I beni comuni non si possono comprare

Un'analisi su come la cultura economica capitalistica abbia attuato una vera "rivoluzione silenziosa" modificando il ruolo dell'economia, della persona e del lavoro

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di Carmine Tabarro

ROMA, martedì, 10 luglio 2012 (ZENIT.org) - Come studioso di Dottrina sociale della Chiesa e di economia civile di mercato, da circa un trentennio ho visto dalla mia posizione privilegiata di operatore bancario-finanziario, come il mercato ha cambiato pelle ed è entrato sempre più nella nostra vita e ha invaso campi che ritenevamo completamente estranei a rapporti economici e commerciali.

Più nello specifico la cultura economica capitalistica dominante ha modificato geneticamente il ruolo del mercato, dell’economia, della persona, del lavoro, dei vecchi e nuovi beni comuni; attuando una rivoluzione silenziosa ma di portata epocale.

Tale rivoluzione ha colto noi laici cristiani impreparati ad evangelizzare l’economico, nonostante i diversi interventi del Magistero [1]. Questa nostra assenza, ha depotenziato (escludendo casi particolari) la profezia del Magistero rendendo quest’ultimo nel migliore dei casi utile solo alla riflessione teorica.

In sintonia con la Chiesa, siamo invece convinti, che come laici dobbiamo assumerci il difficile compito affidatoci dal Magistero ad evangelizzazione l’economico e il sociale [2], portando la “buona notizia” di Cristo Risorto e a far riflettere sulle implicazioni che l’etica dei beni comuni che ne sgorga è elemento fondamentale per la vita di tutti i giorni e per uno sviluppo che sia veramente integrale.

Con questo nostro intervento vogliamo sottolineare i pericoli che la nostra generazione sta correndo a causa dell’affermazione di una “cultura mercatista” che reputa lecito comprare e vendere anche beni indisponibili come i beni comuni vecchi e nuovi e la vita umana.
Come scrive Luigino Bruni nel “Dizionario di economia civile”, alla voce “fraternità”: “La tradizione della scienza economica non conosce la categoria della fraternità. Conosce invece alcuni concetti con essa confinanti, come solidarietà, mutualità, filantropia o altruismo; parole che le assomigliano, ma che non sono fraternità […]” (Bruni, 2009, p. 439).

Noi siamo convinti che ci sono beni comuni  che  devono essere sottratti alla logica dello scambio speculativo, mentre sono di pertinenti in una logica di scambio fraterno,  di dono e gratuità (che è cosa diversa dal gratis). Quello che abbiamo visto, invece,  negli ultimi decenni è l’affermarsi di una “logica razionale mercatista”, mossa dalla sola massimizzazione dell’utile.

Perché dobbiamo preoccuparci se ci muoviamo verso una società in cui tutto è in vendita compresi i beni comuni?

Ci sono alcuni esempi di beni e servizi che oggi si possono comprare e per cui c'è un “mercato”, anche fiorente. Dalla donazione del sangue a quello degli organi, all'affitto dell'utero all’acquisto del seme maschile, dal diritto di inquinare alla mercificazione del lavoro, dalla possibilità di comprarsi il diritto ad avere un secondo figlio in Cina al disconoscimento alla libertà religiosa, politica e dei diritti umani sempre nella stessa Cina.

Ancora: dal diritto a saltare le code al comprarsi la migliore tutela giuridica, dal potersi comprare le migliori cure alle polizze di assicurazione su malati terminali, dai futures sul prossimo attentato terroristico ai futures sugli alimenti, dalla mappatura del genoma dalle industrie farmaceutiche alla privatizzazione del genoma umano (che comporterà che patologie come tumore, cancro e in genere malattie degenerative non saranno più un diritto umano, un bene comune, ma un bene privato, un bene totale di chi potrà comprarlo)  e si potrebbe continuare ancora per parecchio.

La teoria e la pratica del capitalismo finanziario ritiene che questa “cultura” porti solo vantaggi, perché i mercati sono il modo migliore per allocare le risorse e perché, come nel caso dei futures sugli alimenti,  “i mercati finanziari a termine sul succo d'arancia hanno previsto il tempo in Florida meglio del servizio meteorologico”.

