"Ho visto piangere un Papa"

Un frate racconta i suo ricordi personali del Concilio Vaticano II

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di fra Giuseppe Magliozzi, o.h. 

ROMA, lunedì, 10 dicembre 2012 (ZENIT.org) - La Chiesa celebra questo mese il cinquantesimo anniversario del Concilio Vaticano II, un evento che ebbe inizio l’11 ottobre 1962 e che ha avuto e continuerà ad avere un enorme influsso sulla vita della Chiesa. Di tale Concilio ho due indimenticabili ricordi personali.

Uno è che nel corso della sua sessione conclusiva, che si protrasse per gran parte dell’autunno 1965, ebbi modo, mentre ero studente a Roma nel Collegio Internazionale dei Fatebenefratelli, di assistere ad una seduta plenaria all’interno della Basilica Vaticana, nella cui navata centrale c’erano migliaia di scranni per i Padri Sinodali.

L’altro ricordo, assai più toccante e privilegiato, fu la sfilata per oltre un’ora di quel fiume bianco di vescovi, che uscivano dalla Scala Regia dei Palazzi Vaticani avanzando processionalmente lungo Piazza San Pietro per recarsi in Basilica e partecipare alla solenne cerimonia inaugurale del Concilio.

Arrivai in ritardo, quando la piazza era già piena come un uovo e mi diressi nell’unico angolo rimasto sgombro, ossia dinanzi alla Scala Regia, poiché da lì l’occhio non aveva possibilità di seguire lo snodarsi della processione, ma solo di fissare uno sguardo fuggevole su quanti ne oltrepassavano man mano la soglia.

Giusto davanti alla Scala Regia c’erano alcune guardie svizzere, che ovviamente guardavano all’esterno per la necessaria sorveglianza. Ultimo a scendere le scale fu il Beato Giovanni XXIII e, frattanto che si approssimava, i sediari posero al centro dell’atrio la sedia gestatoria, in attesa che il Papa vi si accomodasse.

Io fui l’unica persona che fissava il volto del Papa mentre scendeva gli ultimi gradini e potei accorgermi che piangeva. Ovviamente, appena egli si accomodò sulla sedia, raffrenò le lacrime e perciò le foto che gli furono scattate lungo il percorso, lo mostrano sorridente.

Abbastanza intuibile il motivo di quelle lagrime. Come ha raccontato mons. Loris Capovilla, suo segretario particolare, in un’intervista concessa lo scorso gennaio alla Radio Vaticana, il Papa già appena cinque giorni dopo la sua elezione del 28 ottobre 1958, gli fece un primo vago accenno, menzionando il gran numero di preoccupazioni e interrogativi che gli pervenivano sul suo tavolo di lavoro e commentando che ben a proposito nel nuovo Codice di Diritto Canonico c’era un capitolo sui Concili Ecumenici.

A tale accenno, Capovilla restò silente e così pure ad un altro successivo accenno, ma la sera del 21 dicembre il Papa ritornò di nuovo sull’argomento e si lamentò: «Ti ho accennato questo grande disegno: ti sembra essere ispirazione del Signore? Tu finora non hai detto neanche una parola. Per noi è già un gran dono di Dio accettare una buona ispirazione e parlarne. Non pretendo di arrivare a celebrarlo, mi basta annunciarlo».

In effetti, il 25 gennaio 1959 Sua Santità, al termine di un pontificale nella Basilica di San Paolo, annunciò ai Cardinali di voler convocare un Concilio Ecumenico e nel maggio seguente eresse una Pontificia Commissione antipreparatoria, cui seguì nel giugno 1960 la creazione di undici Commissioni preparatorie. Oggi si sa che mentre ancora fervevano i complessi preparativi del Concilio, apparvero nel settembre 1962 le prime dolorose avvisaglie di un tumore dello stomaco, che avrebbe presto stroncato la vita del Beato Giovanni XXIII.

Quando, il mese dopo, ci fu finalmente l’apertura di quel Concilio, che era stato il suo obiettivo fin dal primo inizio del pontificato, è comprensibile che, conscio che la salute non gli avrebbe permesso di concluderlo, piangesse di commozione per il dono concessogli dal Signore non solo di riuscirlo ad avviare, nonostante le numerose difficoltà e gli scetticismi di chi gli era accanto, ma perfino di poter essere presente alla prima sessione.

Io fui il solo a vedere le sue lacrime, ma poi la sera quando, acclamato a furor di popolo, si affacciò al suo balcone e improvvisò quel suo indimenticabile “discorso della luna”, fummo tutti a piangere di commozione, ascoltandolo dire in umiltà e semplicità:

«Cari figlioli, sento le vostre voci. La mia è una voce sola, ma riassume la voce del mondo intero. Qui tutto il mondo è rappresentato. Si direbbe che persino la Luna si è affrettata stasera, osservatela in alto, a guardare a questo spettacolo.…La mia persona conta niente, è un fratello che parla a voi.…Tornando a casa, troverete i bambini. Date una carezza ai vostri bambini e dite: questa è la carezza del Papa. Troverete qualche lacrima da asciugare, dite una parola buona: il Papa è con noi, specialmente nelle ore della tristezza e dell'amarezza».

Nessuno in quel momento sospettò che il Beato Giovanni XXIII era vicino ai sofferenti non solo con l’affetto, ma anche nella pena della carne, martoriata da un male incurabile.

Morì il 3 giugno 1963 e fui anch’io tra quanti accorsero nella Basilica Vaticana per rendere omaggio alla sua spoglia. Piansi di nuovo, non solo per la perdita del “Papa buono”, ma anche perché, proprio in quei momenti che trascorsi accanto al feretro, ebbe finalmente termine la lunghissima fase del mio discernimento vocazionale e mi sentii sicuro che il Signore mi voleva al suo servizio come fatebenefratello.