I Capitoli, dove la vita secondo la forma del Vangelo diventa vivibile

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di Pietro Messa*


ROMA, mercoledì, 3 giugno 209 (ZENIT.org).- Il documento storico più antico che ci trasmette notizie circa la fraternità minoritica è una lettera che Giacomo da Vitry scrisse da Genova, nell’ottobre 1216, descrivendo ciò che più lo colpì nel viaggio attraverso l’Italia che da Milano lo condusse fino a Perugia per essere consacrato vescovo.

Dopo aver narrato della città lombarda, definita senza mezze misure come «un vero covo di eretici», descrive la Curia papale stanziata a Perugia, dove assiste ai funerali di papa Innocenzo III e all’elezione di Onorio III. Se nella Curia dice di aver trovato una situazione contraria al suo spirito di riformatore essendo tutti «occupati nelle cose temporali e mondane, in questioni di re e regni, in liti e processi, che appena permettevano che si parlasse di qualche argomento di ordine spirituale», annota immediatamente dopo un incontro che gli fu di consolazione, ossia i frati Minori i quali «non si impicciano per nulla di cose temporali».

Volendo narrare i tratti essenziali dei frati Minori scrive: «Gli uomini di questa “religione” convengono una volta l’anno nel luogo stabilito, per rallegrarsi nel Signore e mangiare insieme, ricavando da questi incontri notevoli benefici. Qui, avvalendosi del consiglio di persone esperte, formulano e promulgano delle leggi sante, che sottopongono al Papa per l’approvazione. Dopo di che, si separano per tutto l’anno disperdendosi per la Lombardia, la Toscana, le Puglie e la Sicilia».

Stupisce nel vedere che proprio queste riunioni annuali, che saranno denominate “capitoli”, è una delle poche caratteristiche dei frati Minori che Giacomo da Vitry trasmette ai propri amici; sembra proprio che la cosa lo colpì parecchio! E la descrizione fatta è tanto sintetica, quanto essenziale: la cadenza è annuale, il luogo è quello stabilito, la modalità è rallegrarsi nel Signore e mangiare insieme, l’esito è che ne ricavano notevoli benefici, uno dei fini è di formulare e promulgare con il consiglio di persone esperte leggi sante da far approvare al Papa, il termine è il disperdersi verso i quattro punti cardinali rappresentati dalle regioni menzionate.

Quindi il capitolo è un momento di incontro tra i frati in cui la storia viene messa a confronto con “la forma di vita del Vangelo”, che nel Testamento Francesco dirà di aver ricevuto per sé e i frati mediante una rivelazione da parte del Signore. Proprio da questo continuo confronto nascono quelle leggi sante, meglio conosciute come Regola dei frati Minori, le quali nella redazione del 1220 a proposito del capitolo affermano: «Tutti i ministri, che sono nelle regioni d’oltremare e oltr’alpe una volta ogni tre anni, e gli altri una volta all’anno, si radunino a Capitolo generale nella festa di Pentecoste, presso la chiesa della Porziuncola».

Rispetto alla notizia trasmessaci da Giacomo da Vitry data e luogo sono fissati in modo preciso: la festa di Pentecoste e la chiesa di Santa Maria della Porziuncola. Due semplici indicazioni ma che evidenziano il ruolo dello Spirito Santo e l’importanza di Maria vergine, modello di intercessione e accoglienza del dono che viene dall’alto. Fonti successive, per rimarcare ancora di più che tali incontri si presentavano come una rinnovata Pentecoste, volendo indicare il numero dei presenti parlano di tremila o cinquemila frati, ossia la cifra corrispondente ai convertiti dalla predicazione dopo la discesa dello Spirito Santo (cfr. At 2,41; 4,4).

Con il passare degli anni i frati giungono al capitolo con una maggior esperienza di vita, aumentati non solo numericamente ma anche qualitativamente, essendo entrati nel gruppo anche persone acculturate ben rappresentate da un frate proveniente da Lisbona, dove aveva ricevuto un’ottima formazione teologica, e che dopo essere stato al capitolo sarà inviato nel nord’Italia: sant’Antonio da Padova.

Proprio tale presenza così variegata mostra tutta la bellezza dei frati Minori e dei loro incontri annuali – come appunto mostra la lettera di Giacomo da Vitry sopra menzionata – ma anche la complessità dei capitoli. Presto ci furono dei momenti di difficoltà – verrebbe da dire “crisi di crescita” – che videro i frati polarizzarsi come attorno a due gruppi: alcuni – denominati come “tanti o tali” in quanto formati da frati dotti – volevano appellarsi alle forme di vita religiosa precedente ben sperimentate, quali quella dei santi Agostino, Benedetto e Bernardo; altri invece – forse anche con un poco di nostalgia per un tempo ormai idealizzato che in parte non è mai esistito – volevano continuare a vivere nello stile della fraternità iniziale quando erano un piccolo numero.

I primi cercarono un appoggio nel cardinale Ugolino – futuro Gregorio IX – per far valere le loro posizioni, ma Francesco non volle ascoltar ragioni e davanti a tutti proclamò: «Fratelli, fratelli miei, Dio mi ha chiamato per la via dell’umiltà e mi ha mostrato la via della semplicità. Non voglio quindi che mi nominiate altre regole, né quella di sant’Agostino, né quella di san Bernardo o di san Benedetto. Il Signore mi ha detto che questo egli voleva: che io fossi nel mondo un “novello pazzo”: e il Signore non vuole condurci per altra via che quella di questa scienza!».

