"I conventi vuoti vanno aperti ai rifugiati"

Durante la sua visita al Centro Astalli, papa Francesco ricorda che i poveri sono "maestri privilegiati della nostra conoscenza di Dio"

Roma, (Zenit.org) Luca Marcolivio | 625 hits

Una folla di circa un migliaio di persone ha accolto papa Francesco nel primo pomeriggio di oggi, presso il Centro Astalli, struttura di accoglienza per i rifugiati gestita dai Gesuiti e situata a due passi dal Campidoglio.

Il Santo Padre si è recato in visita al Centro senza scorta, accompagnato soltanto dal capo della Gendarmeria Vaticana, Domenico Giani, a bordo della Ford Focus, l’utilitaria con cui normalmente si sposta a Roma.

Al suo arrivo, il Papa è stato accolto dal cardinale vicario per la diocesi di Roma, Agostino Vallini, e da tre confratelli gesuiti: padre Giovanni Lamanna, direttore del Centro Astalli; padre Carlo Casalone, provinciale per l’Italia; padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa Vaticana. Il Pontefice ha poi abbracciato un gruppo di rifugiati africani e scambiato qualche battuta con loro.

Prima di entrare nella mensa dell’Astalli, papa Francesco si è voltato per salutare la folla dietro le transenne che lo ha applaudito a lungo. Dopo aver incontrato alcuni utenti della mensa e conversato con loro, il Papa ha sostato in preghiera per qualche minuto nella cappella della struttura.

Altri profughi sono stati incontrati dal Santo Padre nell’adiacente Chiesa del Gesù - collegata al Centro da un lungo corridoio - dove è situata la tomba di padre Pedro Arrupe, fondatore del servizio dei Gesuiti per i rifugiati.

Dopo aver ascoltato gli indirizzi di saluto del responsabile del centro, padre Lamanna, e di due rifugiati, il sudanese Adam e la siriana Carol, papa Francesco ha tenuto il suo discorso, ricordando innanzitutto che ogni rifugiato “porta soprattutto una ricchezza umana e religiosa, una ricchezza da accogliere, non da temere”.

Roma, ha ricordato il Pontefice, dopo Lampedusa e altre località marittime, è solitamente la “seconda tappa” per molti rifugiati. Nella capitale, queste persone dovrebbero “ritrovare una dimensione umana” e “ricominciare a sorridere” e si ritrovano, invece, “a vivere in situazioni disagiate, a volte degradanti, senza la possibilità di iniziare una vita dignitosa, di pensare a un nuovo futuro”.

Il Santo Padre ha quindi elogiato tutte le strutture che, come il Centro Astalli, non solo donano qualcosa ai rifugiati ma cercano di entrare in relazione con loro “riconoscendoli come persone, impegnandosi a trovare risposte concrete ai loro bisogni”.

L’accoglienza ai più poveri, ha ricordato il Papa, è stato uno dei carismi della Compagnia di Gesù, fin da quando Sant’Ignazio di Loyola volle creare uno spazio loro dedicato nella sua residenza a Roma.

Quattro secoli e mezzo dopo il fondatore, nel 1981, un altro gesuita, padre Pedro Arrupe “fondò il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati, e volle che la sede romana fosse in quei locali, nel cuore della città”.

Il lavoro dei Gesuiti, ha sottolineato Bergoglio, si articola su una consueta terna concettuale ignaziana: servire, accompagnare, difendere.

Servire significa innanzitutto “accogliere la persona che arriva, con attenzione; significa chinarsi su chi ha bisogno e tendergli la mano, senza calcoli, senza timore, con tenerezza e comprensione, come Gesù si è chinato a lavare i piedi agli Apostoli”.

La “solidarietà” è la parola chiave di chi voglia servire, in particolare i più bisognosi, eppure, soprattutto nel “mondo più sviluppato” è diventata quasi una “parolaccia”, ha commentato papa Francesco.

Tuttavia i poveri rimangono “maestri privilegiati della nostra conoscenza di Dio”, in quanto con “la loro fragilità e semplicità smascherano i nostri egoismi, le nostre false sicurezze, le nostre pretese di autosufficienza” e ci guidano all’esperienza dell’accoglienza dell’amore del Padre.

Come da sua consuetudine, Francesco ha posto una serie di domande alla coscienza di ogni fedele, in particolare della diocesi di Roma: “mi chino su chi è in difficoltà oppure ho paura di sporcarmi le mani? Sono chiuso in me stesso, nelle mie cose, o mi accorgo di chi ha bisogno di aiuto? Servo solo me stesso o so servire gli altri come Cristo che è venuto per servire fino a donare la sua vita? Guardo negli occhi di coloro che chiedono giustizia o indirizzo lo sguardo verso l’altro lato? Per non guardare gli occhi?”.

Accompagnare rappresenta un passo ulteriore rispetto alla semplice accoglienza. “Non basta dare un panino se non è accompagnato dalla possibilità di imparare a camminare con le proprie gambe. La carità che lascia il povero così com’è non è sufficiente”, ha spiegato il Papa.

Quando si parla di “integrazione”, dunque, si intende permettere al povero di “non essere più tale” e di non dover più “avere bisogno di una mensa, di un alloggio di fortuna, di un servizio di assistenza legale per vedere riconosciuto il proprio diritto a vivere e a lavorare, a essere pienamente persona”.

Difendere significa infine “mettersi dalla parte di chi è più debole”. Questo obiettivo non deve essere affidato esclusivamente a “specialisti” della Chiesa ma dovrebbe essere “un’attenzione di tutta la pastorale, della formazione dei futuri sacerdoti e religiosi, dell’impegno normale di tutte le parrocchie, i movimenti e le aggregazioni ecclesiali”, ha auspicato il Santo Padre.

A tal proposito il Pontefice ha rivolto una speciale esortazione agli Istituti religiosi, perché leggano “seriamente e con responsabilità questo segno dei tempi”, ricordando in particolare che “i conventi vuoti non servono alla Chiesa per trasformarli in alberghi e guadagnare i soldi”.

Essi “non sono nostri, sono per la carne di Cristo che sono i rifugiati”, ha aggiunto, ammonendo ancora una volta a non cadere nella tentazione della “mondanità spirituale”.