"I cattolici? Non credo siano irrilevanti"

Il cardinale Ruini commenta il momento storico che la Chiesa sta attraversando, sia a livello universale che in Italia

Citta' del Vaticano, (Zenit.org) Luca Marcolivio | 519 hits

Benedetto XVI lascia un’eredità molto vasta sul piano sia teologico che spirituale. Al tempo stesso il magistero di papa Francesco è molto più in continuità con il suo successore di quanto sembri. Su questi e su altri risvolti della Chiesa di oggi, il cardinale Camillo Ruini, ha conversato con i giornalisti, a margine della conferenza stampa di presentazione del Premio Ratzinger.

Secondo l’ex presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il Papa emerito sta vivendo questa fase della sua vita personale e della Chiesa in generale, “con grande serenità”, la stessa serenità che lo ha portato a compiere il gesto “inusuale” della rinuncia, “da molti vissuta come uno shock”.

Di papa Francesco colpisce in particolare come sia riuscito ad “entrare nel cuore della gente, non con atti demagogici o ‘pubblicitari’ ma aprendo il suo cuore, con la sua semplicità ed immediatezza, con il suo amore per il prossimo che si manifesta in tanti modi (si pensi ai malati)”, ha commentato Ruini.

Altro elemento di forza del ministero petrino di Francesco è “la forza del messaggio spirituale che porta, un messaggio di fede e conversione: (convertitevi e credete al Vangelo), che fu il tema dell’enciclica di Giovanni Paolo II, Dives et Misericordia, e che occupa uno spazio significativo anche nel magistero di Benedetto XVI”.

Rispondendo ad alcune domande di ZENIT, il cardinale Ruini ha esposto il proprio punto di vista sul momento storico che la Chiesa sta vivendo, sia a livello universale, che in ambito italiano.

Eminenza, specialmente tra gli intellettuali cattolici sembra esserci già una certa nostalgia per papa Ratzinger…

Card. Ruini: La creazione di due fondazioni a nome di Joseph Ratzinger e la pubblicazione della sua Opera Omnia sono due fattori che contribuiranno notevolmente a trasmettere la grande eredità di Benedetto XVI alle prossime generazioni. Joseph Ratzinger è stato uno dei più grandi teologi del XX secolo e sua opera rimarrà, sarà studiata e ha già fecondato il pensiero teologico e anche il modo di rapportarsi dal punto di vista consapevolmente cristiano alla realtà generale e a quella grande realtà che è l’uomo. L’opera di Ratzinger è importante per il suo valore intrinseco, prima ancora che autoritativo.

Ravvisa più continuità o rottura nel passaggio dal pontificato di Benedetto XVI a quello di Francesco?

Card. Ruini: I papi sono tra loro sempre molto diversi perché ognuno è sempre autenticamente se stesso. Così è stato con tutti gli ultimi pontefici, da Pio XII a Francesco. C’è una grande originalità in ciascuno di loro, dovuta al fatto che, giustamente, ognuno di loro espone questioni importanti nello stile che gli è proprio. In questa originalità di ciascuno c’è una grande continuità.

Anche nel passaggio da Pio XII a Giovanni XXIII, che apparve come un cambiamento molto profondo, la grande opera di papa Roncalli che fu il Concilio si collega in modo stretto con il Magistero del predecessore, che ebbe un peso notevole in particolare nella redazione dei testi conciliari.

Un altro esempio di continuità è l’annunciata enciclica “a quattro mani” di Benedetto XVI e Francesco: nei contenuti sostanziali del magistero di papa Francesco c’è una piena consonanza con il predecessore per cui non dobbiamo pensare ad alcuna rottura con la tradizione.

È un momento delicato per la Chiesa: il passaggio da un pontificato all’altro è avvenuto attraverso l’insolito gesto della rinuncia di un Papa. In più la Curia Romana è stata investita dagli scandali e si parla con sempre più insistenza della necessità di una riforma della Curia stessa…

Card. Ruini: Certamente è necessaria una riforma, a cui papa Francesco sta mettendo mano, ma non drammatizzerei il problema del passaggio da un pontificato all’altro. È normale che ogni pontificato abbia un termine e ne succeda un altro. Eppure, a ogni fine di pontificato, c’è sempre gente che dice: “ah, come faremo…”. Invece il Papa si concretizza in un’altra persona ma continua ad esserci. Quando c’è stata la rinuncia di Benedetto XVI, il momento è stato oggettivamente difficile ma all’elezione del nuovo Papa il problema è stato superato. Anche alla morte di Giovanni Paolo II, che pure è stato un momento di “apogeo” per la Chiesa, emerse la preoccupazione di chi si chiedeva come sarebbe stato possibile sostituire un così grande papa: ma anche allora il cammino è proseguito con grande serenità e grande forza, quindi non dobbiamo soffermarci troppo sugli operatori umani e anche sui peccati e sui limiti di noi uomini, perché c’è l’opera dello Spirito Santo.

Che ruolo possono avere i laici in questa fase cruciale?

Card. Ruini: I laici contribuiscono nella misura in cui sono appartenenti alla Chiesa: preti e vescovi non sono più appartenenti di quanto lo siano i laici. I laici appartengono alla Chiesa nella misura in cui vogliono vivere il battesimo. In questo senso lo slogan “noi siamo chiesa”è molto inaccettabile, in quanto vuole contrapporre la base alla gerarchia. Invece sarebbe assai giusto affermare “anche noi siamo Chiesa”, e quanto più i laici vivono questo, lo pregano e lo testimoniano, tanto più aiutano la Chiesa ad essere veramente se stessa, ovvero presenza di Cristo in mezzo agli uomini.

Anni fa, con riferimento ai cattolici italiani Lei disse: “meglio contestati che irrilevanti”. Ritiene che oggi ci sia il rischio dell’irrilevanza, come alcuni commentatori sottolineano?

Card. Ruini: Il cristiano non può pensare di fare politica solo con il consenso. Può trovare consenso, ma anche dissenso o addirittura polemica, ma deve dare testimonianza in tutte le sedi , da quelle religiose, a quelle politiche, culturali, economiche, istituzionali. Non credo che oggi i cattolici siano irrilevanti, a meno che non ci sia una restrizione del concetto di cattolico: i “cattolici” non sono solo i membri di un’organizzazione – come un tempo, ad esempio, l’Azione Cattolica – e non è detto che debbano venire per forza da lì.

Coloro che hanno il coraggio di sostenere politicamente certi contenuti ci sono anche oggi e sono tutt’altro che irrilevanti. Se costoro non avessero contato, l’evoluzione della legislazione italiana, nei 20 anni dalla fine della DC, sarebbe stata molto diversa. Da questo punto di vista non sono tanto i politici cattolici che sono mancati, quanto, piuttosto altre istituzioni – legittime ma non “democratiche” in senso stretto - che hanno prodotto le modifiche più significative. Modifiche che, comunque, non sono tali da inficiare quella che, sia Giovanni Paolo II che Benedetto XVI definivano la “eccezione italiana” nel contesto dell’Europa occidentale, dove, come abbiamo visto, purtroppo si è avuta una deriva sulle grandi questioni antropologiche, che in Italia - almeno in quella misura - non si è ancora riscontrata.