Poche parole, ma ben precise, per dire che la strada da seguire era stata indicata dal Signore allo stesso Francesco e che quella non era solo per lui, ma per tutti i frati! E quindi non c’era spazio per ulteriore discussione – forse noi oggi useremmo la parola “discernimento” – circa tale questione.

Quindi i capitoli come luogo della gioia di ritrovarsi nel Signore e mangiare assieme, ma anche dove emerge tutta la complessità e contraddittorietà, tanto da apparire assurdità, della vita. Il brano Della vera letizia in cui si narra del confronto alla Porziuncola tra frate Francesco che bussa alla porta e il portinaio che risponde che ormai i frati sono “tanti e tali” per cui non hanno più bisogno di lui che è “semplice ed idiota”, al di là di essere un semplice racconto esemplare, ben evidenzia questo confronto serrato che caratterizza non solo gli ultimi anni della vita dell’Assiate, ma anche gli anni successivi la sua morte e canonizzazine. Certamente tutto ciò durò fino al capitolo del 1239, vero anno chiave della storia francescana, in cui verrà deposto frate Elia ed eletto come ministro generale Alberto da Pisa e l’anno successivo, nel 1240, Aimone di Faversham.

Nei capitoli, dice Giacomo da Vitry, i frati «formulano e promulgano delle leggi sante, che sottopongono al Papa per l’approvazione»: ogni anno quelle norme sono costrette ad essere riformulate a motivo degli avvenimenti della vita che presenta sempre nuove occasioni e sfide. Così mediante amplificazioni, ridefinizioni e aggiunte si strutturano delle regole che rendono vivibile e funzionabile quanto ci si è proposto come forma di vita.

Ecco allora, solo per fare alcuni esempi, ci si trova a dover affrontare la modalità con cui celebrare la liturgia, il caso dei frati malati e il problema di come assisterli, la verifica dell’attitudine alla predicazione, il comportamento da assumere tra i mussulmani, il lavori che non sono consoni alla minorità. Per comprendere cosa avveniva in quei momenti tra i frati molto importanti sono i cosiddetti “inserimenti negativi” presenti nella Regola, quale ad esempio che non devono andare a cavallo, non ricevere denaro per nessuna ragione, non assumere posti di comando, non fare contese: tutte allusioni ad abusi nel comportamento dei frati, che si atteggiavano in modo non confacente alla forma di vita professata, e che tali “inserimenti negativi” presenti nella Regola cercavano di eliminare. Tale lavoro di formulazione e verifica della Regola ebbe luogo soprattutto nei capitoli e questo fino al 1223, quando il 29 novembre con la bolla Solet annuere papa Onorio III l’approvò definitivamente.

Se da quel momento la Regola ormai era approvata, la vita e la storia presentava nuovi questioni, come la possibilità di costruire povere abitazioni, il ricorso a lettere pontificie per difendere propri diritti, la predicazione in parrocchie di sacerdoti incolti, ecc. Francesco stesso cercò di dare risposta a queste nuove questioni non presenti nella Regola mediante indicazioni poste nel suo Testamento; pur annotando la differenza tra l’obbligatorietà della prima e i consigli contenuti nel secondo, queste nuove norme date negli ultimi tempi di vita del Santo portarono soltanto a complicare le cose.

A questo si aggiunga che non sempre poi la Regola era funzionale, come si mostrò sotto il generalato di frate Elia. Infatti in tal caso si rese evidente che la normativa per cui il ministro generale poteva essere deposto se ritenuto inidoneo soltanto dai frati riuniti in capitolo, mentre il capitolo poteva essere convocato unicamente a discrezione del ministro generale, rendeva il potere del ministro generale assoluto ed insindacabile, tanto che alcuni frati davanti ad una situazione divenuta insostenibile si trovarono costretti, di nascosto da frate Elia, a far ricorso al papa Gregorio IX – che ben conosceva la vicenda dei frati Minori essendo stato presente ai loro capitoli quando era ancora il cardinale Ugolino d’Ostia – per far convocare il capitolo.

Proprio in tale capitolo del 1239 si affrontò il problema della insufficienza della Regola e si fecero numerose costituzioni onde affrontare problematiche venutesi a creare successivamente al 1223, anno di conferma della Regola.

In questo modo il capitolo continuò ad essere il luogo del confronto tra la vita e la forma del Santo vangelo, o meglio tra la storia e la Regola, trovando mezzi e regole che rendessero vivibile e incontrabile ciò che altrimenti sarebbero stati soltanto degli altissimi ideali, fossero pure quelli del “sogno evangelico” o la “utopia francescana”.

Ciò che all’inizio era la fraternità minoritica – tanto da apparire agli occhi di oggi come un movimento – divenne gradualmente l’ordine dei frati Minori, un luogo in cui il carisma di san Francesco diventa vivibile ed incontrabile. Tenendo conto di tutto ciò diventa comprensibile e auspicabile quanto Giovanni Paolo II ebbe a scrivere al capitolo generale nel 1985: «Si dovrà innanzitutto mettere ogni impegno perché l’Ordine realizzi e consolidi la specificità anche giuridica di ogni istituto di vita consacrata, che è quella di essere “una forma stabile di vita”, e non quindi un “movimento” aperto a opzioni nuove continuamente sostitutive di altre, nell’incessante ricerca di una propria identità, quasi che essa ancora non fosse stata trovata. Al riguardo non posso tralasciare di notare che anche la moltiplicazione di “letture” della regola porta con sé il rischio di sostituire al testo della regola stessa una sua interpretazione o, almeno, di oscurare la semplicità e purezza con le quali da San Francesco essa fu scritta».

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*Preside della Scuola Superiore di Studi Medievali e Francescani della Pontificia Università Antonianum