Se solo avessero visto il film Wall Street del 1987 diretto da Oliver Stone, forse avrebbero visto come i mercati possono essere manipolati, al di la dell’andamento della stagione, e il caso del doping del Libor ad opera della Barclays Bank di cui abbiamo scritto nei giorni passati è solo l’ultimo caso di un lungo elenco di malafinanza, ma tant'è.

Secondo il dogmatismo del capitalismo finanziario , se lasciamo che cresca il mercato dei beni comuni che finora ne erano esclusi  si aumenta la trasparenza e a prima vista si realizzano condizioni da ottimo paretiano [3]: tutti stanno meglio e nessuno sta peggio. Gli ospedali hanno più sangue per le emergenze, chi non vuole investire in tecnologie pulite paga una tassa per il maggiore inquinamento e così via.

Ma come in tutte le ideologie chi ci rimette è l’uomo integrale: l'eguaglianza e l’etica del bene comune. Partiamo con l'eguaglianza. In una società in cui tutto è in vendita, la qualità della vita si fa sempre più dura per chi non ha mezzi. Se la ricchezza avesse come unico vantaggio quello di fare vacanze esotiche, auto di lusso e belle case, la differenza fra ricchi e poveri potrebbe anche essere “ragionevolmente”.

Ma se l’accesso alla ricchezza significa avere l’esclusiva ad acquistare elementi essenziali della qualità della vita (la salute, l'accesso a scuole buone, ad una giustizia giusta ecc) questo è inaccettabile.

Ma c'è di più: questa “cultura economica” fa crescere l’ineguaglianza.

I fautori del capitalismo finanziario “ignorano” completamente la crescita dell'ineguaglianza che invece di descrescere a livello globale sta aumentando, anzi sta diventando elemento strutturale e pervasivo anche dei Paesi più avanzati.

Il secondo aspetto, ancora più sottile, riguarda l’etica del bene comune. Gli economisti figli del capitalismo finanziario declinano, per loro stessa ammissione, il mercato come luogo a-morale invece non è così. Una sacca di sangue acquistata non è la stessa cosa di una di sangue donata. Solo quest'ultima è frutto di un atto di fraternità e di dono, cioè di quel bene intangile che rende l’uomo più uomo e felice.

La “cultura del mercatismo”, invece, dando un prezzo ai beni comuni e alla persona ne degrada il valori assoluto ontologico che essi hanno e che per tale motivo non possono essere semplicemente comprati e venduti.  Un ricco che compra un organo da una persona consenziente (o il suo corpo nel caso della prostituzione) compie un atto  moralmente riprovevole perché degrada la persona a cosa.

Due critiche da economista civile mi sento di muovere sotto questo aspetto alla teoria economica prevalente. Primo: negli ultimi decenni il mercatismo ha preteso di estendere sempre più la sua sfera di influenza. Confrontando i testi più diffusi (Samuelson, negli anni Settanta; Mankiw, oggi) si scopre che un tempo il mercato si occupava di produzione, investimento, reddito e distribuzione. Oggi, vuole occuparsi di tutti gli aspetti della vita umana in cui i soggetti economici rispondono a incentivi. Si tratta, a nostro avviso,  di un vero e proprio “imperialismo economico” che da vita ad una società inumana.

Secondo: la teoria economica prevalente esclude volutamente ogni argomentazione di etica del bene comune proprio perché il mercato è considerato un ottimo aggregatore di informazioni, prezzi e incentivi e chiaro che su queste basi l’etica del bene comune e il mercatismo avranno difficoltà ad un dialogo franco.

Insomma, il mercatismo è come il cinico di Oscar Wilde: colui che sa il prezzo di tutto e il valore di niente. Crediamo invece che un buon rimedio a questa frenesia compulsiva a dare un prezzo a tutto e a tutti possa venire da un proverbio indiano adottato da Madre Teresa: “Tutto ciò che non viene donato, va perduto”.

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[1] Si veda l’Caritas in Veritate di Benedetto XVI, i diversi interventi della Pontificia Commissione Giustizia e Pace e delle varie Conferenze Episcopali

[2] Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa

[3] L'ottimo paretiano o efficienza paretiana è un concetto introdotto dall'economista italiano Vilfredo Pareto, largamente applicato in economia, teoria dei giochi, ingegneria e scienze sociali. Si realizza quando l'allocazione delle risorse è tale che non è possibile apportare miglioramenti paretiani al sistema cioè non si può migliorare la condizione di un soggetto senza peggiorare la condizione di un altro.