I cattivi frutti del ‘68 a distanza di 40 anni

Riflessione sulla cultura che ha generato la “mutazione antropologica”

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di Antonio Gaspari

ROMA, martedì, 3 giugno 2008 (ZENIT.org).- Mercoledì 28 maggio a Roma, nella Sala convegni “Don Umberto Terenzi” del Santuario della Madonna del Divino Amore, si è tenuto un convegno sul tema: “L’eredità del 1968 nella cultura, nella società e nella Chiesa italiana”, organizzato dal Centro Culturale "Fides et Ratio-Amici del Timone".

Il dott. Giuseppe Brienza, giornalista e responsabile del Centro culturale ha introdotto il dibattito presentando per l’occasione il libro “Gli anni del desiderio e del piombo. Sessantotto, terrorismo & Rivoluzione (Sugarco, Milano 2008, pp. 246, euro 18,00), scritto dal docente di Master all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e militante di Alleanza Cattolica recentemente scomparso, Enzo Peserico.

Hanno trattato il tema il prof. Marco Invernizzi, docente di Storia dei Partiti e Movimenti politici all’Università Europea di Roma e Presidente dell'Istituto Storico dell'Insorgenza e per l'Identità Nazionale (I.S.I.I.N.), e don Giovanni Poggiali, sacerdote dell’Opus Mariae Matris Ecclesiae e collaboratore della rivista Il Timone, mensile di informazione e formazione apologetica.

Focalizzando il suo intervento sulle conseguenze dannose della Rivoluzione sessantottina nel mondo ecclesiale, don Poggiali ha denunciato in particolare l’idea diffusa secondo cui “dopo il Concilio Vaticano II i cattolici – o almeno, per usare un’espressione non solo italiana, i ‘cattolici adulti’ – possano scegliere fra il magistero del Papa e il ‘magistero parallelo’ dei teologi (un’espressione che sarà ripresa nel 1990 dall’Istruzione Donum Veritatis della Congregazione per la Dottrina della Fede sulla vocazione ecclesiale del teologo).

Secondo questa visione “i teologi, in quanto più ‘progressisti’ e avanzati, anticiperebbero semplicemente oggi quanto il magistero finirà fatalmente per accettare domani, e quindi potrebbero e dovrebbero essere seguiti con fiducia dai fedeli più maturi”.

Don Giovanni Poggiali ha spiegato che dal momento che il Papa e la gerarchia non condividono questo punto di vista “nell’organizzazione Chiesa cattolica si sono sviluppate due fonti di autorità, da una parte il Papa, dall’altra i gruppi di teologi che riescono a farsi percepire come maggioritari, lo siano o no, le quali certamente non sono sullo stesso piano dal punto di vista della dottrina insegnata dalla Chiesa stessa (e dal Concilio Vaticano II) ma sono presentate come se lo fossero”.

Invernizzi ha invece ricordato come la maggiore vittima della contestazione organizzata, durante tutto il “lungo Sessantotto”, da parte di un numero non maggioritario ma non modesto di teologi e sacerdoti sia stato proprio Papa Paolo VI.

Il Pontefice, nell’enciclica Humanae vitae, promulgata il 25 luglio 1968, non solo ribadiva “l’illiceità per i cattolici della contraccezione artificiale, ma poneva soprattutto il problema della mutazione antropologica in atto, allora visibile in uno dei più delicati fenomeni umani, riguardante appunto lo svolgersi dei rapporti affettivi anche nel loro risvolto sessuale”.

“La gravità del caso Humanae vitae – ha aggiunto lo storico – è confermata da un dato che riguarda la persona stessa di Papa Montini: dopo la reazione a quel documento, il Pontefice, che pure regna ancora fino al 1978, evidentemente amareggiato, non pubblica per tutta la sua vita alcun’altra Enciclica (nessuna Enciclica per dieci anni: un fatto del tutto inconsueto per un Papa moderno) dopo che ne aveva pubblicate sette fra il 1964 e il 1968”.

Al convegno ha fatto pervenire un messaggio anche il Senatore Gaetano Quagliariello, Ordinario di Teoria e Storia dei Partiti politici e Storia comparata dei Sistemi Politici Europei all’Università Luiss-“Guido Carli” di Roma, nonché Presidente della Fondazione Magna Carta.

In particolare, Quagliariello ha denunciato all'inizio le responsabilità dei rivoluzionari di quarant’anni fa rispetto alla profonda crisi educativa “di cui le cronache dei giornali e la pratica di vita quotidiana ci offrono tuttora spaccati significativi”.

Successivamente, a proposito del rapporto tra il Sessantotto e la pervasiva egemonia culturale che ha condizionato l'Italia per decenni, ha chiesto ai convegnisti e si è chiesto “se sia stato il primo a rafforzare la seconda, o invece sia stata proprio quell'egemonia ad agevolare l'affermazione del movimento del Sessantotto e la sua eccezionale durata rispetto ad analoghe esperienze maturate in altri Paesi occidentali”.