoli.

Diversa fu invece l’accoglienza che riservarono al messaggio papale i Governi e il mondo della diplomazia: esso fu accolto con aperta ostilità dalle potenze dell’Asse, in particolare dalla Germania, e con ostentata freddezza da quelle Alleate, in particolare dagli inglesi.

In esso il papa non soltanto ripudiava il nuovo “ordine europeo” che il nazionalsocialismo intendeva realizzare, ma condannava esplicitamente le atrocità della guerra, sia i bombardamenti a tappeto effettuati dagli Alleati sulle città tedesche, sia le atrocità compiute dai tedeschi su civili innocenti, in particolare il papa denunciava lo sterminio degli ebrei europei: “Questo voto di pace – diceva il papa – l’umanità lo deve alle centinaia di migliaia di persone le quali, senza veruna colpa propria, talora solo per ragioni di nazionalità o di stirpe sono destinate alla morte o ad un progressivo deperimento”.

Se tale passaggio del radiomessaggio fu quasi ignorato dalla stampa internazionale, non lo fu certamente dalla occhiuta censura nazionalsocialista. Il ministro degli Esteri del Reich Joachim von Ribbentrop incaricò immediatamente l’ambasciatore tedesco presso la Santa Sede perché informasse il papa sul pensiero del Governo tedesco in tale materia: “Da alcuni sintomi parrebbe – dice il comunicato – che il Vaticano sia disposto ad abbandonare il suo normale atteggiamento di neutralità e a prendere posizioni contro la Germania. Sta a voi informarlo che in tal caso la Germania non è priva di mezzi di rappresaglia”.

Parole concise ma chiare. Ma quale era il pensiero del Papa sul contenuto del suo messaggio natalizio di quell’anno? Era egli convinto di aver parlato, denunciato al mondo gli orrori della guerra, la deportazione e il massacro di popolazioni innocenti, quali erano gli ebrei e i polacchi, come gli veniva chiesto da diverse parti? Dalle relazioni degli ambasciatori dei Paesi alleati sembra proprio di sì: il Papa era pienamente convinto di aver fatto fino in fondo il suo dovere davanti a Dio e davanti al tribunale della storia.

In una lettera del 30 aprile indirizzata all’arcivescovo di Berlino, K. von Preysing, scrive con tono sereno di aver “detto una parola di ciò che si fa attualmente contro i non-ariani nei territori sottomessi all’autorità tedesca. Fu un breve cenno ma fu ben compreso”.

Anche con il direttore di Civiltà Cattolica Pio XII fa riferimento al messaggio natalizio, che evidentemente aveva alleggerito il suo cuore e la sua coscienza di Pastore: “Il Santo Padre – riferisce il p. Martegani – si è trattenuto dapprima sul recente messaggio natalizio, che sembra esser stato bene accolto un po’ dovunque, sebbene certamente fosse piuttosto forte”.

Il Papa insomma era “soggettivamente” convinto di aver denunciato al mondo ciò che stava accadendo ai “non ariani” nei territori sottoposti all’autorità tedesca, di aver parlato “forte” contro gli orrori della guerra e in particolare contro i crimini compiuti dai nazisti.

Alcuni storici ritengono però che tale denuncia sia stata insufficiente, dettata più da ragioni di prudenza politico-diplomatica che di sentita umanità. In ogni caso essa risultava, sempre secondo questi interpreti, “oggettivamente” inadeguata alla grande tragedia che si stava consumando nel cuore dell’Europa.

L’atteggiamento di “riserbo” che la Santa Sede aveva scelto di tenere nel corso della guerra verso i belligeranti si rivelò soprattutto in quel frangente, commentano questi storici, inadeguato, insufficiente a rispondere alle gravi esigente del momento.

Dal Papa, suprema istanza morale e spirituale dell’Occidente cristiano, il mondo civile, secondo loro, in quel momento si aspettavano non tanto parole “prudenti”, “equilibrate”, forse anche giuste, quanto invece “parole di fuoco” nel denunciare la violazione dei diritti umani, e questo anche a rischio di mettere a repentaglio la vita di innumerevoli cattolici, sia chierici sia laici, che vivevano nei territori del Reich. In tale modo il Papa avrebbe compiuto la sua alta missione profetica.

Secondo noi tale giudizio storico sull’operato di Pio XII ci sembra eccessivamente semplicistico sul piano storico-fattuale e ingiusto sotto il profilo soggettivo. Esso non tiene conto delle reali difficoltà del momento storico in cui si sviluppò l’azione del Pontefice, e allo stesso tempo prescinde del tutto dall’indole, dalla sensibilità e dalla cultura di Papa Pacelli.

Alcuni storici spesso parlano del Papa e del papato in modo astratto, ideologico, senza considerare il fatto che il “ministero petrino” si concretizza a livello storico nella persona di singoli individui, con i loro pregi e con i loro limiti umani, e che la Chiesa nella sua azione concreta, come tutte le grandi istituzioni che hanno una lunga tradizione, guarda anche al passato e insieme al futuro, oltre che alle necessità e alle urgenze del presente.

Abbiamo già detto e anche cercato di provare, che Pio XII era “soggettivamente” convinto di avere parlato “forte”. Egli pensava che la modalità, mediante la quale egli aveva espresso la sua denuncia, fosse la più adeguata, la più giusta in quel momento particolare per esprimerla. Egli era convinto di aver detto “tutto” e “chiaramente” e di averlo fatto in modo tale da non esporre alle rappresaglie naziste i fedeli cattolici che vivevano nei territori del Reich e gli ebrei.

Per lui questo era un punto di estrema importanza - come disse chiaramente sia durante la guerra sia subito dopo - al quale avrebbe sacrificato ogni altra cosa. Insomma si può discutere all’infinito se la denuncia del Papa sia stata adeguata o meno alla gravità del momento, e su questo si possono avere legittimamente in sede storica posizioni differenti, ma non si può dire, come si fa da parte di alcuni “pamflettisti”, che il Papa abbia scientemente “taciuto” ciò che stava accadendo agli ebrei, o perché filonazista o semplicemente per insensibilità verso di loro a motivo del suo antigiudaismo o antisemitismo.