I costi del protocollo di Kyoto pesano sui Paesi in via di sviluppo

| 1019 hits

ROMA, mercoledì, 30 aprile 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito, per la rubrica di Dottrina Sociale e Bene Comune, il contributo dell'ingegner Carlo Stagnaro, direttore Energia e ambiente dell'Istituto Bruno Leoni. Fa parte della redazione della rivista "Energia" e collabora con "Il Foglio". Tra i vari libri pubblicati, recentemente ha curato "Sicurezza energetica. Petrolio e gas tra mercato, ambiente e geopolitica" (Rubbettino e Leonardo Facco Editore, 2007).

* * *


Il protocollo di Kyoto, che richiede la riduzione delle emissioni globali di circa il 5 per cento al di sotto dei livelli del 1990 entro il 2012, è secondo i suoi fautori il primo di una lunga serie di passi, necessaria a traghettare il mondo verso un'economia "carbon free". Questo sarebbe l'unico modo per evitare che il riscaldamento globale - controverso fenomeno che la maggior parte dei politici attribuisce alle attività umane - si abbatta sul pianeta con costi immensi, umani e ambientali. La stima più clamorosa sui costi del mutamento del clima è quella contenuta nel famigerato rapporto Stern, curato dall'ex capo della Banca Mondiale Nicholas Stern per conto del Governo britannico (http://www.hm-treasury.gov.uk/independent_reviews/stern_review_economics_climate_change/sternreview_index.cfm). 

Secondo questa corposa analisi, in assenza di contromisure l'aumento delle temperature potrebbe determinare conseguenze tali da ridurre il Pil mondiale di una quantità dal 5 al 20 per cento, a seconda dello scenario, nei prossimi decenni. Si tratta di una valutazione eccezionale perché si discosta da tutte quelle emesse in precedenza, che si aggiravano attorno a un ordine di grandezza dell'1 per cento del Pil mondiale.

Tuttavia, e questa era la stranezza, la stima non poggiava su nuove evidenze: dove sta, quindi, il trucco? Tra i primi a svelarlo, l'economista William Norhaus, considerato il decano degli economisti del clima, che ha scovato, sepolta in una nota a piè pagina del rapporto Stern, la motivazione: cioè l'inusuale scelta di un tasso di sconto bassissimo, pari appena allo 0,1 per cento. Il tasso di sconto è uno strumento che gli economisti utilizzano per confrontare i valori attuali e

futuri: Marzio Galeotti e Alessandro Lanza, che certo non sono due scettici, scrivono (http://www.lavoce.info/articoli/pagina2485.html) che "Se il tasso è zero, i danni futuri valgono quanto quelli di oggi. Da questa valutazione grandemente amplificata scaturisce la conclusione della necessità di drastici interventi oggi". Se si adotta un tasso di sconto diverso - per esempio il 3 per cento, una cifra a cui si fa comunemente ricorso - le stime di Stern crollano e il costo atteso del global warming, coerentemente con gli studi precedenti, si assesta attorno o sotto all'1 per cento del Pil mondiale. Che è, grosso modo, lo stesso ordine di grandezza del costo atteso delle politiche climatiche, da Kyoto in poi. 

In altre parole, il rapporto Stern ha creato un polverone degno di miglior causa, che ha impedito una serena valutazione dell'opportunità delle politiche climatiche: la realtà è che il costo delle riduzioni è all'incirca pari al costo dell'inazione (ossia del global warming). Quindi, la scelta in prima battuta non è tra un'opzione chiaramente vincente e l'altra, ma tra due alternative che, sul piano strettamente economico, sembrano equivalersi: cioè, la scelta non conduce a benefici tangibili, ma a una diversa distribuzione dei costi. Di fronte a questa realtà, i dubbi dovrebbero diradarsi: e vi sono ottime ragioni per preferire un mondo più caldo e più ricco a uno (relativamente) più fresco. In primo luogo perché, anche prendendo per buona la versione più estremista dell'interpretazione scientifica del riscaldamento globale, difficilmente paesi come Cina, India e Stati Uniti accetteranno di partecipare a esperienze alla Kyoto, e quindi i risultati ambientali delle riduzioni delle emissioni sono quanto meno aleatori. Secondariamente, a meno che non sia giustificata da argomenti molto forti, la redistribuzione delle risorse - dalle imprese e dai consumatori a quanti possono godere di sussidi pubblici finalizzati alla riduzione delle emissioni - non produce mai effetti positivi. Infatti, per definizione comporta un utilizzo meno efficiente di quelle risorse, che in assenza di intervento pubblico sarebbero state diversamente allocate dal mercato. Terzo, se le risorse vengono sottratte al mercato e spostate verso altri utilizzi, è probabile che a patirne le conseguenze siano anzitutto le attività di ricerca e sviluppo, e dunque l'innovazione. In questo senso, le politiche ambientali fanno, nel lungo termine, male all'ambiente.

