I cattolici su darwinismo ed evoluzione: quale teoria?

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ROMA, lunedì, 14 luglio 2008 (ZENIT.org).- In tema di darwinismo ed evoluzione i cattolici hanno punti di vista assai diversificati, ricorda su “L'Osservatore Romano” il professor Fiorenzo Facchini, dell'Università di Bologna.

Se nelle posizioni del Magistero è possibile “riconoscere una conciliabilità, a determinate condizioni” - “riconoscere la creazione come dipendenza radicale delle cose da Dio, secondo un suo progetto, e riconoscere la dimensione spirituale dell'uomo” -, il pensiero dei cattolici, laici e teologi, si presenta come “più variegato”.

In esso si esprimono “diversità che riguardano soprattutto il diverso modo di porsi di fronte al darwinismo che, come sappiamo, offre una particolare spiegazione dei meccanismi evolutivi e da taluni studiosi viene esteso arbitrariamente a una concezione della vita e della società”.

Nella “comune ammissione della dipendenza da Dio creatore e della spiritualità dell'essere umano”, infatti, si registrano tra i cattolici posizioni differenti circa la teoria evolutiva.

Tra queste, ne emerge in primo luogo una di negazione o critica di fondo nei confronti di questa teoria, “ispirata al timore che ammettendo l'evoluzione possa venire intaccata la dottrina sulla creazione e si tolga spazio all'azione di Dio”.

La conseguenza è quella di affermare la creazione, “ma si lascia da parte o si mette in dubbio l'evoluzione della vita sulla terra”.

In questa impostazione, “non si tiene conto di tante osservazioni del mondo della scienza, non si accetta che la vita possa essersi evoluta attraverso tappe e processi biologici” e “ci si aggrappa a tutto pur di contestare il fatto evolutivo, per esempio le lacune nelle serie evolutive”.

Allo stesso modo, le aperture del Magistero vengono viste come “concessioni non motivate e superabili”.

Posizioni di questo tipo, ricorda l'esperto, “ignorano non solo il progresso della ricerca scientifica, ma anche gli approfondimenti della teologia”; “si distaccano sensibilmente dal magistero, non aiutano il necessario dialogo tra scienza e fede, tra scienza e teologia, e piuttosto favoriscono lo scontro”.

Dall'altro lato, esistono posizioni concilianti che spaziano “dalla possibilità di ammettere la visione darwiniana nella evoluzione dei viventi, evitando di assumerla come ideologia totalizzante” – “si ammette che la vita sulla terra si sia sviluppata per eventi casuali, anche se resi possibili da leggi e proprietà della natura, ma senza direzioni preordinate” – ad altre più articolate.

Posizioni parzialmente concilianti con la teoria darwiniana ma critiche sono quelle di chi ammette la teoria di Darwin, ma non la ritiene sufficiente.

Una di queste è quella di Teilhard de Chardin, convinto assertore della dipendenza del mondo da Dio creatore e dell'evoluzione dei viventi, per il quale i fattori sostenuti dalla teoria darwiniana non sono stati sufficienti per realizzare i processi evolutivi, caratterizzati da una crescita di complessità interpretata come crescita di coscienza.

“Tutta l'evoluzione è un muoversi 'verso', una tensione che culmina nella coscienza riflessa dell'uomo e attraverso l'umanità tende a un superorganismo identificabile nel punto omega, che a sua volta coincide con il Cristo, ricapitolatore di tutta la realtà secondo san Paolo”, constata Facchini.

In questo caso, “la visione da scientifica diventa mistica”.

Un altro modo di affrontare la questione è quello relativo alla teoria dell'Intelligent design (Id), maturata nell'ambiente dei creazionisti americani e che rappresenta una versione moderna del cosiddetto creazionismo scientifico.

L'evoluzione “non viene negata a livello microevolutivo, ma si contesta che attraverso mutazioni casuali possano formarsi strutture irriducibilmente complesse” e “viene invocata una causa superiore esterna, introducendo così nei processi evolutivi un agente di ordine non naturale. In questo modo può realizzarsi una evoluzione dei viventi rispondente a un disegno intelligente”.

Questa posizione viene contestata sia dal punto di vista scientifico, “perché non rappresenta una spiegazione scientifica dei processi evolutivi”, che da quello teologico, “perché l'intervento di una causa esterna – facilmente identificabile con Dio – configura la sua azione come supplenza di fattori naturali che ancora non conosciamo e quindi, qualora venissimo a conoscerli, Dio apparirebbe come un tappabuchi della nostra ignoranza”.

Accanto a queste teorie, ce ne sono altre in cui il modello darwiniano dell'evoluzione è accettato come punto di partenza o come uno dei meccanismi evolutivi, ritenendo però necessario aprirsi a integrazioni e ampliamenti.

“Si potrebbe parlare di un evoluzionismo aperto a una nuova sintesi, in cui potrebbe essere meglio compreso come si realizzi il progetto di Dio creatore, in forza di potenzialità della materia vivente”.

Come ha osservato il Cardinale Christoph Schönborn, Arcivescovo di Vienna, nel dibattito sulla evoluzione “la questione decisiva non si pone sul piano delle scienze naturali e neppure della teologia, bensì si colloca fra l'una e l'altra: sul piano della filosofia della natura”.

Per questo motivo, osserva il professor Facchini, si deve “continuare a esplorare la natura nelle sue diverse espressioni per coglierne il linguaggio e il messaggio che contiene, specialmente per quello che riguarda l'uomo”.

“Forse in questo campo non vi sarà mai una parola ultima che disveli pienamente i segreti della natura e le intenzioni di Dio espresse nella creazione, ma rimane fondamentale rimanere aperti alle conquiste della mente umana”.