I cattolici e la politica (Prima parte)

I caratteri di una "spiritualità politica" cristianamente ispirata

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di padre Paolo Scarafoni, L.C.
Rettore della Università Europea di Roma 

ROMA, giovedì, 13 settembre 2012 (ZENIT.org) - Il consumarsi delle esperienze cattoliche nell’ambito politico ed economico, verificatosi negli ultimi venti anni in Italia, non è la loro bocciatura o il loro fallimento. Esso significa piuttosto un compimento, un naturale esaurimento. Tali esperienze hanno realizzato un grande bene per la nazione, con un respiro universale, di autentica ricerca del bene comune. Restano come modello d’ispirazione per intraprendere nuove esperienze in un mondo che è cambiato.

Da un punto di vista della storia dell’impegno dei cattolici siamo ora all’inizio di una fase simile a quella dell’Opera dei Congressi, che è stata un grande coordinamento tra le realtà cattoliche presenti in Italia, durato trent’anni anni dal 1874 al 1904, al tempo di Leone XIII, il Papa dell’enciclica sociale Rerum Novarum.

L'Opera dei Congressi e dei comitati cattolici coinvolgeva tutte le iniziative cattoliche associative, e nei Congressi si sono creati uno spazio ed un tempo di grande libertà di riflessione, di espressione e di progettazione; ogni categoria sociale faceva i suoi Congressi. C’erano tante iniziative cattoliche nel sociale, nell’agricoltura, nel lavoro, nell’impresa e nel credito; non prevaleva la mentalità della corsa alla carica politica. Gabriele De Rosa ha realizzato uno studio molto accurato di questo periodo (Storia del movimento cattolico, Bari 1962).

Possiamo dire che proprio il dibattito libero tra i cattolici favorito dall’Opera dei Congressi, ha permesso di superare posizioni tendenti all’integralismo e di giungere a maturare una robusta laicità della politica da parte dei cattolici, specialmente con l’esperienza del Partito Popolare del primo dopoguerra (cfr. G. De Rosa, Storia del Partito Popolare Italiano, Bari 1966) e poi con l’altra e diversa esperienza della Democrazia Cristiana del secondo dopoguerra.

Sul quel modello, adesso lo spirito di Todi è la formazione di una nuova classe politica di giovani che deve maturare prima di tutto nel sociale (agricoltura, nuove tecnologie, banche, professioni, sindacato, imprese e mondo del lavoro autonomo, ong, ecc.).

I giovani di oggi partono da una posizione svantaggiata perché in questa fase non hanno riferimenti, non fanno grandi esperienze sociali, e non sono protagonisti di trasformazioni sociali; questo significa che se non si offre loro la possibilità di fare esperienze significative non saranno in grado di pensare ad un grande progetto per il paese, per l’Europa e per il mondo intero.

Oggi, nel declino della Seconda Repubblica, in una situazione di scelte “trasversali” della maggioranza dei cattolici impegnati, va ripreso il cammino di nuove riflessioni tra tutti e di avvio di nuove esperienze nel campo sociale ed economico (le riflessioni di Benedetto XVI nell’enciclica Caritas in veritate hanno suscitato forte impatto, proprio in questa direzione); e tutto ciò non esclude in principio la formazione di una compagine politica chiaramente identificata come cattolica.

La riflessione parte necessariamente dal bilancio positivo di un grande ciclo, di una grande esperienza del cattolicesimo politico: l’eredità da non perdere della grande cultura della mediazione politica cristiana. È importante riconoscere il livello della “grande politica” che si è riusciti a concepire e attuare (ricostruzione nazionale e non di parte; idea dell’Europa; idea della cassa del mezzogiorno; programmazione democratica). È stata messa in atto una grande operazione dello stato. I cristiani hanno fatto bene.

Vanno poi messi in evidenza i principi ispiratori che sono sempre validi. A monte c’è una solida spiritualità cristocentrica, basata sui misteri della incarnazione, della passione e morte e della risurrezione di Cristo, a garanzia della freschezza del servizio dei cristiani per il mondo. Deve essere ripreso con vigore lo spirito della Gaudium et Spes con la nascita di un nuovo entusiasmo di andare verso il mondo per il suo sviluppo (da non confondere con l’ottimismo oggi fuori luogo proprio del tempo del documento conciliare). Ci deve essere una simpatia verso il mondo, una amorevolezza verso tutti.

Gli interventi del magistero di Paolo VI, Giovanni Paolo II, fino a quelli di Benedetto XVI segnano gli sviluppi mondiali e gli impegni concreti auspicabili da parte della Chiesa e dei cristiani; essi sono punti fermi e molto chiari a cui ispirarsi per collaborare allo sviluppo del mondo. La città terrena è oggi completamente inserita in una realtà secolarizzata nella quale sono presenti i cristiani. E’ indispensabile il rispetto delle minoranze, religiose e culturali, riconoscendo che non è sufficiente che una legge sia votata a maggioranza perché essa sia una buona legge.

E’ necessario porre anche il problema della distinzione tra l’agire in quanto cristiani a livello di evangelizzazione e l’agire da cristiani a livello di partecipazione civile nell’ambito delle differenti istituzioni pubbliche. Questo non significa affatto un dualismo tra spirituale e temporale, ma un’articolazione interna nella presenza pubblica del singolo cristiano che sul piano politico impegna solo se stesso e la sua responsabilità individuale o di gruppo organizzato.

Da questa visione nasce la laicità nell’impegno politico ispirato cristianamente che trova sul piano culturale-naturale terreni di unità con tutte le persone di buona volontà credenti e non credenti senza alcun privilegio. Queste considerazioni non significano affatto uno spirito rinunciatario e passivo, al contrario significano il vero punto di partenza per proposte chiare, iniziative incisive, senza per altro pretendere posizioni comode e di privilegio.

[La seconda parte verrà pubblicata giovedì 20 settembre]