C'è poi una questione più generale: le stime sul costo delle politiche climatiche tendono a essere sottostime, in quanto presuppongono una pubblica amministrazione efficiente e incorruttibile, che evidentemente non esiste. 

Gli attriti burocratici sono impossibili da eliminare - come sta rilevando la fallimentare esperienza del mercato europeo delle quote di emissione - quindi non si può non tenerne conto.

Infine, l'aspetto centrale della riflessione riguarda la redistribuzione dei costi del global warming. Uno degli argomenti più forti dei fautori delle politiche climatiche è che il riscaldamento globale colpirebbe in maniera più dura le popolazioni più svantaggiate del pianeta. Vi sono due repliche a questo argomento. Primo, le stesse politiche climatiche - determinando di fatto un aumento del costo dell'energia - si accaniscono principalmente sui ceti sociali più deboli, sia nei pPaesi sviluppati, sia in quelli in via di sviluppo. Secondo, e più importante, occorre chiedersi come mai l'aumento delle temperature rappresenti una minaccia peggiore per i poveri che per i ricchi. Uno sguardo attento rivelerà che il problema reale non è il cambiamento climatico in sé, ma la povertà: i paesi in via di sviluppo subirebbero maggiormente le conseguenze non del caldo, ma della miseria. 

Quindi, il problema reale e urgente non è l'effetto serra, ma lo sviluppo.

Questo dev'essere il vero test contro cui misurare la bontà delle politiche. 

A questo proposito il 27 aprile del 2007, a conclusione di un seminario su "Cambiamenti climatici e sviluppo" svoltosi a porte chiuse in Vaticano presso il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, il Cardinale Renato Raffaele Martino ha ribadito che "la Santa Sede non accetterà nessuna politica che limiti la crescita demografica e lo sviluppo dei Paesi poveri".

Nella considerazione delle problematiche connesse ai cambiamenti climatici, il presidente del dicastero vaticano ha rilevato che "la Dottrina Sociale della Chiesa deve fare i conti con molte odierne forme di idolatria della natura che perdono di vista l'uomo".

"Simili ecologismi - ha precisato il porporato - emergono spesso nel dibattito sui problemi demografici e sul rapporto tra popolazione ambiente e sviluppo".

Il Cardinale Martino ha raccontato che in occasione della Conferenza internazionale del Cairo su Popolazione e Sviluppo nel 1994, alla quale prese parte in veste di capo delegazione, "la Santa Sede ha dovuto contrastare, assieme a molti Paesi del terzo mondo, l'idea secondo cui l'aumento della popolazione nei prossimi decenni sarebbe stata tale da portare al collasso gli equilibri naturali del pianeta e impedirne lo sviluppo".

"Queste tesi sono state ormai confutate e, per fortuna, sono in regressione", ha affermato il presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace. "Nel contempo però - ha aggiunto - gli stessi che proponevano questa visione sostenevano quale mezzo per impedire il supposto disastro ambientale strumenti tutt'altro che naturali, come il ricorso all'aborto e alla sterilizzazione di massa nei Paesi poveri ad alta natalità".

"La Chiesa propone una visione realistica delle cose", ha sostenuto il Cardinale Martino. "Essa ha fiducia nell'uomo e nella sua capacità sempre nuova di cercare soluzioni ai problemi che la storia gli pone. Capacità che gli permettono di confutare spesso le ricorrenti, infauste e improbabili previsioni catastrofiche".

In conclusione al seminario, a cui hanno partecipato 80 tra Ministri, scienziati, docenti universitari, esperti di centri di ricerca, economisti e teologi provenienti da 20 Paesi dei cinque Continenti, il Cardinale Martino ha sottolineato che "anche nella considerazione delle problematiche connesse ai cambiamenti climatici si dovrà far tesoro della Dottrina Sociale della Chiesa", che "non avalla né l'assolutizzazione della natura, né la sua riduzione a mero strumento".

Secondo il porporato, "l'uomo non ha un diritto assoluto sulla natura, ma un mandato di conservazione e sviluppo in una logica di universale destinazione dei beni della terra che è uno dei principi fondamentali della Dottrina Sociale della Chiesa, principio che va soprattutto declinato con l'opzione preferenziale per i poveri e per lo sviluppo dei Paesi poveri".